{"id":6730,"date":"2007-11-30T00:00:00","date_gmt":"2007-11-29T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-crisi-umanitaria-sfocia-nel-caos\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:11","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:11","slug":"la-crisi-umanitaria-sfocia-nel-caos","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/11\/la-crisi-umanitaria-sfocia-nel-caos\/","title":{"rendered":"La crisi umanitaria sfocia nel caos"},"content":{"rendered":"<p>A  quasi un anno di distanza dall\u2019intervento etiopico in Somalia appare ormai chiaro a tutti che la sconfitta militare delle Corti Islamiche non ha risolto alcuno dei problemi politici, economici e clanici che erano alla base del successo delle stesse. Al contrario, a Mogadiscio la situazione \u00e8 degenerata creando uno stato di guerriglia permanente e, anche per quanto concerne il resto della Somalia, il controllo del territorio da parte del Governo transitorio \u00e8 spesso del tutto teorico. Tutto ci\u00f2 ha provocato quella che i massimi rappresentanti delle agenzie dell\u2019Onu e delle organizzazioni umanitarie internazionali hanno ormai definito \u201cla pi\u00f9 grave crisi umanitaria degli ultimi anni\u201d.<\/p>\n<p><b>Disastro nascosto<\/b><br \/>Le cifre sono di per s\u00e9 eloquenti. Secondo i dati dell\u2019Acnur solo dopo gli ultimi combattimenti intensi, verificatisi il 27 ottobre, altre 203.000 persone hanno abbandonato le loro abitazioni svuotando completamente alcuni distretti della capitale e spostandosi verso altri quartieri della citt\u00e0, oppure in aree diverse come Afgoi, Merka, Balad, Jowhar. Dopo questi ultimi movimenti, che si aggiungono ai 400.000 sfollati per gli scontri di marzo-aprile e al rivolo quotidiano di fuggitivi provocati dai continui scontri a bassa intensit\u00e0, la cifra totale dei profughi in Somalia, dall\u2019inizio del 2007 \u00e8 arrivata a circa 1.000.000.<\/p>\n<p>In una recente riunione europea sulla Somalia, il rappresentante della Croce Rossa ha chiesto come fosse possibile che questa crisi umanitaria fosse, allo stesso tempo, cos\u00ec grave e cos\u00ec invisibile. La risposta \u00e8 stata unanimemente identificata nel senso di sfiducia e frustrazione che da anni caratterizza la comunit\u00e0 internazionale nei confronti della situazione somala e nella priorit\u00e0 assunta ormai anche in quel caso dal dossier antiterrorista. Peccato che gli avvenimenti degli ultimi mesi abbiano semmai rafforzato il rischio di trasformare la Somalia in un nuovo terreno di reclutamento e di battaglia per il circuito terrorista internazionale, un rischio che in assenza di una soluzione anche politica \u00e8 destinato solo ad aggravarsi.<\/p>\n<p>Le dimensioni assunte ora dalla catastrofe umanitaria che, finalmente, ha destato l\u2019interesse dei mass-media (anche italiani) fino a quel momento abbastanza disattenti, pu\u00f2 costituire un ulteriore incentivo per cercare una via d\u2019uscita da questa grave situazione. L\u2019Italia non pu\u00f2 certo essere accusata di non aver sottolineato per tempo la necessit\u00e0 di un approccio non esclusivamente militare ai problemi della Somalia e, per questo, subito dopo l\u2019installazione del Governo di transizione regionale (Tfg) a Mogadiscio, nell\u2019attivit\u00e0 politico-diplomatica e in tutte le sedi internazionali ha sottolineato l\u2019esigenza di riprendere il filo di un dialogo capace di associare al processo di transizione quelle componenti claniche e sociali che avevano appoggiato la presenza delle Corti islamiche non certo per fanatismo religioso, ma in conseguenza dell\u2019alto grado di ordine e sicurezza che, per la prima volta in 16 anni, era stato creato a Mogadiscio e nelle aree circostanti.<\/p>\n<p>In questo senso l\u2019Italia \u00e8 oggi impegnata a sostenere una reale applicazione delle raccomandazioni approvate dal \u201cCongresso di riconciliazione\u201d che si \u00e8 concluso a Mogadiscio nel mese di agosto. I punti pi\u00f9 importanti sono la dichiarata volont\u00e0 di dare vita a un dialogo politico \u201cinclusivo\u201d e l\u2019impegno a rispettare la scadenza del 2009 per organizzare il referendum sulla Carta costituzionale e le prime elezioni (\u201cdemocratiche e pluripartitiche\u201d) che dovrebbero concludere la fase di transizione.<\/p>\n<p>\u00c8 del tutto evidente che questi impegni sono destinati a rimanere lettera morta in assenza di condizioni diverse da quelle attuali (a partire dalla sicurezza) e, per fare questo, \u00e8 necessario elaborare una \u201croad map\u201d che serva anche da piattaforma per il dialogo con l\u2019opposizione, come \u00e8 stato chiesto dalla comunit\u00e0 internazionale nel documento concordato nell\u2019ultima riunione dell\u2019International Contact Group sulla Somalia svoltasi a Roma. La recente nomina del nuovo Primo Ministro, Nur Hassan Hussein \u201cAdde\u201d (persona generalmente stimata nelle diverse componenti somale) potrebbe essere il primo passo in questa direzione.