{"id":68319,"date":"2018-02-12T15:54:54","date_gmt":"2018-02-12T14:54:54","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=68319"},"modified":"2018-02-13T12:20:54","modified_gmt":"2018-02-13T11:20:54","slug":"balcani-nuova-strategia-ue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/02\/balcani-nuova-strategia-ue\/","title":{"rendered":"Balcani: &#8216;nuova strategia&#8217; Ue per allargamento"},"content":{"rendered":"<p>Non avevamo gradito, quattro anni or sono, che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, nell&#8217;assumere il mandato, dichiarasse che il processo di <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/01\/ue-balcani-allargamento\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>allargamento<\/strong><\/a> dell\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/09\/le-tre-giornate-dellunione-europea\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>Unione europea<\/strong><\/a> doveva fermarsi per \u201cdigerire le 13 adesioni intervenute negli ultimi dieci anni\u201d. Tanto meno ci era parso opportuno motivare il fermo con una logica auto-referenziale anzich\u00e9 porre l\u2019accento sugli standard dei Paesi in questione, tutti dei <strong>Balcani<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Gli anni fertili dopo le &#8216;crisi balcaniche&#8217;<\/strong><br \/>\nSul finire delle crisi balcaniche negli Anni \u201990, infatti, la prospettiva di un\u2019integrazione ravvicinata nell&#8217;Unione aveva costituito il principale incentivo alla pacificazione e alla stabilizzazione democratica della regione. Nel 1999 il Patto di Stabilit\u00e0 per i Balcani occidentali, preceduto nel 1993 dai severi \u201ccriteri di Copenaghen\u201d per l\u2019adesione, aveva avviato una strategia di accompagnamento. Nel 2003 il Vertice di Salonicco aveva formalmente sancito il sostegno alla prospettiva europea, definendo i Balcani \u201cparte integrante\u201d dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>Con una coerenza esemplare, l\u2019Italia aveva dal canto suo valorizzato l\u2019Iniziativa Centro-Europea (InCE) &#8211; creata fin dal 1989 per facilitare il percorso verso l\u2019Europa \u00a0dei Paesi di nuova indipendenza \u2013 e ne aveva \u00a0aggiornato obiettivi e composizione, raccordando la compagine alle istituzioni europee. Pi\u00f9 tardi, nel 2000, con l\u2019Iniziativa Adriatico-Ionica aveva perseguito analoghi obiettivi per i paesi rivieraschi e la Serbia.<\/p>\n<p><strong>Solo Slovenia e Croazia sfuggite alla &#8216;Balkan fatigue&#8217;<\/strong><br \/>\nPoi era subentrata una &#8216;Balkan fatigue&#8217;, vuoi per le difficolt\u00e0 riscontrate nella crescita degli standard democratici dei Paesi stessi \u2013 fondamentalmente lo stato di diritto, la divisione dei poteri, la lotta alla corruzione, il rispetto dei diritti umani e delle minoranze &#8211; vuoi per l\u2019avvio della crisi che ha attanagliato l\u2019Unione stessa a partire dal fallimento del Trattato costituzionale del 2004, aggravandosi progressivamente fino alle distonie del nostri giorni. Sono cos\u00ec passati quasi vent&#8217;anni.<\/p>\n<p>Solo Slovenia e Croazia hanno superato la prova e aderito all\u2019Unione, la prima bruciando i tempi nel contesto del grande allargamento del 2004 che ha coinvolto ben 10 Paesi, la seconda nel 2013 dopo laborioso negoziato. Gli altri sono rimasti indietro, o meglio si sono fermati alle tappe intermedie: lo status di \u201cPaese candidato\u201d per la Macedonia nel 2005 e per la Bosnia nel 2016, il lento avvio di negoziati per la Serbia nel 2013 e il Montenegro nel 2012. Ancora pi\u00f9 indietro il Kossovo, tuttora non riconosciuto da cinque Stati membri e tuttora vigilato da strutture europee (Eulex) e Nato (Kfor).<\/p>\n<p><strong>Un altro mondo intorno, dalla Russia alla Turchia<\/strong><br \/>\nNel frattempo, il mondo \u00e8 cambiato. Non pi\u00f9 la Russia di Eltsin, che bene o male negli Anni \u201990 ha accompagnato il movimento di espansione euro\/occidentale nella Regione, ma quella assertiva di Putin apparentemente deciso a recuperare l\u2019influenza che fu dell\u2019Unione Sovietica in particolare laddove esistano assonanze culturali o linee di faglia strutturali; non pi\u00f9 una Cina distante e disinteressata quale potenza ancora emergente, ma una Cina emersa a pieno titolo con il mega-progetto <em>One Belt, One Road<\/em>, la Nuova Cia della Seta\u00a0che abbraccia anche i Balcani; non pi\u00f9 la Turchia del primo mandato di Erdogan, concentrata sull&#8217;obiettivo \u201cno problems with neighbourhood\u201d, ma una Turchia alle prese con mille tentazioni di tornare negli spazi ottomani ripercorrendo la storia all&#8217;indietro; non pi\u00f9 un mondo arabo docilmente allineato all&#8217;Occidente, ma leaderships del Golfo disposte ad accomodare anche istanze islamiche oltranziste pur di attraversare indenni un travaglio sociale epocale; soprattutto, non pi\u00f9 Stati Uniti impegnati nella stabilizzazione democratica del vicinato europeo, ma rivolti altrove e niente affatto inclini a farsi carico di responsabilit\u00e0 che considerano in capo all&#8217;Europa stessa. La parziale smobilitazione in corso della mega-base militare di Bondstill in Kossovo, istallata negli Anni Novanta, ne \u00e8 vistosa conferma.