{"id":68657,"date":"2018-03-11T20:01:19","date_gmt":"2018-03-11T19:01:19","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=68657"},"modified":"2018-03-13T10:36:22","modified_gmt":"2018-03-13T09:36:22","slug":"usa-dazi-trump-repubblicani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/03\/usa-dazi-trump-repubblicani\/","title":{"rendered":"Usa: dazi, Trump spezza il breve idillio con il partito repubblicano"},"content":{"rendered":"<p>I rapporti tra Donald <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/12\/usa-tasse-trump-regalo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>Trump<\/strong><\/a> e una quota consistente del <strong><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/02\/usa2020-democratici-anti-trump\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Partito repubblicano<\/a><\/strong> non sono mai stati troppo cordiali. Eppure, alla fine del 2017, le cose erano cambiate. L\u2019approvazione di una <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/12\/usa-tasse-trump-regalo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>riforma fiscale<\/strong><\/a> in puro stile reaganiano sembrava aver finalmente portato la pace tra il presidente e le alte sfere dell\u2019Elefantino: quelle alte sfere che non avevano mai nascosto un certo fastidio nei confronti del miliardario, considerandolo nulla pi\u00f9 che un outsider eretico. A maggior ragione, la forte detassazione varata a dicembre sembrava aver ricondotto il presidente nell&#8217;alveo della pi\u00f9 pura ortodossia repubblicana, sancendo l\u2019inizio di un idillio con il Grand Old Party. Un idillio che \u2013 tuttavia \u2013 sembra essersi gi\u00e0 infranto.<\/p>\n<p>Eh s\u00ec, perch\u00e9 con l\u2019inizio del 2018 Trump si \u00e8 intestato una serie di battaglie che, a ben vedere, con il Partito repubblicano c\u2019entrano ben poco. A partire dai temi economici. Negli ultimi giorni, il miliardario ha infatti rispolverato le tesi protezioniste che tanto aveva cavalcato ai tempi della campagna elettorale. Cos\u00ec, l&#8217;8 marzo, Trump ha imposto pesanti <strong>dazi<\/strong> sull&#8217;import di <strong>acciaio<\/strong> e<strong> alluminio<\/strong>. Dazi che, se dovessero divenire effettivi, nel giro di due settimane, colpirebbero principalmente la <strong>Cina<\/strong> e alleati storici come l\u2019<strong>Unione europea<\/strong>. E, per quanto il presidente abbia ammorbidito la sua linea nei confronti di Messico e Canada, il subbuglio non \u00e8 poco: a partire da un certo nervosismo dei mercati finanziari.<\/p>\n<p><strong>Una mossa elettorale verso il voto di met\u00e0 mandato<\/strong><br \/>\nLa mossa del presidente trova la propria ragione innanzitutto in dinamiche di politica interna. Il prossimo novembre, si terranno le elezioni di met\u00e0 mandato, con cui si rinnover\u00e0 la totalit\u00e0 della Camera e un terzo del Senato. In questo delicato frangente, il magnate rischia di ritrovarsi con un problema di immagine. Nonostante, infatti, la riforma fiscale abbia rappresentato un suo indubbio successo, \u00e8 altrettanto vero che quella defiscalizzazione \u00e8 stata da molti considerata come un ingiusto aiuto alle classi abbienti. Un elemento che ha infastidito non poco lo zoccolo duro dell\u2019elettorato trumpiano: la classe operaia impoverita della Rust Belt. Una quota elettorale che il prossimo novembre potrebbe rivelarsi dirimente.<\/p>\n<p>Trump vuole insomma evitare di passare come il \u201cpresidente dei ricchi\u201d. Ed \u00e8 probabilmente per questo che ha recuperato le tesi protezioniste della campagna elettorale. Il presidente ha d&#8217;altronde affermato che queste misure sono una risposta a un deficit commerciale di circa 800 miliardi di dollari, aggiungendo di voler tutelare 100.000 posti di lavoro americani. In questo senso, il magnate vuole tornare a incarnare il ruolo del protettore dell\u2019economia nazionale, ribadendo al contempo \u2013 sul fronte geopolitico \u2013 l\u2019idea dell\u2019America First.