{"id":67493,"date":"2017-12-05T06:35:20","date_gmt":"2017-12-05T05:35:20","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=67493"},"modified":"2017-12-09T10:35:46","modified_gmt":"2017-12-09T09:35:46","slug":"myanmar-papa-rohingya-cina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/12\/myanmar-papa-rohingya-cina\/","title":{"rendered":"Myanmar: Papa Francesco si muove fra Rohingya e Cina"},"content":{"rendered":"<p>Il recente viaggio apostolico\u00a0di <strong>Papa Francesco<\/strong> in <strong>Myanmar<\/strong> &#8211; programmato sin dalle elezioni birmane del novembre 2015 che hanno segnato il percorso di apertura democratica del Paese con la vittoria della National League for Democracy (Nld) &#8211; \u00e8 avvenuto in un momento critico.<\/p>\n<p>La tragedia dei <strong><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/04\/rohingya-fra-myanmar-bangladesh\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Rohingya<\/a><\/strong>, che l&#8217;alto commissario delle <strong>Nazioni Unite<\/strong> per i diritti umani ha definito un \u201cesempio da manuale di pulizia etnica\u201d, ha determinato l&#8217;esodo di oltre 600 mila persone nel vicino <strong>Bangladesh<\/strong>, migliaia di morti e dispersi, trecento villaggi completamente distrutti dalle forze armate birmane negli ultimi tre mesi e numerose accuse di atrocit\u00e0 e violenza perpetrate dai soldati governativi sulla popolazione civile.<\/p>\n<p>Il Papa non ha voluto sconvolgere le relazioni diplomatiche tra il <strong>Vaticano<\/strong> e Naypyidaw &#8211; tra l\u2019altro appena stabilite &#8211; e ha evitato ogni diretto riferimento pubblico ai Rohingya mentre si trovava nel Paese. Ma lo spettro della crisi nel <strong>Rakhine<\/strong> ha aleggiato per tutta la visita pontificia e i richiami indiretti ai Rohingya non sono mancati durante i suoi discorsi pubblici in Myanmar. Da Dacca, poi, Papa Francesco ha elogiato il Bangladesh per i suoi sforzi umanitari nella risoluzione della crisi e ha sottolineato l\u2019urgenza di evitare una <strong>catastrofe umanitaria<\/strong>, mentre nei colloqui con i giornalisti ha esplicitamente dichiarato di aver ripetutamente sottolineato la gravit\u00e0 della situazione nel Rakhine durante i suoi incontri istituzionali in Myanmar.<\/p>\n<p><strong>Democratizzazione e unit\u00e0 nazionale<\/strong><br \/>\nLa risoluzione della crisi umanitaria dei Rohingya sembra restare lontana, la situazione \u00e8 ormai fuori controllo da molti anni e un intervento esterno avrebbe probabilmente avuto una reale efficacia solo se programmato nel 2012, in concomitanza con la recrudescenza nei confronti della minoranza musulmana. Gli occhi dell\u2019Occidente in quel momento erano tutti puntati sulla possibilit\u00e0 di avviare un processo democratico nel paese, grazie al supporto che la popolazione stava dimostrando nei confronti di <strong><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/09\/myanmar-rohingya-aung-san-suu-kyi\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Aung San Suu Kyi<\/a><\/strong>. Qualsiasi intervento esterno avrebbe potuto alterare lo straordinario percorso che ha sancito la fine della dittatura militare dopo pi\u00f9 di sessant\u2019anni.<\/p>\n<p>L\u2019ordinamento istituzionale birmano \u00e8 ancora profondamente vincolato alla giunta militare, che ha conservato una rappresentanza parlamentare e ben tre ministeri cruciali come Interni, Difesa e Affari di confine. La missione principale che Aung San Suu Kyi si \u00e8 prefissata consiste nel graduale processo di democratizzazione del Paese, ma soprattutto nel mantenimento dell\u2019unita nazionale durante questo delicato percorso. La stragrande maggioranza della popolazione vede i Rohingya come una minaccia reale, una dinamica indotta da decenni di propaganda del regime militare ma anche da un forte legame tra la religione buddista e l\u2019identit\u00e0 nazionale birmana. Al di l\u00e0 delle oggettive difficolt\u00e0, dovute alla necessit\u00e0 di interazioni con i militari, il principale ostacolo a un approccio diverso nei confronti della minoranza musulmana \u00e8 proprio legata alla forte volont\u00e0 di Aung San Suu Kyi di evitare qualsiasi dinamica che possa contribuire alla <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/03\/myanmar-la-pace-non-piu-un-gioco-somma-zero\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">disgregazione<\/a> del Paese.<\/p>\n<p>La crisi dei Rohingya ha decretato un netto cambio di percezione nei confronti degli sforzi birmani verso la transizione democratica. La stessa immagine pubblica di Aung San Suu Kyi ha subito un drastico cambio di prospettiva in Occidente, dalla eroica leader della ricostruzione democratica alla complice dei militari in uno dei peggiori genocidi. La beatificazione e la successiva demonizzazione di una personalit\u00e0 politica in un lasso di tempo cos\u00ec breve \u00e8 un fatto inedita per la storia recente.