{"id":6680,"date":"2007-11-23T00:00:00","date_gmt":"2007-11-22T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/percorso-a-ostacoli-verso-la-pace-in-medio-oriente\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:12","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:12","slug":"percorso-a-ostacoli-verso-la-pace-in-medio-oriente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/11\/percorso-a-ostacoli-verso-la-pace-in-medio-oriente\/","title":{"rendered":"Percorso a ostacoli verso la pace in Medio Oriente"},"content":{"rendered":"<p>Il 27 novembre israeliani e palestinesi si incontrano ad Annapolis, sotto il patrocinio degli Usa, per lanciare un nuovo negoziato. La conferenza \u00e8 stata fermamente voluta dagli Stati Uniti ed \u00e8 parte del nuovo approccio che il Segretario di Stato, Condoleezza Rice, sta portando avanti a misura che si affievolisce l\u2019influenza dei neoconservatori sull\u2019Amministrazione, dopo l\u2019estromissione di Rumsfeld. In un primo momento nel luglio 2007, vista la buona socializzazione di Olmert e Abbas nei loro incontri settimanali, la diplomazia Usa cerc\u00f2 di innalzare il tenore dell\u2019agenda introducendo i temi dello status finale e fissando Annapolis come una conferenza definitiva, in cui almeno i contorni dei due Stati sarebbero stati approvati dalle due parti. Poich\u00e9, pur restando buona l\u2019interazione fra i due leader, l\u2019accordo stentava a emergere, Annapolis \u00e8 divenuta una conferenza di apertura. <\/p>\n<p>In questa conferenza le parti faranno una dichiarazione comune sulla cui base inizieranno &#8211; con la benedizione della diplomazia internazionale, europea e araba &#8211; un negoziato che dovrebbe concludersi in modo positivo prima della fine del 2008, dando cos\u00ec a George W. Bush quell\u2019opportunit\u00e0 di entrare nella storia con la realizzazione dei \u201cdue Stati\u201d che Clinton manc\u00f2 nel 2000. Che esito avr\u00e0 questa iniziativa? Difficile fare un pronostico: ci sono ottimisti (soprattutto fra i diplomatici) e pessimisti (fra gli analisti). Cerchiamo qui di seguito di ricordare brevemente gli elementi principali dell\u2019iniziativa e metterla nella prospettiva globale in cui la signora Rice la vede, senza troppo avventurarci in profezie.<\/p>\n<p><b>Percorso di avvicinamento<\/b><br \/>Le modalit\u00e0 del negoziato e i suoi obiettivi contengono due novit\u00e0 principali, alle quali \u00e8 in buona parte affidato il successo dell\u2019iniziativa. Lo status finale, innanzitutto, diventa l\u2019obiettivo precipuo e immediato del negoziato; esso non \u00e8 pi\u00f9 la fase finale degli avvicinamenti elencati prima da Oslo e poi dalla Road Map. In effetti, l\u2019avvicinamento si \u00e8 rivelato un percorso che ha crudelmente esposto il processo di pace ad ogni genere di attentato terroristico, lasciandolo sin troppo facilmente nelle mani dei suoi avversari. Tuttavia, in secondo luogo, le misure di fiducia inutilmente perseguite nel passato attraverso le fasi previste dal processo non vengono del tutto cancellate: le misure e gli obiettivi previsti dalla fase 1 della Road Map saranno negoziati &#8211; in quanto essenziali, tecnicamente e politicamente, a qualsiasi status finale &#8211; ma parallelamente (e non prima) dello status finale. In questa prospettiva, gli Usa assumono un ruolo arbitrale, riconosciuto dalle parti, che dovrebbe sbloccare il negoziato su tutti gli scogli e i dettagli su cui nel passato si \u00e8 invece bloccato. Questo arbitrato americano \u00e8 un\u2019altra novit\u00e0 e, rispetto all\u2019approccio di non interferenza che gli Usa hanno sempre adottato nel passato verso il conflitto israelo-palestinese, segna un innalzamento notevole dell\u2019impegno di Washington se non un vero e proprio salto di qualit\u00e0.<\/p>\n<p>Sul piano della diplomazia internazionale, l\u2019iniziativa beneficia di un forte appoggio europeo. Ci sono dubbi in Europa (ma ci sono anche al Dipartimento di Stato), ma c\u2019\u00e8 anche il senso di una sfida che va comunque colta e affrontata con ampia solidariet\u00e0. <\/p>\n<p>Non \u00e8 invece altrettanto chiaro l\u2019impegno degli alleati arabi e della Lega Araba. Le esitazioni provengono da due elementi. In primo luogo, le divisioni dei palestinesi fra Cisgiordania e Gaza, Fatah e Hamas: l\u2019appoggio a Fatah contro Hamas, nel contesto di un\u2019iniziativa Usa esattamente volta a isolare Hamas, ravviva l\u2019opposizione interna ai regimi, ben oltre la cerchia degli islamisti e dei fratelli mussulmani. In secondo luogo, ci sono perplessit\u00e0 sull\u2019esclusione dall\u2019agenda del versante siriano (e libanese) del conflitto: una pace israelo-palestinese che lascia irrisolto il nodo israelo-siriano rischia di inchiodare all\u2019Iran e all\u2019asse sciita una Siria che sembra a esso insofferente e che andrebbe dunque incentivata a staccarsene.  