{"id":65466,"date":"2017-05-14T19:23:09","date_gmt":"2017-05-14T17:23:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=65466"},"modified":"2017-11-03T15:12:23","modified_gmt":"2017-11-03T14:12:23","slug":"tutte-le-incognite-dellincontro-serraj-haftar","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/05\/tutte-le-incognite-dellincontro-serraj-haftar\/","title":{"rendered":"Tutte le incognite dell\u2019incontro tra Serraj e Haftar"},"content":{"rendered":"<p>Si sono incontrati ad Abu Dhabi lo scorso 2 maggio, dove avrebbero discusso di alcune questioni importanti per il futuro della Libia: da una parte il generale Khalifa Haftar, capo dell\u2019Esercito nazionale libico e uomo forte di Tobruk, dall\u2019altra Fayez al-Serraj, premier del governo di accordo nazionale riconosciuto dall\u2019Onu.<\/p>\n<p>Dopo una serie di mediazioni fallite, spesso a causa dell\u2019atteggiamento poco collaborativo del generale, questa volta gli sponsor di Haftar &#8211; Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia su tutti &#8211; sembrano aver ricondotto il figliol prodigo a pi\u00f9 miti consigli. L\u2019evento \u00e8 stato accolto con un certo ottimismo dalle cancellerie internazionali, tuttavia \u00e8 bene non farsi troppe illusioni: \u201cl\u2019intesa di massima\u201d discussa nella capitale degli Emirati presenta molte criticit\u00e0 sia per l\u2019assetto istituzionale che potrebbe generare sia in termini di concreta applicabilit\u00e0.<\/p>\n<p><b>Tobruk e il modello al-Sisi<\/b><br \/>\nPartiamo dal primo punto. Premesso che i dettagli sono ancora poco chiari, la proposta politica che sarebbe scaturita dall\u2019incontro \u00e8 decisamente sbilanciata verso Tobruk, il che non dovrebbe stupirci visto che \u00e8 stata mediata dai suoi alleati.<\/p>\n<p>In sintesi: elezioni entro marzo 2018, scioglimento delle milizie locali, formazione di un nuovo Consiglio presidenziale non pi\u00f9 composto da nove membri ma da Serraj, Haftar e dal presidente del Parlamento di Tobruk Aghila Saleh, fedele al generale, e, forse, un comando delle Forze armate maggiormente svincolato dal controllo del governo civile, come invece imposto dagli accordi di Skhirat del 2015.<\/p>\n<p>Detta in altri termini,il generale della Cirenaica in un colpo solo potrebbe avere l\u2019istituzione pi\u00f9 importante del Paese dalla sua parte, con Serraj in minoranza, un ruolo militare di primo piano e la possibilit\u00e0 di presentarsi alle elezioni, magari vincendole in assenza di una valida alternativa.<\/p>\n<p>Le conseguenze di un tale scenario non sono difficili da prevedere: una deriva verso un modello militare sullo \u201cstile al-Sisi\u201d. Un\u2019ipotesi destinata a rivitalizzare il fronte islamista e portare il Paese verso una deriva securitaria, cos\u00ec come accaduto in Egitto. A livello internazionale, la Russia, forte del paventato disimpegno americano in Libia, avrebbe \u201cchiuso il cerchio\u201d, con una rafforzata partnership tra Tripoli e il Cairo utile alla sua proiezione strategica nell\u2019area.<\/p>\n<p><b>Milizie e lotta al terrorismo<\/b><br \/>\nSe questo \u00e8 il quadro teorico che emerge dalle frammentate informazioni trapelate sui media locali, all\u2019atto pratico i punti del possibile accordo presentano non poche criticit\u00e0 in termini di fattibilit\u00e0. In primo luogo, si \u00e8 parlato della necessit\u00e0 di sciogliere i gruppi armati e di integrarli in un unico esercito sotto il controllo di Haftar.