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;effetto boomerang delle misure protezionistiche, esterni ed interni<\/strong><br \/>\nTutto questo ha suscitato non poche polemiche. Molti economisti sostengono che i dazi finiranno per rivelarsi un\u2019arma a doppio taglio, arrivando a danneggiare ampi settori dell\u2019economia statunitense (dall&#8217;energia all&#8217;automobile, passando per l\u2019agricoltura). L\u2019Unione europea, dal canto suo, si \u00e8 detta intenzionata ad attuare una serie di ritorsioni commerciali, in grado di colpire determinati prodotti americani: dolciumi, tabacco, bourbon e succo d\u2019arancia, ma anche le Harley Davidson. Tutto questo, mentre 11 Paesi del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Per\u00f9, Singapore e Vietnam) hanno firmato un accordo commerciale molto simile a quella Trans Pacific Partnership, stracciata mesi fa proprio dallo stesso Trump.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 proprio sul versante politico interno che si ravvisano gli scossoni pi\u00f9 forti. Alla Casa Bianca, il consigliere economico di Trump, Gary<strong> Cohn<\/strong>, ha deciso di dimettersi in polemica con queste politiche protezioniste. Senza dimenticare i profondi malumori che stanno attraversando il Partito repubblicano. Al Senato, non sono pochi i rappresentanti dell\u2019Elefantino che hanno criticato i dazi trumpiani. Alla Camera, molti deputati del Grand Old Party stanno invece chiedendo al presidente di alleggerire questa linea, limitandosi a tariffe mirate e circoscritte. Tutto questo mette chiaramente in evidenza come Trump si stia ponendo in contrasto con parte cospicua dell\u2019ortodossia reaganiana. Anche perch\u00e9 \u2013 \u00e8 bene rilevarlo \u2013 svariati deputati democratici della Rust Belt stanno in queste ore elogiando i dazi del presidente, riecheggiando di fatto le tesi protezioniste avanzate dal senatore socialista Bernie Sanders ai tempi dell\u2019ultima campagna elettorale.<\/p>\n<p><strong>Uno sguardo ai precedenti<\/strong><br \/>\nCerto: se si guardasse con attenzione alla storia, queste novit\u00e0 andrebbero in realt\u00e0 ridimensionate. Non dimentichiamo infatti che, negli Anni \u201980, anche Reagan impose pesanti dazi ad alcuni prodotti giapponesi (dalle automobili alle motociclette, passando per i semiconduttori). E quelle tariffe ebbero conseguenze in chiaroscuro: se da una parte si rivelarono un danno oggettivo per i consumatori americani, dall&#8217;altra costrinsero tuttavia Tokyo ad abbandonare pratiche commerciali scorrette. Se dunque la novit\u00e0 del protezionismo trumpiano va forse parzialmente smorzata, \u00e8 pur vero che \u2013 sul fronte dell\u2019immagine e dell\u2019impatto mediatico \u2013 rappresenti un vero e proprio detonatore in seno al Partito repubblicano. E, proprio come accadde la scorsa estate sul tema sanitario, non \u00e8 escluso che il presidente possa ritrovarsi a fronteggiare una pericolosa fronda in Senato. Guidata, magari, dal nemico (repubblicano) Ben Sasse, che \u2013 non a caso \u2013 ha criticato duramente i dazi del presidente.<\/p>\n<p>Ma il protezionismo non \u00e8 l\u2019unica fonte di attrito tra Trump e l\u2019Elefantino. Un\u2019altra questione spinosa \u00e8 quella delle armi. Dopo la strage al liceo di Parkland in Florida, il presidente si \u00e8 detto favorevole a introdurre una serie di restrizioni che vanno nella direzione opposta a quanto storicamente auspicato dalla lobby delle armi e dallo stesso Partito repubblicano. D\u2019altronde, su questo tema la posizione di Trump \u00e8 sempre risultata piuttosto ondivaga.<\/p>\n<p><strong>Il tema delle armi e le posizioni ondivaghe<\/strong><br \/>\nQuando si candid\u00f2 nel 2000 con il Reform Party, il miliardario sosteneva una posizione tendenzialmente moderata, auspicando maggiori restrizioni sul possesso e la diffusione delle armi. Le cose sono radicalmente cambiate quando, nel 2015, scese in campo per la nomination repubblicana. Da allora, il magnate \u00e8 diventato tra i maggiori sostenitori della lobby delle armi, ricevendone anche cospicui finanziamenti elettorali. La capriola era principalmente motivata dalla volont\u00e0 di accattivarsi le simpatie dell\u2019elettorato conservatore pi\u00f9 tradizionale, che \u2013 soprattutto negli Stati meridionali \u2013\u00a0 guardava a Trump con una certa diffidenza. Adesso, si \u00e8 verificata una nuova giravolta.