{"id":68456,"date":"2018-02-23T00:09:29","date_gmt":"2018-02-22T23:09:29","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=68456"},"modified":"2018-02-24T18:01:57","modified_gmt":"2018-02-24T17:01:57","slug":"usa2020-democratici-anti-trump","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/02\/usa2020-democratici-anti-trump\/","title":{"rendered":"Usa 2020: democratici, dinastie e outsider, anti-Trump cercasi"},"content":{"rendered":"<p>Tra successi e battute d\u2019arresto, la presidenza di Donald\u00a0<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/12\/usa-tasse-trump-regalo\/\"><strong>Trump<\/strong>\u00a0<\/a>va avanti. E, con l\u2019approssimarsi delle elezioni presidenziali del 2020, cui mancano poco meno di mille giorni, il Partito Democratico sta pian piano iniziando a cercare candidati in grado di sfidare l\u2019attuale inquilino della Casa Bianca. I nomi che circolano da alcune settimane non sono pochi, testimoniando l\u2019esistenza di un dibattito interno serrato (e un po\u2019 confuso). Al momento, tra i pi\u00f9 gettonati compare la figura di\u00a0<strong>Joe Kennedy<\/strong>: 38 anni, pronipote di JFK, \u00e8 deputato alla Camera per il Minnesota.<\/p>\n<p>Abbastanza vicino alla corrente liberal, \u00e8 stato il politico scelto dai\u00a0<strong>democratici<\/strong>\u00a0per pronunciare la tradizionale risposta al discorso presidenziale sullo stato dell\u2019Unione. Qualcuno l\u2019ha considerata gi\u00e0 come una sorta di investitura ufficiosa. L\u2019idea, in sostanza, sarebbe quella di ricorrere alla sua immagine giovane e \u2013 soprattutto \u2013 al nome altisonante: quasi un voler combattere Trump attraverso un pezzo di storia democratica.<\/p>\n<p><strong>L\u2019universo liberal delle Grandi Famiglie e dei Grandi Vecchi<\/strong><br \/>\nDiscorso parzialmente analogo vale per un altro papabile candidato: il governatore dello Stato di New York,<strong>\u00a0Andrew Cuomo<\/strong>. Anche lui figlio d\u2019arte (suo padre era quel Mario Cuomo, che guid\u00f2 l\u2019Empire State dal 1983 al 1994), Andrew dispone di una potenza finanziaria non indifferente e gravita anch\u2019egli attorno all\u2019ala liberal del Partito Democratico (soprattutto per quanto riguarda le tematiche eticamente sensibili). Anche lui, in qualche modo, risulta legato all\u2019universo kennediano, essendo stato sposato in passato con la figlia di Bob Kennedy, Kerry.<\/p>\n<p>Un altro nome particolarmente quotato \u00e8 quello dell\u2019ex vicepresidente,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/01\/obama-lascia-trump-ci-manda-un-tweet\/\"><strong>Joe Biden<\/strong><\/a>. Qualora scendesse in campo, non sarebbe di una notizia troppo inattesa. Il vecchio Joe non ha mai nascosto di nutrire delle ambizioni presidenziali: ci ha gi\u00e0 provato, con risultati piuttosto scarsi, nelle primarie democratiche del 1988 e del 2008. Nel 2015, molti big democratici speravano in una sua candidatura, per impedire che Hillary Clinton monopolizzasse il partito. Non se ne fece nulla. Adesso, molti media americani sottolineano un certo iperattivismo da parte dell\u2019ex vicepresidente che \u2013 si dice \u2013 sarebbe pronto ad impegnarsi per un solo mandato presidenziale (vista l\u2019et\u00e0 avanzata).<\/p>\n<p>Un altro nome che circola fra i democratici \u00e8 quello dell\u2019ex segretario di Stato, <strong>John Kerry.<\/strong><\/p>\n<p>Anche lui \u00e8 uno \u2018sconfitto d\u2019eccellenza\u2019, in quanto fu battuto da George W. Bush nelle presidenziali del 2004. Kennedy, Cuomo, Biden e Kerry incarnano profili politici relativamente simili. Tutti e quattro sono collocati su posizioni di centrosinistra: un elemento che potrebbe tornare utile per federare un partito attualmente dilaniato da una lotta intestina tra democratici moderati e radicali.<\/p>\n<p><strong>Sanders e la Warren, i volti della sinistra<\/strong><br \/>\nE, proprio sul fronte della sinistra, sono due le figure che potrebbero scendere in campo. Innanzitutto abbiamo\u00a0<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2016\/05\/sanders-fa-piu-danni-a-hillary-che-a-donald\/\"><strong>Bernie Sanders<\/strong><\/a>. Forte della campagna elettorale condotta nel 2016, il senatore del Vermont sta continuando la sua battaglia in seno al partito dell\u2019asinello e ha gi\u00e0 manifestato un certo interesse a correre per le prossime presidenziali con un programma molto spostato a sinistra (soprattutto in materia sanitaria).