{"id":65570,"date":"2017-07-17T12:52:27","date_gmt":"2017-07-17T10:52:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=65570"},"modified":"2017-11-03T15:11:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:11:11","slug":"israele-palestina-viaggio-2-stati-possibili","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/07\/israele-palestina-viaggio-2-stati-possibili\/","title":{"rendered":"Israele e Palestina: viaggio in due Stati (possibili?)"},"content":{"rendered":"<p>Con altri 50 attivisti ebrei di pi\u00f9 Paesi d&#8217;Europa legati a Jcall (associazione di ebrei europei impegnata nel sostegno ad una soluzione &#8216;a due Stati&#8217; del conflitto israelo-palestinese) ho compiuto il mese scorso un viaggio fra Israele e i territori. Un appuntamento denso di visite e incontri, dalla Knesset israeliana all&#8217;Anp di Ramallah, da Sderot sul limitare della striscia di Gaza a Hebron, con think tank e Ong, per ascoltare una pluralit\u00e0 di voci, comprendere opinioni e inquietudini, partecipare, con movimenti della societ\u00e0 civile, ad azioni sul terreno.<\/p>\n<p>Quest&#8217;anno, nella ricorrenza dei 50 anni dalla\u00a0<b><u><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=3982\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">guerra del &#8217;67<\/a><\/u><\/b>\u00a0e dell&#8217;inizio dell&#8217;occupazione, vi era un&#8217;urgenza particolare: essere, in quanto ebrei della Diaspora europea, vicini agli animatori della campagna Siso \u2013\u00a0<b><u><a href=\"http:\/\/www.siso.org.il\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><i>Save Israel, stop the occupation<\/i><\/a><\/u><\/b>-, promossa dall&#8217;Appello di 500 israeliani agli ebrei del mondo, in una comune battaglia delle idee.<\/p>\n<p><b>Yehoshua per una soluzione transitoria<\/b><br \/>\nUn sabato sera a Tel Aviv incontriamo Abraham B. Yehoshua, l&#8217;insigne scrittore, sempre arguto, bonariamente polemico e irriverente. Ci ripete quanto gi\u00e0 espresso in recenti interviste: la presenza di circa 600.000 israeliani fra Gerusalemme Est e la Cisgiordania, la stessa topografia degli insediamenti cos\u00ec intrecciata con le localit\u00e0 palestinesi, gli ostacoli enormi allo sgombero delle colonie, il timore di una quasi \u2018guerra civile&#8217; che scuota e sconvolga Israele rendono molto difficile la spartizione della terra contesa come voluto dal paradigma &#8216;a due Stati&#8217; che domina la scena politica dagli anni &#8217;80 e soprattutto dagli anni &#8217;90 con gli accordi di Oslo.<\/p>\n<p>Come soluzione forse transitoria occorre alleviare le condizioni di oppressione dei circa 100.000 palestinesi abitanti nell&#8217;Area C \u2013 circa il 60 % della Cisgiordania, sotto il controllo pieno di Israele \u2013 e degli oltre 300.000 residenti arabi di Gerusalemme Est, accordando loro diritti di cittadinanza.<\/p>\n<p><b>La seduzione dell&#8217;ipotesi confederale<\/b><br \/>\nAltri sostengono che, pur nel rispetto del principio di &#8216;due Stati sovrani per due popoli&#8217; lungo i confini pre-67, il paradigma dominante negli ultimi 20-30 anni della separazione fra israeliani e palestinesi contraddice geografia dei luoghi e demografia \u2013 che vedono le due popolazioni frammiste sullo stesso territorio \u2013 nonch\u00e9 il legame affettivo-spirituale di ambedue i popoli con la terra. Propongono quindi di passare a un modello \u2018confederale&#8217; in cui israeliani e palestinesi, pur rispettivamente cittadini dei loro Stati ed elettori dei propri Parlamenti, godano di libert\u00e0 di movimento e di residenza in un&#8217;unica \u2018patria&#8217; comune.