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;Ue riprende in mano le fila<\/strong><br \/>\nOra l\u2019Unione sta riprendendo le fila e dal 6 febbraio discute di Nuova strategia per i Balcani occidentali, orizzonte 2025, sulla base di una proposta Junker, peraltro formulata nell&#8217;approssimarsi della scadenza del mandato della Commissione (e del Parlamento). Lo fa in un\u2019ottica anzitutto securitaria, avendo a mente le massicce migrazioni del 2015 lungo la &#8216;rotta balcanica&#8217;, interrotte grazie all&#8217;intesa con la Turchia nel contesto del semi-collasso del sistema Schengen e della grave involuzione delle opinioni pubbliche, e registrando con preoccupazione il percorso di rientro dei foreign fighters &#8211; Kosovo e Bosnia ne hanno fornito il pi\u00f9 gran numero in proporzione alla popolazione -, il rischio di radicamento islamista nella regione, il diffondersi del crimine organizzato transnazionale, in un contesto di debolezza delle economie e fragilit\u00e0 delle istituzioni locali.<\/p>\n<p>Lo fa constatando l\u2019attivismo di altri protagonisti internazionali che stanno traendo vantaggio dal calo di interesse dell\u2019Unione. E forse anche pensando alla scoraggiante decurtazione che l&#8217;Ue sta subendo con la Brexit.<\/p>\n<p>A ben guardare, la proposta Junker si limita a rilanciare le grandi linee della strategia degli Anni \u201890, definendo s\u00ec l\u2019integrazione \u201cirreversibile\u201d, ma sempre parlando di \u201cprospettiva\u201d e puntando piuttosto sul consolidamento dei raccordi economico-culturali tra Repubbliche e con l\u2019Unione stessa &#8211; infrastrutture, trasporti, telecomunicazioni, connessioni digitali, scambi giovanili &#8211; \u00a0che \u00e8 stata l\u2019idea di Angela Merkel nel promuovere il Processo di Berlino nel 2014, rafforzato dall&#8217;Italia al Vertice di Trieste dell\u2019estate 2017.<\/p>\n<p><strong>Fermenti nella regione<\/strong><br \/>\nProgetti e contatti certamente utili, ma non decisivi per il superamento dei contenziosi ereditati dal passato e tuttora vistosamente aperti. A partire dal nome della Macedonia e dalle relazioni tra Kosovo e Serbia. In particolare la Serbia, che con il Montenegro dovrebbe essere tra i primi della lista ad aderire, non potr\u00e0 farlo se non arriver\u00e0 all&#8217;intesa di normalizzazione \u201clegally binding\u201d che l\u2019Unione sta chiedendo: scenario non facile, come dimostra da ultimo l\u2019assassinio del leader serbo-kossovaro Oliver Ivanovic.<\/p>\n<p>Il Presidente Vucic cerca di adoperarsi al meglio e ha intrapreso intensi contatti con gli omologhi di Albania, Kosovo, Bosnia, Turchia, oltre che Slovenia e Croazia, alla ricerca di punti di appoggio per uno sviluppo che potrebbe ripercuotersi nell&#8217;intera regione e che, nelle sue parole, \u201cnon pu\u00f2 essere completamente a carico della sola parte serba\u201d. Vucic non esclude nemmeno la rischiosa ipotesi di un referendum. I nazionalismi nei Balcani, e non solo a Belgrado e Pristina, non sono spenti, anzi appaiono rinvigoriti dal clima generale che investe la stessa Unione.<\/p>\n<p>L\u2019annuncio della strategia in parola appare quindi come una sorta di \u201criempitivo\u201d, un segnale di attenzione all&#8217;indirizzo sia dei protagonisti balcanici sia dei concorrenti esterni. Un gesto in qualche modo dovuto. E del resto, nonostante l\u2019impulso che la presidenza di turno bulgara del Consiglio dell&#8217;Ue intende dare al dossier con il Vertice del 12 maggio, occorre fare i conti con gli umori mediamente prevalenti negli Stati Membri rispetto all\u2019idea di nuovi allargamenti. \u00a0E con i fondi da mettere in bilancio.<\/p>\n<p>Per l\u2019Italia, che non ha mai mancato di sottolineare la necessit\u00e0 di completare l\u2019Unione integrando quello che non a caso \u00e8 stato chiamato Sud-Est europeo, la proposta Junker \u00e8 comunque una buona notizia. Occorrer\u00e0 perseguire, assieme a quel gruppo di Paesi che per collocazione geografica, inclinazione storico-culturale, interesse economico, scorgono nel nuovo futuro allargamento molto pi\u00f9 che una \u201cprospettiva\u201d.<\/p>\n<p><em>Foto di copertina\u00a0\u00a0\u00a9 Predrag Milosavljevic\/Xinhua via ZUMA Wire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non avevamo gradito, quattro anni or sono, che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker, nell&#8217;assumere il mandato, dichiarasse che il processo di allargamento dell\u2019Unione europea doveva fermarsi per \u201cdigerire le 13 adesioni intervenute negli ultimi dieci anni\u201d. 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