{"id":65238,"date":"2017-03-21T10:04:50","date_gmt":"2017-03-21T09:04:50","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=65238"},"modified":"2017-11-03T15:12:51","modified_gmt":"2017-11-03T14:12:51","slug":"eu60-prematuro-parlare-federazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/03\/eu60-prematuro-parlare-federazione\/","title":{"rendered":"#EU60: prematuro parlare di Federazione"},"content":{"rendered":"<p>Un articolo appassionato di Giuliano Amato, a proposito di un interessante libro di Sergio Fabbrini, riprende con forza un tema che serpeggia nel dibattito italiano sull\u2019Europa: quello della necessit\u00e0 di pensare a un nucleo integrato secondo linee federali all\u2019interno di un\u2019Unione pi\u00f9 larga il cui collante resterebbe il mercato unico.<\/p>\n<p>Il tema sembra essere rilanciato dalle recenti allusioni di Angela Merkel, poi riprese dai quattro maggiori governi dell\u2019euro-zona, di un\u2019Europa a pi\u00f9 velocit\u00e0. Alla base ci sarebbe la convinzione che c\u2019\u00e8 in Europa una frattura fondamentale e insanabile sulle finalit\u00e0 stesse dell\u2019Unione. Non vorrei che la discussione fosse almeno in parte basata su un equivoco.<\/p>\n<p><b>Equivoci e interpretazioni<\/b><br \/>\nIn primo luogo, non mi sembra legittimo interpretare in questo senso tutti gli appelli degli europei che chiedono o propongono \u201cpi\u00f9 Europa\u201d. Chi, come Emmanuel Macron in Francia, propone un Parlamento della zona euro non lo fa all\u2019interno di un disegno federalista.<\/p>\n<p>Del resto, anche se cos\u00ec fosse, la parola \u201cfederalismo\u201d sarebbe oggi declinata in modo molto diverso e in parte incompatibile in francese, italiano, tedesco e probabilmente anche spagnolo. Fra la concezione tedesca di un \u201cgoverno delle regole\u201d con un esecutivo debole e quella francese di un esecutivo forte (non importa se intergovernativo o federale), c\u2019\u00e8 ancora un abisso.<\/p>\n<p>In secondo luogo, la distinzione fra gestione del mercato e compiti del preconizzato nucleo federale, \u00e8 molto pi\u00f9 complicata di come alcuni pensano. Si \u00e8 gi\u00e0 visto nel caso britannico che il punto pi\u00f9 delicato e del resto non completamente risolto nel negoziato condotto con David Cameron, fu proprio il rapporto fra mercato dei capitali e gestione dell\u2019euro-zona.<\/p>\n<p>Come Amato rileva nel suo articolo, il mercato unico \u00e8 ancora oggi, assieme al ruolo delle Bce nella gestione della moneta, il settore dove sono presenti i maggiori elementi \u201cfederali\u201d. Un mercato unico non strettamente interconnesso, anche dal punto di vista istituzionale, con settori oggetto di differenziazione sarebbe ben poca cosa; al massimo una zona di libero scambio come quella che tenteremo di negoziare con la Gran Bretagna.<\/p>\n<p>In terzo luogo,ricordo bene come nacque all\u2019inizio degli Anni \u201980 il concetto di \u201cdifferenziazione\u201d. Non fu certo per astratte ragioni istituzionali. Era ormai diffusa la convinzione che la Gran Bretagna non sarebbe stata disponibile per progressi decisivi oltre l\u2019approfondimento del mercato e si voleva trovare una strada per progredire anche senza Londra.<\/p>\n<p>Come sappiamo il principio \u00e8 stato applicato per l\u2019euro e per Schengen. Se oggi ne parliamo di nuovo, vuol dire che abbiamo in mente i Paesi scandinavi e l\u2019Europa orientale. Il problema dei primi non merita francamente che si spenda troppo tempo in architetture complesse. Sono popoli eminentemente pragmatici con cui troveremo sempre un modus vivendi. Da un punto di vista pratico, la Danimarca fa gi\u00e0 parte dell\u2019euro. La differenza fra la proposta di cui parliamo e la differenziazione fin qui praticata, \u00e8 che si tratterebbe di una scelta radicale fra modelli d\u2019integrazione.<\/p>\n<p><b>L\u2019Europa orientale pi\u00f9 difficile della Gran Bretagna<\/b><br \/>\nProprio da qui sorge il mio dubbio pi\u00f9 importante. L\u2019Europa orientale paradossalmente presenta difficolt\u00e0 maggiori della Gran Bretagna. Tutti sappiamo quanto l\u2019evoluzione recente di alcuni di quei Paesi sia fonte di preoccupazione. Da questo punto di vista \u00e8 comprensibile l\u2019irritazione che spinge a pensare a una minaccia di esclusione.