Mentre la formula capace di convincere la Siria a partecipare alla conferenza \u00e8 stata evidentemente trovata (anche perch\u00e9 Damasco nelle ultime settimane sembra aver concepito un suo autonomo interesse ad Annapolis), su Hamas gli arabi si scontrano con una ineliminabile contraddizione: Annapolis \u00e8 per escludere Hamas e, in pratica, richiede a chi vi partecipa di schierarsi in questo senso. Annapolis si presenta, dunque, con un buon appoggio europeo e uno incerto invece da parte degli arabi.<\/p>\n<p><b>Incertezza araba<\/b><br \/>La questione del debole appoggio arabo alla conferenza di Annapolis introduce la terza dimensione di questa iniziativa che conviene sottolineare e che riguarda la valenza strategica che gli USA gli assegnano nel conflitto che li oppone all\u2019Iran e ai suoi alleati regionali, alla mezzaluna sciita da Teheran a Beirut, con i suoi satelliti in Pachistan, Arabia Saudita, Bahrein, Yemen e altri. La nascita di uno Stato palestinese filo-occidentale, in pace con Israele e appoggiato da un numero di paesi arabi moderati taglierebbe l\u2019erba sotto i piedi di Hamas all\u2019interno dell\u2019emirato che gli islamismi palestinesi si sono ritagliati a Gaza e sarebbe una sconfitta per l\u2019Iran di Ahmadinejad. Il processo che si inaugura ad Annapolis \u00e8 anche il consolidamento del fronte sunnita moderato contro gli sciiti e ha per gli USA un senso globale che si connette alla difficile transizione iniziata con l\u2019occupazione dell\u2019Iraq.<\/p>\n<p>La valenza globale che gli Usa danno al processo di Annapolis, contando sul suo successo, \u00e8 un proseguimento con altri mezzi della strategia di scontro che l\u2019Amministrazione ha lanciato dopo l\u201911 settembre. Quella strategia era basata sulla stabilizzazione dell\u2019Iraq e sull\u2019avvio di un processo regionale di democratizzazione. I risultati sono stati pi\u00f9 che deludenti e hanno partorito due risposte possibili: una \u00e8 quella Baker-Hamilton di negoziato regionale, al fine di prendere atto dei nuovi equilibri (precipitati dallo stesso intervento Usa) e, dove possibile, plasmarli; l\u2019altra \u00e8 quella inaugurata dalla Rice che in definitiva prevede prima o poi un negoziato regionale, ma intende affrontarlo da posizioni di forza. Che questa strategia della Rice abbia finito per rivalutare l\u2019importanza del conflitto israelo-palestinese, ampiamente trascurato invece dall\u2019Amministrazione nella sua fase rampante, \u00e8 piuttosto ironico (e siccome gli europei lo hanno sempre sostenuto, dovrebbe essere monetizzato nel quadro transatlantico: ma su questo non c\u2019\u00e8 speranza).<\/p>\n<p>Il tentativo di riprendere in mano un processo trascurato, caricandolo oltretutto di implicazioni globali e strategiche, pu\u00f2 essere uno dei rischi del negoziato che inizia ad Annapolis. La prudenza araba, a fronte di un ennesimo fallimento strategico, si pu\u00f2 capire. C\u2019\u00e8 poi chi dubita che una soluzione al problema israelo-palestinese sia prospettabile in una situazione di divisione come quella attuale. Mentre la scommessa americana \u00e8 che la nascita di uno Stato palestinese vitale apporterebbe benefici concreti e attirerebbe i palestinesi, a cominciare da Gaza, secondo molti lo Stato palestinese nascerebbe screditato, innanzitutto agli occhi dei palestinesi. Ci\u00f2 rafforzerebbe l\u2019asse del male e manterebbe gli Usa nella spinosa situazione in cui si trovano attualmente. <\/p>\n<p>Infine, c\u2019\u00e8 chi dubita che un impegno verso la questione israelo-palestinese sia oggi strategicamente rilevante e ritiene invece che abbia preminenza la Siria. Costoro vedono il tentativo di mettere insieme un fronte sunnita moderato, con l\u2019Egitto, la Giordania e l\u2019Arabia Saudita, come una mossa intrinsecamente debole e credono invece che concessioni vadano fatte a Damasco con l\u2019intento di dare ragioni ai siriani di ritirarsi dall\u2019alleanza con Teheran e indebolire il fronte sciita. Questi dubbi sulla politica della Rice sono pi\u00f9 forti nei paesi arabi e in Israele che in Europa.<\/p>\n<p><b>Sfida rischiosa<\/b><br \/>Il contesto internazionale, come pure quello interno delle due parti negoziali, non \u00e8 indiscutibilmente favorevole al negoziato. Gli Usa \u2013 e l\u2019Europa \u2013 stanno prendendo un grosso rischio. Raccogliere la sfida, da parte europea, \u00e8 inevitabile ed \u00e8 coerente con le sue alleanze. Raccoglierla per\u00f2 con spirito critico e vigile \u00e8 doveroso, specialmente in vista dei precedenti di questa Amministrazione. Da un lato, occorre, in positivo, essere pronti a intervenire con idee e supporti ogni volta che il processo di Annapolis lo richieder\u00e0, anche in dissonanza con gli Usa. Dall\u2019altra, \u00e8 necessario che la diplomazia internazionale vigili perch\u00e9 continui a svilupparsi un approccio politico e diplomatico anche nel Golfo, in modo che il negoziato di Annapolis non si risolva in un altro episodio della lotta contro il \u201cmale\u201d intrapresa dagli Usa. Insomma, occorre non dimenticare la strategia Baker-Hamilton.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 27 novembre israeliani e palestinesi si incontrano ad Annapolis, sotto il patrocinio degli Usa, per lanciare un nuovo negoziato. 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