<\/p>\n<p>Il tema del disarmo delle milizie \u00e8 la spina nel fianco della Libia fin dal 2011 quando, dopo la morte di Gheddafi, i miliziani raccolti sotto il Consiglio nazionale di transizione si sono rifiutati di consegnare le armi e di integrarsi in un esercito regolare, alimentando tendenze centrifughe, impegnate a creare entit\u00e0 autonome basate su rivendicazioni territoriali o di risorse. Difficile credere che possano decidere, senza colpo ferire, di cedere le armi. L\u2019ipotesi pi\u00f9 plausibile \u00e8 quella di una recrudescenza degli scontri tra diverse fazioni del territorio.<\/p>\n<p>In secondo luogo, va considerato il possibile orientamento delle formazioni islamiste, soprattutto nella zona di Tripoli, controllata parzialmente e a fatica da Serraj. Giova fare un passo indietro. Haftar si \u00e8 accreditato nel panorama libico post-rivolte nel 2014, lanciando l\u2019operazione dignit\u00e0 contro le forze islamiste. Da allora si \u00e8 auto-proclamato baluardo della lotta al terrorismo, legittimandosi in chiave anti-jihadista, senza alcun discrimine tra le forze moderate e i gruppi dichiaratamente radicali.<\/p>\n<p>Un atteggiamento che gli \u00e8 valso un palmar\u00e8s di alleati e sponsor di primo piano da al-Sisi a Putin, ma anche molti detrattori sia a livello locale che regionale. \u00c8 facile prevedere che, soprattutto in Tripolitania, diversi gruppi non accetteranno un ruolo di primo piano per il nemico giurato. Tra questi, le numerose milizie di Misurata, una sorta di \u201cterzo potere\u201d in Libia, fin qui parzialmente fedeli al premier di Tripoli ma che mal digerirebbero un suo possibile cedimento. Alcuni gruppi misuratini hanno gi\u00e0 abbandonato Serraj e altri ancora potrebbero farlo, rendendo cos\u00ec ancora pi\u00f9 isolato il premier del governo di accordo nazionale.<\/p>\n<p>Difficile credere che il debole premier tripolino, davanti a un tale scenario, possa acconsentire alle richieste dei mediatori di Abu Dhabi.I problemi non mancherebbero neppure a livello regionale:Turchia e Qatar, che sostengono da sempre gli islamisti di Tripoli,non resteranno in silenzio davanti alla deriva del Paese verso gli avversari regionali.<\/p>\n<p><b>Ribilanciare la mediazione con Tripoli<\/b><br \/>\nIl quadro sembra davvero a tinte fosche e la stabilit\u00e0 della Libia ancora lontana. Forse, per evitare un nuovo ginepraio, sarebbe utile riprendere in mano gli strumenti della diplomazia e ribilanciare i termini della mediazione, oggi completamente appannaggio degli sponsor di Tobruk.<\/p>\n<p>Un maggior coinvolgimento &#8211; e una maggiore convinzione &#8211; di alcuni attori regionali, come Algeria e Tunisia, potrebbe essere un buon inizio. Tuttavia, senza un\u2019azione pi\u00f9 incisiva e coesa degli Stati europei, al momento pi\u00f9 interessati alla realpolitik che all\u2019agire comune, poco potr\u00e0 essere fatto. In un contesto cos\u00ec delineato, l\u2019Italia, fin qui vicina a Tripoli, potrebbe ancora aspirare a un ruolo di mediatore per la stabilizzazione della Libia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si sono incontrati ad Abu Dhabi lo scorso 2 maggio, dove avrebbero discusso di alcune questioni importanti per il futuro della Libia: da una parte il generale Khalifa Haftar, capo dell\u2019Esercito nazionale libico e uomo forte di Tobruk, dall\u2019altra Fayez al-Serraj, premier del governo di accordo nazionale riconosciuto dall\u2019Onu. 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