<\/p>\n<p>\u00c8 un&#8217;<b><u><a href=\"http:\/\/www.2states1homeland.org\/en\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">ipotesi seduttiva<\/a><\/u><\/b>, stretta fra il realismo dei fatti sul campo che spingono verso un esito del genere e l&#8217;utopia del ritenere che i coloni siano disposti ad alterare drasticamente il loro stile di vita, aprendo le loro comunit\u00e0, accettando di essere soggetti alla sovranit\u00e0 palestinese, senza la protezione dell&#8217;esercito israeliano; e d&#8217;altra parte che gli israeliani accettino l&#8217;ingresso pur graduale di rifugiati palestinesi sul territorio di Israele.<\/p>\n<p><b>Scambio di territorio per incorporare gli insediamenti<\/b><br \/>\nInsomma, l&#8217;interrogativo preminente per la possibilit\u00e0 dei due Stati riguarda i coloni e il loro atteggiamento. Gli assertori pi\u00f9 coerenti dei due Stati insistono sul fatto che circa met\u00e0 dei 120 insediamenti sono piccoli e remoti (in totale circa 30.000 abitanti). In altri 50 risiedono circa 100.000 coloni. Restano 15 insediamenti, detti, nel linguaggio degli addetti ai lavori\u00a0<i>settlement blocs<\/i>, in un triangolo compreso fra Modiin Illit a nord di Gerusalemme, Maale Adumim a est e Gush Etzion a sud, dove risiedono oltre 400.000 israeliani (l&#8217;80% di coloro che vivono oltre la Linea verde pre-67).<\/p>\n<p>La superficie di questi insediamenti occupa circa il 4% della Cisgiordania e uno scambio paritario in cui Israele cederebbe suoi territori vicini alla striscia di Gaza o nel sud vicino al Mar Morto consentirebbe d&#8217;incorporare quell&#8217;80%, e di evacuare gli altri 130.000 con il favore di adeguati indennizzi economici.<\/p>\n<p><b>La posizione di\u00a0<i>Commanders for Israel&#8217;s Security<\/i><\/b><br \/>\nUna posizione affine \u00e8 avanzata da\u00a0<i>Commanders for Israel&#8217;s security<\/i>, un&#8217;associazione di ex generali dell&#8217;esercito, Mossad e Shabak. Riconoscendo che un accordo di pace non \u00e8 oggi possibile per la debolezza e le divisioni in seno al mondo palestinese, il settarismo ideologico di Hamas, la frantumazione degli Stati nel Medio Oriente, essi ritengono che sia necessaria una fase transitoria che garantisca la sicurezza di Israele e consenta l&#8217;affermarsi nel tempo di un clima di fiducia che prepari un accordo di pace.<\/p>\n<p>L&#8217;annessione fra il 3 e il 4% della Cisgiordania con scambio di territori, il ritiro dell&#8217;esercito e lo sgombero dei circa 130.000 coloni saranno rinviati al momento in cui si giunger\u00e0 a quell&#8217; accordo. Nel frattempo Israele dovrebbe accettare l&#8217;offerta di pace della Lega araba e la convergenza di interessi con il mondo sunnita contro l&#8217;espansionismo dell&#8217;Iran e la minaccia del sedicente Stato islamico; dichiarare di non nutrire pretese territoriali ad est della barriera; interrompere ogni attivit\u00e0 di costruzione nelle colonie in quell&#8217;area; e soprattutto consentire lo sviluppo di attivit\u00e0 edilizia ed economica nell&#8217;Area C della Cisgiordania cos\u00ec vitale per i palestinesi che vi abitano.