{"id":6830,"date":"2007-12-10T00:00:00","date_gmt":"2007-12-09T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lunifil-ii-in-libano-un-bilancio-della-presenza-italiana\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:09","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:09","slug":"lunifil-ii-in-libano-un-bilancio-della-presenza-italiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/12\/lunifil-ii-in-libano-un-bilancio-della-presenza-italiana\/","title":{"rendered":"L\u2019Unifil II in Libano: un bilancio della presenza italiana"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 tempo di fare un bilancio della nostra presenza in Libano e del contributo dato alle forze di pace organizzate nel quadro della Unifil II. La prima operazione delle Nazioni Unite in Libano ebbe luogo nel 1978, dopo l\u2019intervento israeliano. Le Nazioni Unite furono in grado di creare una forza di pace nel 1978, con la risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza (CdS): l\u2019Unifil, che aveva il compito di monitorare il ritiro israeliano. Ma l\u2019Unifil, cui anche l\u2019Italia aveva fornito un contingente, non fu in grado n\u00e9 di prevenire la guerra civile, n\u00e9 di impedire i successivi interventi di Israele e della Siria.<\/p>\n<p><b>Intervento coordinato<\/b><br \/>L\u2019Italia torn\u00f2 alla ribalta in Libano nel 1982, quando un contingente militare fu inviato a Beirut per assicurare l\u2019evacuazione dei combattenti palestinesi e la protezione della popolazione civile della citt\u00e0 libanese negli anni pi\u00f9 bui della guerra civile e degli interventi degli interventi di Israele e della Siria. Si trattava di un\u2019operazione multinazionale intrapresa con il consenso del governo libanese, ma senza essere disposta dal CdS delle Nazioni Unite. La presenza italiana, che agiva nel quadro di un\u2019operazione coordinata con altri paesi occidentali (in particolare Francia, Regno Unito e Stati Uniti) si protrasse per circa due anni con due operazioni distinte.<\/p>\n<p>La presenza israeliana in Libano \u00e8 durata fino al 1985, quando le forze israeliane si ritirarono dalla zona di sicurezza al confine tra Israele e Libano, mentre la Siria fu costretta a ritirarsi nel 2005 e ad eseguire la risoluzione del CdS 1559 (2004) che aveva intimato il ritiro completo della forze armate straniere dal Libano. <\/p>\n<p>La crisi dell\u2019estate del 2006, originata dall\u2019incursione degli Hezbollah in Libano e dalla pesante reazione israeliana, ha visto come protagonista l\u2019Italia, che \u00e8 riuscita a convocare a Roma una conferenza sotto la presidenza di Italia e Stati Uniti, cui hanno partecipato il Segretario Generale delle Nazioni Unite e il premier libanese Sinora. La Conferenza di Roma ha aperto la strada per la successiva adozione della risoluzione 1701 del CdS, la fine dei bombardamenti israeliani e lo stabilimento di una Forza di pace, idealmente il proseguimento dell\u2019Unifil, ma da questa differente sotto il profilo quantitativo e qualitativo e per questo viene correntemente indicata con il nome di Unifil II. Il CdS ha prorogato la missione su basi annuali con la risoluzione 1773 (2007).<\/p>\n<p>Il contributo militare italiano \u00e8 stato ed \u00e8 tuttora determinante e si \u00e8 svolto lungo le seguenti direttrici.<\/p>\n<p>In primo luogo, la Marina Militare \u00e8 riuscita ad evacuare cittadini italiani (e anche stranieri) dalla zona di Beirut, nonostante il blocco aereo e navale istituito dagli israeliani. La MM ha inoltre provveduto ad inviare aiuti umanitari. Naturalmente Israele ha acconsentito che per ragioni umanitarie si potesse entrare nella costa bloccata.<\/p>\n<p>In secondo luogo, l\u2019Italia si \u00e8 posta a capo di una forza navale (composta, oltre che dall\u2019Italia, da Francia, Grecia e Regno Unito) che ha sorvegliato le acque adiacenti alle coste libanesi per impedire che le milizie presenti in Libano fossero rifornite in uomini e mezzi militari. La <i>Interim Maritime Task Force<\/i> ha permesso di togliere il blocco israeliano, che perdurava nonostante la proclamazione del cessate il fuoco. La forza navale \u00e8 poi diventata una componente dell\u2019Unifil II, sotto comando tedesco. In questi giorni \u00e8 stato annunciato che il comando della componente navale passer\u00e0 alla Francia e all\u2019Italia.<\/p>\n<p><b>Forza consistente<\/b><br \/>Determinante \u00e8 stato ed \u00e8 il contributo dato all\u2019Unifil II in uomini e mezzi. La Forza, il cui numero ammonta secondo il massimo programmato a circa 15.000 uomini, vede la partecipazione di 27 Stati, ma il contingente italiano \u00e8 quello pi\u00f9 numeroso (seguito da quello francese e spagnolo). <\/p>\n<p>Le operazioni di pace sono un meccanismo ben oliato, ma hanno seguito alterne vicende. Uno dei problemi cruciali ha per oggetto il comando e il controllo della Forza ed il rapporto tra Stati Fornitori e Segretario Generale delle Nazioni Unite.  