<\/p>\n<p>Trovo tuttavia sorprendente che Paesi come la Francia e l\u2019Italia sembrino dimenticare che l\u2019arco d\u2019instabilit\u00e0 che va dal Baltico ai Balcani, da cui sono nate le due guerre mondiali che hanno portato il continente sull\u2019orlo del suicidio, \u00e8 ancora oggi il ventre molle dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>La Germania sembra oggi l\u2019unica ad essere cosciente dell\u2019importanza strategica e geopolitica di quei paesi e della necessit\u00e0 vitale che l\u2019Europa in un modo o nell\u2019altro contribuisca alla loro stabilizzazione. Solo chi ha scarsa memoria pu\u00f2 pensare che sia un obiettivo facile da raggiungere.<\/p>\n<p>Con la Gran Bretagna, Paese sicuramente democratico e nostro stabile alleato, anche dopo Brexit troveremo una forma di proficua collaborazione. Lo stesso non \u00e8 necessariamente vero a Oriente, soprattutto nel momento in cui assistiamo a una nuova minaccia russa.<\/p>\n<p>Con quei Paesi bisogna quindi adottare una strategia pi\u00f9 abile che limitarci a dire \u201cDecidete: \u2018Dentro o fuori\u2019\u201d. Non dimentichiamo che fino a poco tempo fa la Polonia era considerata uno dei grandi successi dell\u2019allargamento. Non possiamo nemmeno pensare che il rapporto con loro si possa ridurre a un legame commerciale. Deve invece essere politico e comprendere una dimensione di difesa che non possiamo pi\u00f9 abbandonare interamente alla Nato. Una ragione per rallentare la corsa di chi vuole andare avanti? Certamente no, ma ci vorr\u00e0 una strategia molto articolata.<\/p>\n<p><b>Portare avanti la costruzione ibrida<\/b><br \/>\nPer queste ragioni penso che la saggezza consista nel proseguire pazientemente sulla strada perseguita negli ultimi sessant\u2019anni: aggiungere progressivamente e rafforzare elementi federali in una costruzione ibrida. Almeno per il prevedibile futuro, Ventotene continuer\u00e0 a essere un faro ma \u00e8 destinata a restare un\u2019isola italiana. Nel frattempo, si pu\u00f2 usare la differenziazione come uno stimolo e come uno strumento per evitare i veti, ma senza dimenticare l\u2019unit\u00e0 a 27.<\/p>\n<p>Mi sembra che questo sia il senso delle prese di posizione prima del Benelux, poi della Germania e ora anche dell\u2019Italia. Evito per carit\u00e0 di patria di ricordare che chi di l\u00e0 dalle Alpi parla di velocit\u00e0 plurime ha a volte in mente anche un \u201ccaso italiano\u201d.<\/p>\n<p>Certo, il prezzo da pagare in termini di trasparenza e comprensione del processo, \u00e8 elevato. Amato lo rileva giustamente e uno sforzo di spiegazione \u00e8 indispensabile. Pi\u00f9 ancora della trasparenza del sistema, per battere i populisti \u00e8 necessario oggi chiudere il divario fra le aspettative, gli annunci e le realizzazioni concrete. La risposta a questa esigenza deve venire dalle politiche e non dagli assetti istituzionali.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un altro aspetto su cui invece concordo con, mi sembra, il pensiero implicito di Amato e di Fabbrini. La costruzione evolutiva e barocca in cui ci situiamo \u00e8 eminentemente instabile. Com\u2019\u00e8 dimostrato dal caso britannico, il momento di scegliere \u201cdentro o fuori\u201d arriver\u00e0 inevitabilmente. \u00c8 per\u00f2 nostro interesse che il momento della verit\u00e0 intervenga il pi\u00f9 tardi possibile e per il minor numero di Paesi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un articolo appassionato di Giuliano Amato, a proposito di un interessante libro di Sergio Fabbrini, riprende con forza un tema che serpeggia nel dibattito italiano sull\u2019Europa: quello della necessit\u00e0 di pensare a un nucleo integrato secondo linee federali all\u2019interno di un\u2019Unione pi\u00f9 larga il cui collante resterebbe il mercato unico. 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