<\/p>\n<p><b>Le contraddizioni dell&#8217;opinione pubblica israeliana<\/b><br \/>\nLe inchieste sull&#8217;opinione pubblica in Israele descrivono un quadro complicato. Una minoranza di ebrei israeliani ritiene urgente porre fine all&#8217;occupazione ed \u00e8 disposta ad agire contro lo status quo e in difesa della democrazia nel Paese, lesa dall&#8217;offensiva di sapore \u2018maccartista&#8217; della destra contro i media, la giustizia, l&#8217;accademia, le istituzioni culturali, le Ong. Una minoranza pi\u00f9 ampia predica l&#8217;annessione dei territori e cela con ambiguit\u00e0 lessicale la sorte dei palestinesi che vi abitano: saranno annessi anche essi, ma senza diritti civili e politici, oppure espulsi, oppure spinti con lusinghe economiche ad emigrare, e dove?<\/p>\n<p>La maggioranza fluttuante ammette che vi sia un prezzo da pagare per la pace, ma vuole che quel prezzo sia il minimo possibile, cio\u00e8 che Israele mantenga il controllo sul massimo di territorio e conceda il minimo dei diritti ai palestinesi che resteranno sotto occupazione.<\/p>\n<p>Per un complesso di ragioni \u2013 la separazione profonda fra le due societ\u00e0, la percezione prevalente in Israele dei palestinesi come il nemico omicida e ingrato, che non merita fiducia n\u00e9 i diritti di un popolo, la valutazione errata dei costi materiali ed umani del conflitto da un lato e dei dividendi della pace dall&#8217;altro, l&#8217;illusione che lo status quo possa essere sostenuto indefinitamente, il sentimento di insicurezza connesso con il ritenere che il conflitto arabo-ebraico sia un elemento permanente, quasi esistenziale della condizione di Israele -, larga parte degli israeliani considera che il rischio della pace con i suoi benefici incerti e lontani nel tempo ecceda il costo della non pace, di una normalit\u00e0 in fondo tollerabile, un&#8217;economia florida, una societ\u00e0 vibrante, nonostante l&#8217;irrompere ricorrente della violenza e il degrado della democrazia nel Paese.<\/p>\n<p><b>Le spinte dal basso della societ\u00e0 civile<\/b><br \/>\nCome ci ha confermato Stav Shaffir, giovane parlamentare laburista in un incontro alla Knesset, il 55% degli israeliani (il 50% fra gli ebrei, l&#8217;80% fra gli arabi di Israele) appoggia i due Stati. \u00c8 una quota declinante fra gli intervistati, ma resta solida malgrado la retorica ossessiva della destra circa la mancanza di partner e le nequizie infinite dei palestinesi.<\/p>\n<p>Su questi strati d&#8217;opinione tendono ad orientare la loro azione nuovi movimenti di base, che nascono dalla societ\u00e0 civile, ma faticano per ora a tradursi in azione politica: fra questi, Darkenu \u2013 volontari che agiscono quasi \u2018porta a porta&#8217; nelle periferie del Paese, fra gli elettori di destra, gli strati pi\u00f9 marginali della societ\u00e0 che non intravvedono il legame fra la loro povert\u00e0, le disuguaglianze acute nella societ\u00e0 e il costo dell&#8217;occupazione \u2013 e\u00a0<i>Women wage peace<\/i>\u00a0\u2013 un movimento di donne nato appena l&#8217;anno scorso e che ha portato migliaia di donne, ebree ed arabe, a marciare per giorni nell&#8217;ottobre invocando la fine del conflitto.<\/p>\n<p>In una visita a Sderot, la citt\u00e0 scossa da anni dalla guerra di guerriglia condotta da Hamas, e ad Ofakim, una modesta citt\u00e0 di sviluppo nel Negev, donne di questo movimento, di famiglie originarie dei Paesi arabi e orientate per tradizione a votare per la destra ci danno il senso del potere trasformativo di siffatte azioni dal basso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Con altri 50 attivisti ebrei di pi\u00f9 Paesi d&#8217;Europa legati a Jcall (associazione di ebrei europei impegnata nel sostegno ad una soluzione &#8216;a due Stati&#8217; del conflitto israelo-palestinese) ho compiuto il mese scorso un viaggio fra Israele e i territori. 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