{"id":64855,"date":"2017-01-13T12:32:37","date_gmt":"2017-01-13T11:32:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64855"},"modified":"2017-11-03T15:14:40","modified_gmt":"2017-11-03T14:14:40","slug":"le-aziende-gringas-pensano-al-rimpatrio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/01\/le-aziende-gringas-pensano-al-rimpatrio\/","title":{"rendered":"Se le aziende gringas pensano al rimpatrio"},"content":{"rendered":"<p>Il presidente-eletto Donald Trump non ha ancora prestato giuramento a Washington e gi\u00e0 sembra che parte delle promesse fatte durante la campagna elettorale si stiano realizzando. Anzi, autorealizzando.<\/p>\n<p>La prima riguarda la nuova fabbrica di autoveicoli che la Ford aveva progettato di costruire in Messico, investendo 1,6 miliardi di dollari. Piano cancellato e fondi dirottati verso lo stabilimento gi\u00e0 esistente di Flat Rock, in Michigan, generando 700 nuovi posti di lavoro nel cuore della Rust Belt.<\/p>\n<p>Esultano sindacati e colletti blu della regione considerata come il nuovo cuore del trumpismo, mentre a sud del Rio Grande la notizia \u00e8 presa come una stangata. Se questo \u00e8 un piccolo anticipo di quello che accadr\u00e0 nei prossimi quattro anni, per il Messico, e pi\u00f9 in generale per buona parte dell\u2019America Latina, l\u2019orizzonte si preannuncia funereo.<\/p>\n<p><b>Le grandi di Detroit pensano di invertire il processo di delocalizzazione produttiva<\/b><br \/>\nE a nulla \u00e8 valsa la precisazione della Ford sulla nuova Focus, che verr\u00e0 comunque prodotta nella fabbrica gi\u00e0 esistente di Hermosillo, nello stato di Sonora. La decisione della casa automobilistica di Detroit ha provato per la prima volta che invertire il processo di delocalizzazione produttiva non solo \u00e8 pensabile, ma anche concretamente possibile.<\/p>\n<p>E non \u00e8 stato necessario neanche un\u00a0<i>executive order\u00a0<\/i>presidenziale. Nelle scorse settimane numerose altre aziende statunitensi hanno annunciato che rimpatrieranno parte delle proprie attivit\u00e0 produttive, o che stanno analizzando questa possibilit\u00e0. Tra loro anche la Apple. In altri casi, invece, sono stati annunciati nuovi investimenti in fabbriche Usa, come ad esempio per Fiat-Chrysler.<\/p>\n<p>Tuttavia, per i Paesi che maggiormente hanno beneficiato della massiccia delocalizzazione produttiva dagli Usa verso i loro rispettivi territori nazionali, il rischio \u00e8 la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro e l\u2019impoverimento di intere regioni, che con l\u2019apertura di fabbriche di\u00a0<i>gringos<\/i>\u00a0hanno conosciuto per la prima volta un netto miglioramento delle loro condizioni di vita.<\/p>\n<p><b>L\u2019economia messicana teme l\u2019arrivo di Trump<\/b><br \/>\nIn America Latina lo scenario \u00e8 molto variegato. Brasile, Messico e Argentina sono le tre principali economie della regione, rappresentando il 70% del Pil in America Latina e nei Caraibi. Il Messico \u00e8 il Paese che subir\u00e0 il maggiore impatto nel caso in cui le riforme promesse da Trump in campagna elettorale divenissero realt\u00e0.<\/p>\n<p>Il presidente-eletto ha promesso di rivedere, o addirittura denunciare, il North American Free Trade Agreement (Nafta), di aumentare pesantemente i dazi doganali, tassare le rimesse dei lavoratori messicani, deportare 11 milioni di immigrati clandestini e obbligare il Paese vicino a pagare per la costruzione di un muro di confine che dovrebbe sigillare la frontiera.<\/p>\n<p>La principale minaccia \u00e8 naturalmente quella legata al commercio, dato che circa il 90% dell\u2019export messicano ha come destinazione finale gli Usa, corrispondendo al 28% del Pil del Messico.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda le rimesse, ogni anno i lavoratori messicani emigrati negli Usa, che con il loro lavoro contribuiscono alla formazione dell&#8217;11% del Pil statunitense, inviano circa 24-26 miliardi di dollari alle famiglie rimaste dall\u2019altro lato del confine. Si tratta della seconda fonte di valuta pregiata per il Messico e un reddito fondamentale per centinaia di migliaia di persone, che se intaccato provocherebbe sconquassi sociali.<\/p>\n<p>Infine, la questione del rimpatrio dei migranti e del muro avrebbe un effetto dirompente sul tasso di disoccupazione messicano, oggi al 3,9%. Una percentuale tenuta artificialmente bassa grazie al deflusso di manodopera verso gli Usa e dai disincentivi governativi a iscriversi tra le liste dei disoccupati, potrebbe esplodere se le promesse fatte da The Donald dovessero concretizzarsi.