<\/p>\n<p>Probabilmente, con il consueto fiuto elettorale che lo contraddistingue, il presidente s&#8217;\u00e8 convinto che l\u2019opinione pubblica americana si stia man mano spostando su posizioni molto critiche nei confronti della lobby delle armi. Non \u00e8 quindi escluso che, come nel caso del protezionismo, i pensieri del presidente siano rivolti alle elezioni del prossimo novembre. Ciononostante potrebbe verificarsi un cortocircuito: perch\u00e9 quella stessa Rust Belt, che Trump cerca di conquistare a suon di dazi, potrebbe non gradire troppo la svolta restrittiva sulle armi. Il magnate sta quindi cercando di percorrere una via strettissima, ai limiti della contraddizione, giocandosi di fatto il proprio destino politico.<\/p>\n<p><strong>Contraddizioni e populismo<\/strong><br \/>\nMa come si spiegano queste linee contrastanti e \u2013 a tratti \u2013 confuse? Probabilmente con due ragioni. La prima \u2013 la pi\u00f9 ovvia \u2013 risiede nell&#8217;approccio populista della leadership di Trump. Il magnate \u00e8 difatti abituato a seguire gli umori pi\u00f9 forti nell&#8217;elettorato, assecondandone le inclinazioni pi\u00f9 rilevanti e politicamente significative. Questo lo porta inevitabilmente ad intestarsi battaglie eterogenee e trasversali, che lo pongono al di l\u00e0 della tradizionale dialettica tra democratici e repubblicani.<\/p>\n<p>In secondo luogo, c\u2019\u00e8 tuttavia una ragione forse pi\u00f9 profonda, che inerisce alla natura intrinsecamente mutevole dei partiti americani. La storia mostra infatti che questi ultimi sono grandi contenitori fluidi: pronti a cambiar pelle, in base ai differenti contesti sociali, economici e politici. Per intenderci, il Partito repubblicano di Eisenhower e Nixon non era il Partito repubblicano di Reagan. In questo senso, proprio la spinta potente, che Reagan riusc\u00ec a dare all\u2019Elefantino (innestandovi anche elementi democratici), nel corso dei decenni ha inevitabilmente finito con l\u2019esaurirsi.<\/p>\n<p>Tanto che, se guardiamo ai risultati delle elezioni presidenziali del 2008 e del 2012, il Partito era diventato sempre pi\u00f9 una forza di minoranza: un fortino assediato e incapace di attrarre nuove frange elettorali. Sotto questo aspetto, \u00e8 come se Trump \u2013 pi\u00f9 o meno consapevolmente \u2013 stia in qualche modo cercando di aprire trasversalmente il Grand Old Party a quote elettorali pi\u00f9 ampie e variegate. Che poi abbia effettivamente le capacit\u00e0 politiche per governare questa complicata opera di trasformazione, \u00e8 un altro discorso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I rapporti tra Donald Trump e una quota consistente del Partito repubblicano non sono mai stati troppo cordiali. Eppure, alla fine del 2017, le cose erano cambiate. L\u2019approvazione di una riforma fiscale in puro stile reaganiano sembrava aver finalmente portato la pace tra il presidente e le alte sfere dell\u2019Elefantino: quelle alte sfere che non [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":21,"featured_media":68658,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[473,951,657,567,422,109],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/68657"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/21"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=68657"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/68657\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":68673,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/68657\/revisions\/68673"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media\/68658"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=68657"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=68657"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=68657"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}