La questione \u00e8 ben nota e sollev\u00f2 una serie di polemiche durante le operazioni delle Nazioni Unite in Somalia negli anni Novanta. Da una parte, i comandanti sul campo ricercano l\u2019autorit\u00e0 dello Stato nazionale; dall\u2019altra, il Segretario Generale pretende che la Forza sia sotto il suo esclusivo controllo. <\/p>\n<p>Per ovviare, almeno in parte, a tali problemi \u00e8 stata istituita una Cellula Strategico-Militare, che dovrebbe far da tramite tra la Forza di Pace e il Dipartimento per le Operazioni per il mantenimento della pace (Dpko). La Cellula \u00e8 stata istituita ad hoc con Unifil II ed \u00e8 diretta da un generale italiano, cui dovr\u00e0 seguire un generale francese. Anche la Cellula ha sede a New York ed \u00e8 formalmente un organo delle Nazioni Unite. L\u2019esperienza non \u00e8 stata del tutto edificante, tra l\u2019altro perch\u00e9 si sono verificate incomprensioni tra Cellula e Dpko. Tuttavia si tratta di un meccanismo da non lasciare cadere ed eventualmente da migliorare.<\/p>\n<p>Altra prassi (negativa) nell\u2019esperienza libanese \u00e8 stata ed \u00e8 l\u2019assenza di un rappresentante del Segretario Generale sul terreno. In Libano sono stanziati una pluralit\u00e0 di alti rappresentanti delle Nazioni Unite, che interagiscono con i rispettivi uffici alla sede delle Nazioni Unite, a New York, a scapito di una visione unitaria. \u00c8 da aggiungere che le risoluzioni del Cds non sono sempre chiare o comunque si prestano ad interpretazioni non univoche. Per certi aspetti anche le risoluzioni 1701 (2006) e 1773 (2007) non sfuggono a questa considerazione. <\/p>\n<p>Tutto questo si ripercuote sulle regole d\u2019ingaggio che, pur essendo dettate dalle Nazioni Unite, non possono non tener conto dei <i>caveat<\/i> che ciascun contingente nazionale deve osservare. Una delle principali fonti di controversia riguarda la definizione delle legittima difesa, se deve essere intesa in senso restrittivo oppure in senso pi\u00f9 ampio e comportante una reazione anche in caso di semplice intento ostile, prima che il nemico faccia uso delle armi. <\/p>\n<p>Per quanto riguarda l\u2019Italia, si tratta di <i>caveat<\/i> che sono dettati dall\u2019articolo 11 della Costituzione, talvolta interpretato in senso troppo restrittivo, dimenticando che la disposizione costituzionale proibisce esclusivamente la guerra di aggressione.  Anche perch\u00e9 la distinzione tra <i>peace-keeping<\/i>, disciplinato da un\u2019applicazione consuetudinaria del Capitolo VI dello Statuto delle Nazioni Unite, e <i>peace-enforcing<\/i>, regolato dal Capitolo VII, \u00e8 diventata opaca e sempre pi\u00f9 spesso si sente parlare di \u201cpeace-keeping robusto\u201d La polemica sull\u2019applicazione del Codice penale militare di pace o del Codice penale militare di guerra alle nostre missioni all\u2019estero \u00e8 spesso influenzata da un\u2019interpretazione irrealistica dell\u2019art. 11 della Costituzione.<\/p>\n<p><b>Soluzione politica<\/b><br \/>L\u2019altro punto riguarda la dimensione politica dell\u2019operazione di pace. Per sua natura la Forza di pace non pu\u00f2 prendere parte al dibattito politico che ha luogo nel Paese in cui \u00e8 stanziata. Ma la mancanza di una direzione politica finisce per sminuire il compito della Forza di pace. La direzione politica \u00e8 frutto di un delicato equilibrio tra Nazioni Unite e Stati fornitori, maggiormente impegnati. I limiti sono costituiti dal fatto che l\u2019Unifil II \u00e8 una mera operazione militare, senza una particolare attenzione o prospettiva per la ricostituzione del tessuto politico, economico e istituzionale libanese. Di per s\u00e9 la sola presenza militare non pu\u00f2 condurre alla stabilizzazione interna libanese, senza un seguito politico che andava adeguatamente pianificato. Gli interventi militari non possono durare troppo a lungo: \u00e8 necessario intravedere una soluzione politica. La speranza, per quanto riguarda il Libano, \u00e8 che la crisi attuale sia rapidamente risolta e che vi sia una ricaduta positiva dal Vertice di Annapolis. <\/p>\n<p>Un&#8217;ultima considerazione riguarda l\u2019Europa. La crisi libanese \u00e8 stata un\u2019occasione persa per l\u2019Unione Europea (Ue).  Gli europei sono presenti in forze, con i loro contingenti, ma hanno perso l\u2019opportunit\u00e0 di inviare sul terreno una missione a guida europea, con un Quartier Generale Ue. L\u2019Ue \u00e8 presente nel senso che i paesi europei sono i maggior Stati fornitori. Ma l\u2019Ue, come istituzione, \u00e8 assente (a parte l\u2019attivazione del Centro di informazione e monitoraggio del Meccanismo di protezione civile). Una forte presenza Ue avrebbe potuto essere un esperimento per saggiare i rapporti Ue-UN, specialmente se l\u2019Ue fosse stata inserita nella Cellula strategico-militare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 tempo di fare un bilancio della nostra presenza in Libano e del contributo dato alle forze di pace organizzate nel quadro della Unifil II. La prima operazione delle Nazioni Unite in Libano ebbe luogo nel 1978, dopo l\u2019intervento israeliano. 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