{"id":64814,"date":"2016-12-21T11:39:27","date_gmt":"2016-12-21T10:39:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64814"},"modified":"2017-11-03T15:14:47","modified_gmt":"2017-11-03T14:14:47","slug":"mondo-donald-si-scopre-medio-oriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/12\/mondo-donald-si-scopre-medio-oriente\/","title":{"rendered":"Il mondo di Donald si scopre in Medio Oriente"},"content":{"rendered":"<p>\u201cRicchezza senza nazioni, nazioni senza ricchezza\u2026\u201d scriveva un analista nostrano nel lontano 1995, ad appena un anno di distanza dalla globalizzazione avviata, per consenso universale, a conclusione dell\u2019Uruguay Round a Marrakech. Forse una predizione, forse un\u2019esagerazione. Ma, da allora, sono anni che le sedi internazionali che contano lanciano un allarme in tema di emarginazione, diseguaglianze, finanziarizzazione dell\u2019economia, e che sottolineano la necessit\u00e0 di ricalibrare le politiche.<\/p>\n<p>Anni che parliamo delle povert\u00e0 vecchie e nuove, declassamento dei ceti medi, estraneit\u00e0 delle periferie urbane e rurali, e non ultimo ricerca accanita di identit\u00e0 da parte di larghi settori sociali. Da ultimo, \u00e8 stata Theresa May, alle prese con la \u201cBrexit\u201d dai banchi dei Tories, a dirsi preoccupata per \u201c<i>those who see their job outsourced and wages undercuts<\/i>\u2026\u201d<\/p>\n<p><b>Trump: qui lo dico e qui lo nego<\/b><br \/>\nSubito dopo, inatteso, \u00e8 arrivato Donald Trump. E il mondo ha avuto un sussulto. Perch\u00e9 se gli Stati Uniti davvero applicassero il principio \u201cAmerica First\u201d o, nella versione non dissimile di Stephen Bannon, \u201cEconomic Nationalism\u201d, e cio\u00e8 considerassero di proiettare la loro influenza solo in funzione di stretti interessi economici e securitari nazionali, e tirassero, per cos\u00ec dire, i remi in barca, non \u00e8 detto che l\u2019intera architettura scaturita dalla Seconda Guerra Mondiale e successiva globalizzazione reggerebbe.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 si erano registrate vistose incrinature, uno scricchiolio che abbiamo attribuito all\u2019ineluttabile emergere degli ex-Emergenti, in primis la Cina, o all\u2019assertivit\u00e0 identitaria di paesi come la Russia. Abbiamo, certo, registrato con soddisfazione che la globalizzazione ha sollevato dalla povert\u00e0 1 miliardo di persone, e non \u00e8 poco, ma abbiamo sottovalutato coloro che da tale \u201criequilibrio\u201d hanno subito un danno nei nostri stessi paesi.<\/p>\n<p>A pochi giorni dalla vittoria elettorale, Trump ha innestato una parziale retromarcia. N\u00e9 il muro lungo il confine messicano, n\u00e9 l\u2019espulsione massiccia dei musulmani clandestini, n\u00e9 la galera per Hillary Clinton, n\u00e9 il razzismo e anti-semitismo di Alt-Right, e neppure l\u2019enfasi sull\u2019imposizione indiscriminata di dazi doganali o la totale dissociazione dagli impegni sul clima vengono ora in rilievo.<\/p>\n<p>Viene per contro in rilievo lo stralcio del Trans-Pacific Partnership, Tpp, che ha indotto il Premier giapponese a precipitarsi a Washington, e Angela Merkel a rammaricarsi per il futuro del Transatlantic Trade and Investment Partnership, Ttip, pur non agognato da molti europei. Un chiaro sintomo dell\u2019inclinazione a negoziare bilateralmente accordi economico-commerciali, ove il peso americano pu\u00f2 farsi meglio sentire, anzich\u00e9 affidarsi a contesti multilaterali ancorch\u00e9 regionali.