{"id":64994,"date":"2017-01-30T17:03:27","date_gmt":"2017-01-30T16:03:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=64994"},"modified":"2017-11-03T15:13:15","modified_gmt":"2017-11-03T14:13:15","slug":"trump-cuba-durezza-pragmatismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/01\/trump-cuba-durezza-pragmatismo\/","title":{"rendered":"Trump e Cuba, tra durezza e pragmatismo"},"content":{"rendered":"<p>Se la politica estera di Donald Trump emerge lentamente dalle nebbie dell\u2019ambiguit\u00e0 e dell\u2019imprevedibilit\u00e0, il rapporto che si instaurer\u00e0 tra gli Usa del nuovo presidente e Cuba pare gi\u00e0 abbastanza chiaro.<\/p>\n<p>Durante la campagna elettorale Trump aveva promesso di rivedere la politica di disgelo con L\u2019Avana iniziata da Barack Obama, di tagliare i legami economici stabiliti negli ultimi anni e di chiudere nuovamente l\u2019ambasciata americana, riaperta lo scorso luglio dopo 54 anni di rottura delle relazioni diplomatiche.<\/p>\n<p>Una posizione che riflette i desiderata del milione e mezzo di esuli cubani negli Stati Uniti, i quali lo hanno appoggiato in massa durante le elezioni presidenziali e che premono per un ritorno alla linea dura verso il regime castrista, considerata l\u2019unica forma per ottenere cambiamenti tangibili in un sistema che si mantiene al potere con il pugno di ferro da 58 anni.<\/p>\n<p>I rapporti con Cuba sono rimasti in secondo piano durante la campagna elettorale (scavalcati da Messico, Cina, Russia e naturalmente dall\u2019email-gate di Hillary Clinton), ma la morte di Fidel Castro ha rimesso al centro la questione e ha dato modo a Trump di esprimersi direttamente sulla situazione nell\u2019isola caraibica attraverso il suo mezzo preferito: Twitter.<\/p>\n<p>A novembre, il futuro inquilino della Casa Bianca, ormai famoso per i suoi 140 caratteri tanto diretti quanto ruvidi, ha plaudito alla morte di Fidel, bollandolo come \u201cdittatore brutale\u201d, accusandolo di aver provocato \u201ctragedie, morti e dolore\u201d a Cuba e affermando di sperare che la sua scomparsa segni la fine degli \u201corrori\u201d commessi dal regime negli ultimi decenni.<\/p>\n<p><b>Amministrazione ambigua<\/b><br \/>\nSe la retorica trumpiana si mostra durissima verso Cuba, le azioni dell\u2019amministrazione repubblicana si annunciano per\u00f2 molto meno univoche. Un\u2019ambiguit\u00e0 che si riflette nelle nomine gi\u00e0 realizzate dal presidente. Per fare solo due esempi, se da un lato Mauricio Claver-Carone, noto critico della politica di Obama a Cuba, \u00e8 stato nominato importante membro della squadra di transizione, dall\u2019altro Trump ha scelto come vice-consigliere per la sicurezza nazionale la veterana Kathleen Troia McFarland, che in passato ha difeso la normalizzazione dei rapporti diplomatici con l\u2019isola.<\/p>\n<p>Da parte sua, Reince Priebus, capo di gabinetto del presidente, ha gi\u00e0 messo in chiaro che le condizioni per il mantenimento del processo di avvicinamento sono, tra le altre cose, l\u2019apertura economica, la liberazione di prigionieri politici, la fine della repressione e la libert\u00e0 di espressione. Richieste tutt\u2019altro che accettabili per un regime che orgogliosamente predica devozione al socialismo reale e al marxismo scientifico, e che, come ha gi\u00e0 dichiarato Ra\u00fal Castro durante la visita ufficiale di Obama lo scorso marzo, \u201cnon ha prigionieri politici nelle sue carceri\u201d.<\/p>\n<p><b>Il futuro delle relazioni con l\u2019isola<\/b><br \/>\nA questo punto, \u00e8 possibile considerare due possibili scenari nei futuri rapporti tra Washington e L\u2019Avana. Se la nuova amministrazione statunitense dovesse scegliere la linea dura, gli esponenti pi\u00f9 ortodossi del regime e pi\u00f9 ostili a qualsiasi normalizzazione delle relazioni potrebbero guadagnare potere, sentendosi legittimati ad accusare\u00a0<i>los gringos<\/i>\u00a0di tradimento degli accordi stipulati e chiamando a raccolta i cubani ad una nuova unione rivoluzionaria contro l\u2019imperialismo yankee.