{"id":65337,"date":"2017-06-03T15:30:26","date_gmt":"2017-06-03T13:30:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=65337"},"modified":"2017-11-03T15:12:12","modified_gmt":"2017-11-03T14:12:12","slug":"la-guerra-dei-giorni-cinquanta-anni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/06\/la-guerra-dei-giorni-cinquanta-anni\/","title":{"rendered":"La Guerra dei Sei Giorni cinquanta anni dopo"},"content":{"rendered":"<p>La prima missione di Donald Trump in Israele, e la prima volta di un presidente americano in carica al Muro del Pianto, ha quasi coinciso con la commemorazione di un evento che per gli Israeliani significa la riunificazione di Gerusalemme e per gli Arabi \u00e8 un motivo di frustrazione.<\/p>\n<p>Fra la fine maggio e i primi di giugno 1967, esattamente mezzo secolo fa, matura il\u00a0<i>casus belli\u00a0<\/i>che provocher\u00e0 la Guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) fra Israele e la coalizione araba guidata dalla Repubblica Araba Unita (Rau), come ancora si chiamava l\u2019Egitto dopo che la Siria aveva abbondonato l\u2019Unione. La guerra in ebraico \u00e8 letteralmente denominata\u00a0<i>Milhemet Sheshet Ha Yamim<\/i>, in arabo suona come\u00a0<i>an-Naksah<\/i>, la sconfitta.<\/p>\n<p><b>L\u2019entrata in Gerusalemme di Dayan e Rabin<\/b><br \/>\nUna foto del 7 giugno 1967 ritrae l\u2019ingresso in Gerusalemme, attraverso la Lion\u2019s Gate, del ministro della Difesa Moshe Dayan e del capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin. I due indossano le divise militari e gli elmetti, camminano a piedi per rispettare la sacralit\u00e0 del luogo e dichiarare subito l\u2019intento di pacificare la Citt\u00e0 senza tenerla\u00a0<i>manu militari<\/i>. La conquista della Citt\u00e0 Santa (Al Quds, la santa, per gli Arabi) significa portarla nella sua integrit\u00e0 sotto il controllo israeliano.<\/p>\n<p>Anni dopo (1980) la Knesset la dichiarer\u00e0 capitale unita e indivisa dello Stato, con ci\u00f2 ponendo un\u2019ipoteca sui negoziati circa lo status di capitale di Israele e Palestina (secondo la formula sacramentale due popoli &#8211; due Stati). Di unit\u00e0 e indivisibilit\u00e0 di Gerusalemme parla il primo ministro Netanyahu nell\u2019allocuzione di benvenuto a Trump, il quale invece tace circa l\u2019ipotesi di trasferire l\u2019ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.<\/p>\n<p><b>I verbali israeliani desegretati<\/b><br \/>\nA distanza da cinquanta anni dalla Guerra l\u2019Archivio di stato d\u2019Israele ha desegretato i verbali delle sedute del gabinetto di sicurezza prima, durante e dopo il conflitto del 1967. Il gabinetto si riunisce nel formato ristretto al primo ministro, ai ministri competenti, al capo di Stato Maggiore, ai responsabili dei servizi di sicurezza. Il governo \u00e8 di unit\u00e0 nazionale. Si infittiscono i segnali dell\u2019agitazione araba, i proclami del presidente egiziano GamalAbdel-Nasser si fanno pi\u00f9 bellicosi.<\/p>\n<p>Il primo ministro Levi Eshkol (laburista) teme un massacro e resiste alle pressioni dei militari di aprire subito le ostilit\u00e0. Il ministro della Difesa Moshe Dayan (laburista) si mostra anch\u2019egli prudente, avverte che \u201cci sono limiti alla nostra abilit\u00e0 nello sconfiggere gli Arabi\u201d.<\/p>\n<p>Il 2 giugno la situazione precipita. L\u2019Egitto viola gli accordi internazionali, penetra nella penisola del Sinai, chiude gli Stretti di Tiran che danno accesso al Golfo di Aqaba, ignora l\u2019avvertimento israeliano che la chiusura degli Stretti sarebbe stata considerata un\u00a0<i>casus belli<\/i>. A quel punto, in seno al gabinetto, il capo di Stato Maggiore Yitzhak Rabin dichiara che se Israele non colpisce per primo, \u201cci sar\u00e0 un grave pericolo per l\u2019esistenza d\u2019Israele e la guerra sar\u00e0 difficile, penosa e con numerose vittime\u201d. Il governo decide l\u2019attacco preventivo.<\/p>\n<p><b>L\u2019attacco preventivo e il ruolo della Giordania<\/b><br \/>\nL\u2019attacco preventivo si consuma in una serie di incursioni aeree sui principali aeroporti nemici e porta a distruggere a terra buona parte delle loro flotte aeree. L\u2019Idf (Israel Defense Forces) interviene coi mezzi corazzati nella penisola del Sinai.