<\/p>\n<p>E, sul versante sicurezza, rimangono in agenda, per evocare capitoli che ci riguardano da vicino, sia la richiesta agli alleati Nato di pareggiare i conti della difesa sia l\u2019inclinazione a tendere la mano alla Russia di Putin.<\/p>\n<p><b>Lotta all\u2019Isis: una delle poche certezze<\/b><br \/>\nTralasciando gli aspetti pi\u00f9 odiosi del linguaggio elettorale di Trump, sul fronte della strategia internazionale le indicazioni rimangono piuttosto confuse. Unico elemento chiaro del programma Trump \u00e8 la priorit\u00e0 alla lotta al terrorismo dell\u2019autoproclamato \u201cstato islamico\u201d, che peraltro ha caratterizzato anche i mandati di Barack Obama.<\/p>\n<p>Per il resto, cosa davvero cambierebbe nella proiezione esterna americana? Anche Obama ha insistito per anni con gli Alleati perch\u00e9 aumentino, dopo sette decadi, il loro contributo alla sicurezza collettiva. Ottenendo da ultimo primi risultati.<\/p>\n<p>E quanto alle relazioni con la Russia, anche Obama ha tentato un \u201creset\u201d, coltivando di fatto un intenso dialogo con Vladimir Putin riguardo gli scacchieri di crisi. Valga per tutte la \u201cdivisione dei compiti\u201d applicata in Medio Oriente con l\u2019accettazione della presenza militare russa in Siria e il filo diretto tra John Kerry e Sergej Lavrov per la cessazione delle ostilit\u00e0, nonch\u00e9 l\u2019interminabile lavorio a margine del \u201cquartetto\u201d sull\u2019Ucraina, corredato da classici strumenti di pressione, deterrenza militare e sanzioni, applicati con oculatezza e cautela,quel tanto necessario a placare le forti inquietudini degli alleati europei.<\/p>\n<p><b>Uno sguardo introverso<\/b><br \/>\nCi\u00f2 che cambia con Trump \u00e8 l\u2019ottica. Un\u2019attenzione non pi\u00f9 rivolta all\u2019esterno, ma all\u2019interno. Non pi\u00f9 una super-potenza che organizza e sovrintende l\u2019ordine globale, ma un paese come gli altri, intento a proteggersi pi\u00f9 che ad espandersi. Ad utilizzare le risorse sul territorio piuttosto che nel resto del mondo.<\/p>\n<p>Se questa \u00e8 la nuova filosofia, vi \u00e8 anzitutto da chiedersi se davvero i grandi potentati economici, finanziari, militari, e non ultimo un Partito Repubblicano dissonante che domina Senato e Congresso &#8211; e un domani la Corte Suprema &#8211; subirebbero senza fiatare un\u2019inversione di rotta che eroderebbe la storica supremazia americana trascinando al ribasso interessi consolidati, accetterebbero cio\u00e8 senza reagire un approccio geo-strategico introverso.<\/p>\n<p>Gi\u00e0 si manifestano pressanti appelli a non comprimere le spese per la modernizzazione delle dotazioni militari, ivi incluse le capacit\u00e0 nucleari. I poteri di un Presidente americano sono poteri \u2018vigilati\u2019. \u00c8 improbabile che la \u201cre-industrializzazione\u201d americana perseguita da Trump vada a discapito delle punte avanzate dell\u2019economia e delle potenzialit\u00e0 di deterrenza strategica mondiale.<\/p>\n<p><b>Il capitolo cruciale del Medio Oriente<\/b><br \/>\nUno dei problemi pi\u00f9 spinosi, vero test della nuova America del Presidente Trump, \u00e8 il Medio Oriente, punto di snodo di ogni interesse e assertivit\u00e0 internazionale, a partire dalla Russia e dai protagonisti regionali. Ci\u00f2 che Trump decider\u00e0 o non decider\u00e0 nel groviglio mediorientale determiner\u00e0 la posizione americana non solo nella regione, ma nel mondo.