<\/p>\n<p>Lo shock esterno che il Messico rischia di subire nei prossimi mesi \u00e8 talmente violento che, non a caso, la sera stessa in cui Trump ha vinto le elezioni, l\u20198 novembre, il peso si \u00e8 deprezzato di oltre il 13% nei confronti del dollaro. Un tonfo che segue la perdita del 10% accumulata durante il periodo di campagna elettorale. Il giorno dopo la Borsa Valori di Citt\u00e0 del Messico ha perso il 3,18% e grandi banche come Citibank, Banorte e JP Morgan hanno tagliato le prospettive di crescita del Pil dal 2,3% all\u20191,1%.<\/p>\n<p>Tuttavia, il magnate messicano Carlos Slim, tra gli uomini pi\u00f9 ricchi del mondo, ha chiarito che il livore verso il Messico espresso da Trump negli ultimi mesi ha risposto alle esigenze immediate della campagna elettorale, mentre le contingenze reali di medio e di lungo periodo potrebbero essere molto diverse.<\/p>\n<p>Modificare il Nafta, infatti, inciderebbe su oltre 7 milioni di posti di lavoro tra Usa e Messico che dipendono dal Trattato, cos\u00ec come sulla fabbricazione di molti prodotti americani realizzati sulla base di manufatti messicani. Un terremoto per l\u2019economia messicana, ma le cui onde d&#8217;urto raggiungerebbero gli stessi Usa.<\/p>\n<p><b>Brasile, effetto Trump sulle merci cinesi<\/b><br \/>\nIl Brasile, dal canto suo, sta attraversando una profonda recessione, e l\u2019elezione di Trump mette in dubbio la possibile ripresa prevista per il 2017. Anche se non \u00e8 tra i principali partner commerciali degli Stati Uniti, il Brasile dipende fortemente dall\u2019interscambio con gli Usa, che rappresentano il 12,4% delle esportazioni brasiliane, il 17,1% delle importazioni e il 14% degli Investimenti diretti esteri (Ide).<\/p>\n<p>La differenza con il Messico \u00e8 che il Brasile non esporta manufatti, ma principalmente\u00a0<i>commodities<\/i>, che per loro stessa natura non minacciano posti di lavoro americani, e che risulterebbero indispensabili nel caso in cui Trump concretizzasse il suo piano di massicci investimenti pubblici in infrastrutture.<\/p>\n<p>Inoltre il commercio bilaterale \u00e8 fortemente positivo per gli Usa, avendo toccato punte di 11 miliardi di surplus, e la composizione dei beni esportati in Brasile riguarda prodotti ad alto valore aggiunto e ad alta intensit\u00e0 di manodopera. il che tenderebbe ad escludere qualsiasi tentazione protezionistica.<\/p>\n<p>Ma il Brasile potrebbe essere intaccato indirettamente, nel caso in cui Trump dovesse realmente applicare un dazio doganale del 35% sulle merci cinesi. Il probabile rallentamento dell\u2019industria in Cina avrebbe un immediato effetto sulla domanda di\u00a0<i>commodities\u00a0<\/i>prodotte in Brasile, abbattendone il prezzo e riducendone la quantit\u00e0 esportata, e compromettendo cos\u00ec la ripresa brasiliana.<\/p>\n<p>Infine, l\u2019Argentina \u00e8 probabilmente l\u2019economia che verr\u00e0 colpita meno direttamente dalla presidenza Trump, visto che gli Usa rappresentano solo il 5,7% dell\u2019export argentino. Tuttavia gli Stati Uniti sono il primo Paese per flusso e stock di Ide in Argentina, che sta scommettendo sul suo recupero economico attraverso un indebitamento estero e che potrebbe essere intaccata dal cambiamento della politica monetaria della Fed, cos\u00ec come dalla riduzione del prezzo delle granaglie, anche in questo caso conseguenza di un possibile rallentamento cinese.<\/p>\n<p>Se i tassi di interesse negli Usa dovessero iniziare a salire, a Buenos Aires avrebbero forti difficolt\u00e0 per continuare ad attrarre capitali stranieri. E i profondi squilibri macroeconomici argentini potrebbero definitivamente deflagrare.<\/p>\n<p>In conclusione, il periodo di bonanza economica che i Paesi latinoamericani avevano vissuto negli ultimi anni, caratterizzato da una congiuntura esterna favorevole, una traiettoria di crescita, un aumento del flusso di capitali in entrata e un alto prezzo delle\u00a0<i>commodities<\/i>\u00a0esportate sembra definitivamente tramontare con la futura presidenza Trump. La sfida per i governi locali sar\u00e0 gestire gli inevitabili effetti provocati da questo brusco cambiamento di rotta.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il presidente-eletto Donald Trump non ha ancora prestato giuramento a Washington e gi\u00e0 sembra che parte delle promesse fatte durante la campagna elettorale si stiano realizzando. Anzi, autorealizzando. La prima riguarda la nuova fabbrica di autoveicoli che la Ford aveva progettato di costruire in Messico, investendo 1,6 miliardi di dollari. 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