<\/p>\n<p><strong>Legami sempre pi\u00f9 stretti con Pechino<\/strong><br \/>\nL\u2019elezione di Donald <strong>Trump<\/strong> &#8211; con il conseguente temporaneo blocco delle politiche di sviluppo statunitensi nella regione &#8211; e l\u2019insistenza europea nei confronti della centralit\u00e0 della questione Rohingya nelle relazioni con Naypyidaw hanno determinato un avvicinamento sempre maggiore tra il Myanmar e la <strong><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/07\/cina-myanmar-nuovo-corso-feudale\/\">Cina<\/a><\/strong>. Si tratta di un processo ben noto ed evidente, il primo viaggio all\u2019estero di Aung San Suu Kyi ancora prima di iniziare la sua campagna elettorale fu proprio in Cina e la de facto leader birmana non ha mai nascosto la centralit\u00e0 di Pechino per lo sviluppo del suo Paese.<\/p>\n<p>La Cina, fedele alla sua linea di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi, aveva sino ad ora sempre bloccato ogni tentativo di risoluzione delle Nazioni Unite sulla crisi in Rakhine. Ma recentemente, durante un viaggio in Bangladesh e Myanmar, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha annunciato un piano per risolvere la crisi dei rifugiati. Il percorso indicato da Pechino prevede un\u2019interruzione delle operazioni militari birmane, il rimpatrio dei rifugiati dal <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/10\/rohingya-racconto-croce-rossa\/\">Bangladesh<\/a> e una serie di importanti incentivi economici nel Rakhine.<\/p>\n<p><strong>L\u2019accordo per il rimpatrio dei rifugiati<\/strong><br \/>\nCome diretta conseguenza, pochi giorni dopo Myanmar e Bangladesh hanno dichiarato di aver finalmente trovato un <strong>accordo<\/strong> per le modalit\u00e0 di rimpatrio dei Rohingya; si tratta tuttavia di un documento che non pu\u00f2 garantire la risoluzione della crisi umanitaria in corso. Il compromesso si basa sull\u2019accordo del 1992 che accettava come documenti validi, oltre alle carte d\u2019identit\u00e0 nazionali, le cosiddette <em>white card<\/em>, ma anche le ricevute governative per tutti i documenti sopracitati che siano stati ritirati o confiscati dalle forze governative. I dubbi sulla validit\u00e0 e l\u2019efficacia dell\u2019intesa sono molti e solo nelle prossime settimane si potranno comprendere le reali possibilit\u00e0 dello stesso.<\/p>\n<p>Gli incentivi economici cinesi rappresentano la vera e propria novit\u00e0 dell\u2019accordo. Finora le proposte degli organismi internazionali avevano previsto degli aiuti strettamente legati all\u2019emergenza umanitaria. Il Rakhine \u00e8 la regione meno sviluppata del Paese, quasi il cinquanta per cento della popolazione vive sotto la soglia della povert\u00e0 e rappresenta un canale di comunicazione importante per la Cina: la <strong>Nuova Via della Seta<\/strong> punta proprio sulla regione birmana per stabilire connessioni con lo Yunnan. Nei prossimi anni \u00e8 prevista la costruzione in Rakhine di un porto, di un gasdotto e di un oleodotto &#8211; tutti nei dintorni di Kyaukpyu -, nell\u2019ambito del grande progetto infrastrutturale cinese <em>Belt and Road Initiative<\/em>, mentre sempre da Pechino si promettono almeno 100 mila nuovi posti di lavoro per la popolazione locale.<\/p>\n<p>La visita del generale Min Aung Hlaing in Cina nel mese di novembre e il recente viaggio della stessa Aung San Suu Kyi a inizio dicembre a Pechino confermano l\u2019intensit\u00e0 delle relazioni sino-birmane, mentre Washington ha di fatto interrotto ogni comunicazione con le Forze Armate del paese e dalle organizzazioni internazionali c\u2019\u00e8 la forte tentazioni di chiedere nuove sanzioni economiche.<\/p>\n<p>Tutte misure che si sono dimostrate ampiamente inefficaci negli scorsi decenni per contrastare la dittatura militare, solo una complessa e graduale operazione di apertura da parte del mondo occidentale ha permesso la fine del regime.<\/p>\n<p>I processi di democratizzazione sono lenti e tortuosi, spesso contengono delle variabili imprevedibili. Il grido di dolore dell\u2019Occidente \u00e8 stato forte per la tragedia dei Rohingya, ma la contrapposizione non potr\u00e0 garantire n\u00e9 la risoluzione del genocidio nel Rakhine n\u00e9 il processo di democratizzazione del Myanmar. Soprattutto in considerazione delle nuove ambizioni della Cina nella regione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il recente viaggio apostolico\u00a0di Papa Francesco in Myanmar &#8211; programmato sin dalle elezioni birmane del novembre 2015 che hanno segnato il percorso di apertura democratica del Paese con la vittoria della National League for Democracy (Nld) &#8211; \u00e8 avvenuto in un momento critico. 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