<\/p>\n<p>In questi anni, Obama ha tentato un disegno inedito, un riequilibrio delle influenze delle potenze regionali nello scacchiere, in primis Arabia Saudita e Iran. A questo mirava lo sdoganamento accelerato dell\u2019Iran mediante l\u2019intesa sul nucleare. Ha poi aggiustato il tiro per recuperare l\u2019affanno della Turchia rispetto ai successi della componente curdo-siriana. Sul finire del mandato, \u00e8 rimasto in mezzo al guado, nell\u2019intrico di alleanze e disalleanze incrociate che l\u2019obiettivo primario di abbattere l\u2019autoproclamato \u201cstato islamico\u201d non \u00e8 riuscito a dipanare.<\/p>\n<p>E Trump? Improbabile un totale disimpegno, come teoricamente la sua dottrina parrebbe evocare:dovr\u00e0 scegliere se perseguire la stessa strategia o inclinare l\u2019asse verso l\u2019uno o l\u2019altro dei protagonisti regionali.<\/p>\n<p>Sono note le considerazioni di James Mattis, Michael Flynn ed altri della squadra, che l\u2019Iran sia la principale minaccia alla stabilit\u00e0 della regione. E soprattutto la sensibilit\u00e0 dello stesso Trump rispetto alle inquietudini di Israele, che gi\u00e0 batte un colpo con il programmato spostamento del neo-designato Ambasciatore americano da Tel Aviv a Gerusalemme.<\/p>\n<p><b>Scelte molto difficili<\/b><br \/>\nCi\u00f2 potrebbe indurlo ad azzerare, dilazionare, o rinegoziare l\u2019intesa nucleare con l\u2019Iran, prorogando le sanzioni rimaste in vigore e aggiungendone di nuove. Una politica gradita agli Arabi del Golfo, ma che si confronterebbe con le resistenze degli altri cinque protagonisti dell\u2019intesa stessa a partire dalla Russia (pi\u00f9 la Cina), e soprattutto andrebbe a vantaggio dei \u201cfalchi\u201d del regime iraniano con tutti i rischi del caso.<\/p>\n<p>Al limite, potrebbe immaginare di \u201ccompensare\u201d Israele sul dossier palestinese, sconfessando l\u2019impianto onusiano di due Stati che vivano fianco a fianco, tanto contestato da Benjamin Netanyahu, ma rischiando incalcolabili reazioni arabo-palestinesi e non solo.<\/p>\n<p>Nei confronti della Russia, potrebbe essere tentato di \u201ccompensare\u201d Putin facendo concessioni sull\u2019Ucraina &#8211; Crimea in primis &#8211; ipotesi probabilmente vagheggiata dal medesimo. Scontando che Putin mirerebbe ad incassare su entrambi gli scacchieri, sarebbero in ogni caso prevedibili forti resistenze quantomeno degli alleati pi\u00f9 esposti all\u2019idea russa delle sfere di influenza.<\/p>\n<p>L\u2019equazione Medio Oriente rimane dunque un rebus, la cui soluzione potr\u00e0 portare a un riassetto di equilibri e responsabilit\u00e0 ovvero a nuove disastrose conflittualit\u00e0. Chi ne trarrebbe vantaggio? Probabilmente l\u2019eversione radicale dell\u2019autoproclamato \u201cstato islamico\u201d e simili, quella che lo stesso Trump considera la priorit\u00e0 da sconfiggere.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cRicchezza senza nazioni, nazioni senza ricchezza\u2026\u201d scriveva un analista nostrano nel lontano 1995, ad appena un anno di distanza dalla globalizzazione avviata, per consenso universale, a conclusione dell\u2019Uruguay Round a Marrakech. Forse una predizione, forse un\u2019esagerazione. 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