<\/p>\n<p><b>Gli ostacoli da superare<\/b><br \/>Ovviamente, non si tratta di un percorso agevole. La situazione sul campo \u00e8 estremamente deteriorata e, all\u2019interno della opposizione come nello schieramento governativo, esistono posizioni intransigenti che bisogna superare facendo emergere, in entrambi i campi, le componenti disponibili a un componimento pacifico dei contrasti e incoraggiandole a elaborare proposte ragionevoli e costruttive.<\/p>\n<p>Su questa strada un elemento discriminante sar\u00e0 costituito dalla possibilit\u00e0 di identificare le condizioni per rendere effettiva la presenza dei peace keeper internazionali promessi dall\u2019Unione Africana (con un possibile supporto da parte dell\u2019Onu) che, finora, \u00e8 rimasta sostanzialmente sulla carta (solo 1600 ugandesi sono stati dispiegati). Non si tratta solo di una questione economica (l\u2019Italia, tra l\u2019altro, ha erogato tempestivamente 10 milioni di euro a questo fine), ma anche di condizioni politiche. Infatti, senza un visibile processo politico e un allargamento del consenso che possa produrre maggiore stabilit\u00e0 \u00e8 difficile che un numero adeguato di paesi (africani o, come ventilato da qualcuno, \u201cislamici\u201d) si renda disponibile a un operazione di questo tipo, essenziale per ottenere il ritiro delle truppe etiopiche che avrebbero dovuto rimanere \u201cpoche settimane\u201d e sono invece ancora l\u00ec a un anno di distanza dalla sconfitta delle Corti Islamiche.<\/p>\n<p>Questo aspetto costituisce un elemento decisivo non solo perch\u00e9 la presenza etiopica in Somalia rappresenta l\u2019unico elemento che costituisce il collante (in qualche caso anche \u201cforzatamente\u201d) di componenti che, nell\u2019opposizione, rappresentano interessi e progetti estremamente diversificati,  ma anche per ridurre il rischio di una degenerazione regionale, in particolare per quanto concerne le condizioni gi\u00e0 difficili in cui versano le relazioni fra Etiopia ed Eritrea. <\/p>\n<p>\u00c8 noto, infatti, che i due paesi si sono trovati su fronti radicalmente opposti sia durante il processo che ha dato vita alle istituzioni transitorie somale, sia nelle fasi successive fino alla decisione presa dall\u2019Eritrea di \u201csospendere\u201d la propria partecipazione alle riunione dell\u2019Igad provocandone, di fatto, la paralisi. L\u2019Eritrea, in particolare, ha sempre appoggiato scopertamente le Corti islamiche sia dal punto di vista politico che militare e, dopo l\u2019intervento etiopico di un anno fa, ha cominciato a ospitare ad Asmara la rappresentanza \u201cufficiale\u201d dell\u2019opposizione. Questo appoggio implica dei riflessi estremamente pericolosi nella regione, anche perch\u00e9 l\u2019azione di guerriglia da parte degli elementi pi\u00f9 radicali dell\u2019 opposizione non \u00e8 limitata alla Somalia, ma si sviluppa anche in Etiopia, all\u2019interno dell\u2019Ogaden.<\/p>\n<p><b>Situazione pericolosa<\/b><br \/>Si tratta, quindi, di una situazione altamente pericolosa, nel momento in cui i rapporti fra Etiopia ed Eritrea sono gi\u00e0 estremamente tesi a causa della scadenza dei termini previsti per la Commissione costituita in base agli accordi stipulati ad Algeri il 12 dicembre del 2000. In base a tali accordi, che hanno posto fine ad una guerra durata due anni ed estremamente sanguinosa, le due parti decidevano di dare vita ad una \u201cTemporary Security Zone\u201d (Tsz) e di sottomettere la loro disputa di frontiera a una Commissione istituita appositamente con il mandato di \u201cdelimit and demarcate the colonial treaty border based on pertinent colonial treaties (1900,1902 e 1908) and applicable international law\u201d. <\/p>\n<p>Nell\u2019aprile del 2002 la Commisione ha determinato le sue conclusioni, decidendo, tra l\u2019altro, che il villaggio di Badme, oggetto della disputa iniziale, apparteneva all\u2019Eritrea. Da allora l\u2019Etiopia, con un comportamento capzioso, ma abile \u00e8 riuscita a evitare la demarcazione effettiva della frontiera stabilita mentre l\u2019Eritrea, pur avendo formalmente il diritto dalla sua parte, ha giocato male le sue carte muovendosi in maniera non approppriata come, del resto, le \u00e8 capitato spesso in questi ultimi tempi.<\/p>\n<p>In particolare, l\u2019Eritrea ha dislocato circa 4.000 uomini all\u2019interno della Tsz, creando cos\u00ec le condizioni per un<i> bild-up<\/i> militare che, a tutt\u2019oggi, registra ormai la presenza di un quantitativo ingente di armi pesanti e circa 100.000 effettivi per parte in prossimit\u00e0 della frontiera. La diplomazia internazionale \u00e8 al lavoro per impedire una escalation che possa condurre a un nuovo scontro militare, cercando le vie per evitare la scadenza della Commissione o comunque riaprire il dialogo fra le parti. In questo contesto, ovviamente, migliorare la situazione in Somalia costituirebbe anche un contributo stabilizzatore per l\u2019intera regione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A quasi un anno di distanza dall\u2019intervento etiopico in Somalia appare ormai chiaro a tutti che la sconfitta militare delle Corti Islamiche non ha risolto alcuno dei problemi politici, economici e clanici che erano alla base del successo delle stesse. 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