<\/p>\n<p>Propaganda a parte, ci\u00f2 si tradurrebbe in concreto nell&#8217;ennesima chiusura dell\u2019isola, con un aumento della repressione verso la dissidenza e la messa all\u2019angolo delle forze riformiste. \u00c8 lo scenario \u201cCuba nuova Corea del Nord tropicale\u201d.<\/p>\n<p>Dall\u2019altro lato, se Trump dovesse optare per una linea pi\u00f9 pragmatica, l\u2019intensificarsi delle relazioni commerciali e un\u2019eventuale uscita di scena di Ra\u00fal Castro (ormai ottantacinquenne) potrebbero portare all\u2019emersione di una classe dirigente pi\u00f9 disposta all\u2019apertura.<\/p>\n<p>Ci\u00f2, ovviamente, non eliminerebbe il rischio di eventuali colpi di coda da parte di irriducibili del castrismo pi\u00f9 intransigente, soprattutto tra i membri delle forze armate, n\u00e9 assicurerebbe un cambiamento politico reale. Basti pensare che il figlio di Ra\u00fal, Alejandro, gi\u00e0 si muove da delfino e fa affari con gruppi di investitori americani in prospettiva di un\u2019apertura economica ma del contemporaneo mantenimento del controllo politico.<\/p>\n<p>L\u2019\u00e9lite castrista non \u00e8 affatto disposta a perdere la posizione di privilegio economico di cui gode, ed \u00e8 quindi molto probabile che tenti di trasformare Cuba in un regime su modello cinese o vietnamita, con spazi per l\u2019economia di mercato accompagnati da un rigido controllo politico. \u00c8 lo scenario \u201cCuba nuovo Vietnam tropicale\u201d.<\/p>\n<p>D\u2019altronde, nessun regime comunista ha mai avuto la capacit\u00e0 di autoriformarsi politicamente e arrivare alla democrazia in maniera graduale. Le dittature marxiste o implodono come il blocco comunista dell\u2019Europa dell\u2019Est, o rimangono prigioniere dei loro stessi governanti, seguendo una linea pi\u00f9 o meno contraddittoria rispetto all\u2019ortodossia socialista, come appunto Cina o Vietnam.<\/p>\n<p><b>Un disgelo obbligato\u00a0<\/b><br \/>\nTuttavia, per Cuba portare avanti il processo di disgelo \u00e8 una necessit\u00e0. Non ci sono pi\u00f9 le condizioni economiche per la sopravvivenza dell\u2019isola, vista la carenza di aiuti dai Paesi amici. L\u2019assistenza sovietica non arriva pi\u00f9 dal 1991. Il Venezuela \u00e8 ormai al collasso e non riesce pi\u00f9 a fornire petrolio a prezzo di favore. E il Brasile, che aveva finanziato il mega-porto di Mariel e \u201cimportato\u201d medici cubani a peso d\u2019oro (pagandone lo stipendio direttamente al governo cubano), ha cambiato nettamente orientamento politico dopo 13 anni di governi del partito di Lula. L\u2019apertura \u00e8 quindi un percorso obbligato per mancanza di alternative.<\/p>\n<p>Infine, non bisogna dimenticare che le redini della politica estera statunitense sono comunque tenute dal Senato americano, a maggioranza repubblicana. Il quale, non a caso, non ha mai avallato la politica di avvicinamento di Obama, n\u00e9 approvato l\u2019invio di un rappresentante diplomatico statunitense a Cuba, portando alla situazione alquanto paradossale di aprire un\u2019ambasciata senza avere un ambasciatore.<\/p>\n<p>In sostanza, i futuri rapporti tra Washington e L\u2019Avana saranno s\u00ec influenzati dalle scelte dell&#8217;amministrazione Trump, ma non potranno evitare di fare i conti con la realt\u00e0 di un\u2019isola economicamente allo stremo da un lato, e con un\u2019eventuale ostilit\u00e0 dell\u2019establishment statunitense a qualsiasi concessione al regime castrista dall\u2019altro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se la politica estera di Donald Trump emerge lentamente dalle nebbie dell\u2019ambiguit\u00e0 e dell\u2019imprevedibilit\u00e0, il rapporto che si instaurer\u00e0 tra gli Usa del nuovo presidente e Cuba pare gi\u00e0 abbastanza chiaro. 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