<\/p>\n<p>Il governo Eshkol esorta la Giordania a tenersi fuori dal conflitto sia per proteggere la stessa Giordania dalla ritorsione e sia per evitare a Israele l\u2019apertura di un secondo fronte a est oltre quello siriano. Il Regno di Giordania esita ad integrare la coalizione araba pur avendo appena sottoscritto un patto di mutua difesa con l\u2019Egitto, ma finisce per cedere alle pressioni egiziane sulla base di rapporti che danno la coalizione in vantaggio. L\u2019artiglieria giordana e irachena bombarda la zona ovest di Gerusalemme e fornisce all\u2019Idf il motivo per intervenire a difesa.<\/p>\n<p><b>L\u2019euforia della vittoria fra gli israeliani<\/b><br \/>\nIl 6 giugno, il gabinetto israeliano \u00e8 in preda all\u2019euforia. Dayan dichiara che \u201c\u00e8 possibile raggiungere Sharm al-Sheikh e il fiume Litani in Libano\u201d. Qualcuno vagheggia avanzate oltre il Canale di Suez e fino al Cairo. Il 10 giugno si raggiunge il cessate il fuoco su pressione americana.<\/p>\n<p>Il 14 giugno, cessate le ostilit\u00e0 sul terreno, il gabinetto esamina le prospettive dopo la vittoria, la cui portata \u00e8 andata oltre qualsiasi previsione. Mai come prima nella sua giovane storia (lo Stato fu fondato nel 1948), Israele controlla cos\u00ec tanto territorio e cos\u00ec tante popolazioni. Il ministro degli Esteri Abba Eban esalta la vittoria come la pi\u00f9 significativa \u201cdella diplomazia pubblica d\u2019Israele\u201d, tale da suscitare l\u2019ammirazione del mondo.<\/p>\n<p>Il 15 giugno il gabinetto discute del destino dei territori occupati. Eban ammette che \u201cstiamo seduti su un barile di dinamite\u201d: amministrare due popoli, uno dei quali provvisto di diritti e l\u2019altro privo di diritti, \u00e8 una pratica \u201cdifficile da difendere, persino nello speciale quadro della storia ebraica\u201d.<\/p>\n<p>Alcuni ministri propongono di trasferire gli Arabi altrove. Altri riconoscono che essi \u201csono abitanti di questa terra\u2026 Non c\u2019\u00e8 alcuna ragione di prendere gli Arabi che sono nati qui e di trasferirli in Iraq\u201d. Il primo ministro conclude che il punto non deve essere dirimente al momento: importa che \u201cabbiamo affermato che la Terra d\u2019Israele \u00e8 nostra di diritto\u201d.<\/p>\n<p><b>La figura di Rabin e l\u2019impatto del conflitto<\/b><br \/>\nLa Guerra dei Sei Giorni apre la riflessione in Israele circa la natura dello Stato (la compatibilit\u00e0 dell\u2019occupazione col sistema democratico) e la possibilit\u00e0 di trovare un accomodamento coi vicini arabi. Nel 1992, colui che nel 1967 era il capo di Stato Maggiore torna a coprire la carica di primo ministro.<\/p>\n<p>Attorno alla figura di Yitzhak Rabin la letteratura \u00e8 generalmente concorde. Si tratta di un personaggio dalle molteplici sfaccettature: militare a tutto tondo, responsabile di rudezze, capace di parlare il linguaggio del compromesso fino ad essere insignito del Nobel per la Pace (1994).<\/p>\n<p>Negli Stati Uniti \u00e8 appena uscita la biografia a cura di Itamar Rabinovich, uno stretto collaboratore dello stesso Rabin. Il libro (<i>Yitzhak Rabin: Soldier, Leader, Statesman<\/i>, Yale University Press) si concentra sull\u2019esperienza di Rabin come primo ministro nei primi Anni Novanta del XX secolo e sulla sua volont\u00e0 di giungere ad un assetto definitivo riguardo ai binari palestinese e siriano.<\/p>\n<p>Rabin concepisce la restituzione del Golan alla Siria (le alture furono conquistate nel 1967) e concessioni territoriali ai Palestinesi. Lo scopo ultimo di scelte che Rabin sa dolorose per il suo popolo \u00e8 di affermare per Israele il diritto di cittadinanza in Medio Oriente: non pi\u00f9 un corpo estraneo da espungere con la forza, ma un Paese \u201cnormale\u201d con cui intrattenere normali rapporti di vicinato se non proprio di collaborazione. Nel 1995 Rabin paga il progetto con la vita.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La prima missione di Donald Trump in Israele, e la prima volta di un presidente americano in carica al Muro del Pianto, ha quasi coinciso con la commemorazione di un evento che per gli Israeliani significa la riunificazione di Gerusalemme e per gli Arabi \u00e8 un motivo di frustrazione. 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