<\/p>\n<p>Sempre in quest\u2019ambito, un\u2019altra figura che potrebbe candidarsi \u00e8 quella della senatrice\u00a0<strong>Elizabeth Warren<\/strong>: agguerrita nemica dell\u2019alta finanza, ha un discreto seguito in particolare tra i giovani. Ciononostante, alla prova dei fatti, si \u00e8 sempre rivelata l\u2019eterna promessa della sinistra americana. Non ha evidentemente le stesse capacit\u00e0 strategiche ed organizzative del vecchio Bernie: ragion per cui \u00e8 forse pi\u00f9 probabile considerarla una candidata alla vicepresidenza.<\/p>\n<p>Tutto questo non fa che restituirci un\u2019immagine spaccata del Partito Democratico: una compagine che fatica a trovare una sintesi e a compattarsi attorno a princ\u00ecpi comuni. Il problema infatti non \u00e8 tanto la presenza di numerosi candidati\u00a0potenziali. Il punto, semmai, \u00e8 che il partito dell\u2019asinello si trova in una situazione di profonda confusione, non riuscendo a trovare una linea politica che vada al di l\u00e0 del (pur legittimo) ostruzionismo nei confronti di Trump.<\/p>\n<p>Un partito sempre pi\u00f9 vecchio, che \u2013 dopo i fasti dell\u2019et\u00e0 obamiana \u2013 non sembra essere in grado di rinnovarsi, riproponendo politici obsoleti (Biden e Kerry) o candidati dinastici (Cuomo e Kennedy): una situazione tanto pi\u00f9 seria alla luce del clima di crescente anti-politica che caratterizza ormai da alcuni anni la vita politica americana.<\/p>\n<p>Insomma, proseguendo su questa china, il Partito Democratico rischia di invischiarsi nell\u2019autoreferenzialit\u00e0 o nel settarismo barricadiero: due strade che non farebbero altro che assicurare a Trump un secondo mandato\u00a0alla Casa Bianca.<\/p>\n<p><strong>Una partita da giocare con possibili outsider<\/strong><br \/>\nCerto: la partita \u00e8 ancora tutta da giocare.\u00a0E,\u00a0questo marasma, potrebbe\u00a0inserirsi\u00a0<strong>Julian Castro<\/strong>: giovane\u00a0ex ministro di Barack Obama, \u00e8 fortemente spostato a sinistra sulle questioni etiche, mentre in materia sociale si mostra tendenzialmente pi\u00f9 moderato. All\u2019inizio del 2016, il suo nome circol\u00f2 come papabile candidato alla vicepresidenza con Hillary Clinton: una ipotesi poi naufragata.<\/p>\n<p>Castro ha recentemente dichiarato di essere interessato a correre nel 2020. Ed in effetti la sua figura potrebbe teoricamente offrire quella sintesi programmatica di cui i democratici avrebbero bisogno. Senza contare poi che le sue origini ispaniche potrebbero renderlo attrattivo per le minoranze etniche: una quota elettorale che ha mostrato una certa freddezza per i democratici alle ultime elezioni. Castro, insomma, \u00e8 uno dei pochi che sembrerebbe avere i numeri per farcela.\u00a0Che abbia la forza poi di\u00a0raggiungere\u00a0un tale\u00a0obiettivo, \u00e8 un altro discorso.<\/p>\n<p><strong>Repubblicani: Trump tra malumori e mal di pancia verso il midterm<\/strong><br \/>\nTuttavia, se al momento i democratici hanno non pochi grattacapi, anche tra i repubblicani i malumori non mancano. Storicamente una parte cospicua del partito dell\u2019elefantino non ha mai digerito granch\u00e9\u00a0Trump. Tant\u2019\u00e8 che, soprattutto sulla questione sanitaria,\u00a0 svariati senatori\u00a0del Grand Old Party\u00a0hanno messo pi\u00f9 volte i bastoni tra le ruote ai programmi del presidente.<\/p>\n<p>A fine dicembre, con l\u2019approvazione della riforma fiscale, questi dissidi sembravano essersi sopiti e Trump pareva essere finalmente riuscito a ricucire i rapporti con gran parte del \u2018suo\u2019 partito. Sennonch\u00e9 l\u2019idillio \u00e8 durato poco. Ben 14 senatori repubblicani (di varie correnti) hanno recentemente boicottato la proposta di Trump sulla regolarizzazione dei figli degli immigrati irregolari (i cosiddetti Dreamers).<\/p>\n<p>Senza poi contare che, nell\u2019elefantino, non sono pochi coloro che guardano con un certo fastidio alla riforma infrastrutturale presentata dal presidente: una riforma che prevedrebbe investimenti pubblici pari a circa duecento miliardi di dollari e che soprattutto i liberisti ortodossi considerano una forma di pericoloso statalismo.\u00a0Come se non bastasse,\u00a0altri poi non tollerano il peso crescente che alcuni parenti del magnate stanno acquisendo in seno allo staff presidenziale, a partire da sua figlia Ivanka.<\/p>\n<p>Insomma,\u00a0il miliardario\u00a0rischia di ritrovarsi, ancora una volta, i peggiori nemici dentro quello che teoricamente dovrebbe essere il suo partito. E, qualora le elezioni di met\u00e0 mandato del prossimo novembre dovessero andare male, non \u00e8 escluso che \u2013 in vista del 2020 \u2013 qualche repubblicano possa cercare di contendere a Trump la nomination. Non sarebbe d\u2019altronde la prima volta.<\/p>\n<p><strong>Nomination contese<\/strong><br \/>\nNel 1976, Ronald Reagan contest\u00f2\u00a0per\u00a0esempio al presidente uscente, Gerald Ford, l\u2019investitura\u00a0del partito per correre verso la Casa Bianca. Stessa cosa accadde a Jimmy Carter che, nel 1980, si vide contendere la nomination democratica da parte del senatore Ted Kennedy. Certo: \u00e8 ancora presto per capire se una simile ipotesi potr\u00e0 verificarsi nuovamente tra tre anni. Come detto, dirimente potrebbero rivelarsi le elezioni parlamentari del prossimo novembre.<\/p>\n<p>Nel caso, a presentarsi potrebbero essere proprio i senatori Marco Rubio e Ted Cruz, gi\u00e0 acerrimi nemici del miliardario durante la scorsa campagna elettorale. Entrambi non hanno digerito la sconfitta sub\u00ecta ed entrambi rappresentano sacche dell\u2019universo repubblicano che non vedono troppo di buon occhio l\u2019attuale presidente. A tutto questo si aggiunga poi la recente notizia della candidatura di <strong>Mitt Romney<\/strong> per il seggio senatoriale dello Utah.<\/p>\n<p>Ex governatore del Massachusetts e candidato repubblicano alla Casa Bianca nel 2012, Romney ha sempre considerato Trump una sorta di usurpatore inetto. Nel corso del 2016, condusse una vera e propria guerra interna al partito, per cercare di mettergli i bastoni tra le ruote. Senza troppi risultati. Quando poi il miliardario riusc\u00ec a conquistare la Casa Bianca, tra i due si celebr\u00f2 un timido disgelo, tanto che il nome di Romney circol\u00f2 come ppssbile nuovo segretario di Stato.\u00a0Tuttavia\u00a0non se ne fece nulla. E i rapporti tra i due antagonisti sono tornati piuttosto\u00a0tesi. Adesso, con questa sua (ennesima)\u00a0discesa in campo, non si pu\u00f2 escludere che il vecchio Mitt voglia tornare a guidare la fronda repubblicana contro Trump. E chiss\u00e0 che non stia meditando su una nuova corsa presidenziale.<\/p>\n<p>Da entrambe le parti dell\u2019agone politico, la situazione \u00e8 abbastanza confusa. E, c\u2019\u00e8 da giurarci, Donald Trump far\u00e0 leva proprio su questo caos, per presentarsi nel 2020 come l\u2019unico candidato in grado di guidare la nazione. E, se non uscir\u00e0 in fretta un\u2019alternativa credibile, non \u00e8 improbabile che il magnate possa alla fine ottenere un secondo mandato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tra successi e battute d\u2019arresto, la presidenza di Donald\u00a0Trump\u00a0va avanti. E, con l\u2019approssimarsi delle elezioni presidenziali del 2020, cui mancano poco meno di mille giorni, il Partito Democratico sta pian piano iniziando a cercare candidati in grado di sfidare l\u2019attuale inquilino della Casa Bianca. I nomi che circolano da alcune settimane non sono pochi, testimoniando [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":21,"featured_media":68459,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[656,655,657,422,922],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/68456"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/21"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=68456"}],"version-history":[{"count":8,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/68456\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":68480,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/68456\/revisions\/68480"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media\/68459"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=68456"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=68456"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=68456"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}