{"id":69025,"date":"2018-04-06T14:04:35","date_gmt":"2018-04-06T12:04:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=69025"},"modified":"2018-04-10T07:18:30","modified_gmt":"2018-04-10T05:18:30","slug":"africa-donne-potere-winnie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/04\/africa-donne-potere-winnie\/","title":{"rendered":"Africa: donne e potere, i percorsi di Winnie, Gra\u00e7a e le altre"},"content":{"rendered":"<p><strong>Winnie Mandela<\/strong>,\u00a0<strong>Gra\u00e7a Machel<\/strong>,\u00a0<strong>Ellen Johnson Sirleaf<\/strong>: ecco le donne che hanno cambiato l\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/12\/africa-poverta-sessista\/\"><strong>Africa<\/strong><\/a>\u00a0moderna. Non sono le sole a essersi sedute sulle poltronissime del potere: ministre, premier pi\u00f9 o meno\u00a0 ad interim e presidenti ce ne sono state pi\u00f9 di una. Ameenah Gurib-Fakim, la mauriziana biologa e ambientalista, che si \u00e8 appena dimessa travolta da uno scandalo finanziario, o Joyce Banda, primo presidente donna di un Paese dell\u2019Africa meridionale, che ha guidato il Malawi dal 2012 al 2014. Ma quelle che tutti ricordano sono solo loro: fragili e forti, finite in una Storia che ha rischiato di stritolarle, hanno resistito e detto la loro per decenni, lontane dalle schermaglie quotidiane dei salotti del potere nostrano e abituate alla vista del sangue.<\/p>\n<p>Per questo neri, bianchi, coloured sono tutti in fila all\u20198115 di Vilakazi Street, Soweto, per visitare la casa-museo che fu di Nelson e Winnie Mandela e che conserva ancora parte degli arredi originari e tante foto. Sono ex militanti anti-apartheid, turisti, curiosi; e sono l\u00ec per lui,\u00a0<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/11\/africa-mugabe-padre-patria\/\">Madiba<\/a>, ma anche per lei, l&#8217;icona femminile pi\u00f9 famosa d\u2019Africa, simbolo di coraggiosa resistenza alle violenze del regime segregazionista bianco e poi sommersa da scandali e condanne per corruzione e violenza, che l\u2019hanno messa in secondo piano, ma non le hanno fatto mai perdere l\u2019investitura di \u2018madre della Nazione\u2019, tanto da avere funerali di Stato.<\/p>\n<p><strong>Mandiba e Winnie, la coppia di militanti eroi<\/strong><strong><br \/>\n<\/strong>Nell&#8217;immaginario di molti \u00e8 ancora come in quella foto che campeggia sui mattoni rossi della casa di Soweto: giovane ed elegante mentre raccoglie l\u2019acqua da un rubinetto all&#8217;aperto, rilasciata dopo 18 mesi di isolamento nella terrificante Prigione centrale di Pretoria. Era il 1970 e Mandela era gi\u00e0 in carcere a Robben Island da sette anni. Per lei c\u2019era una sorveglianza strettissima, limitazioni alla libert\u00e0, umiliazioni, il confino. Ma non mollava e le township nere la adoravano. In quella casa, Nelson e Winnie tornarono insieme nel 1990 dopo la liberazione del futuro presidente e premio Nobel, ma ci rimasero solo qualche giorno. La gente del\u00a0<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/02\/sudafrica-zuma-ramaphosa\/\">Sudafrica\u00a0<\/a>in cerca di riscatto voleva la potenza del simbolo. E l\u2019ebbe, ma per poco.<\/p>\n<p>La coppia di militanti-eroi che aveva fatto sognare non c\u2019era gi\u00e0 pi\u00f9 e la separazione di due anni dopo e il divorzio definitivo nel 1996 sancirono una rottura che si era ormai consumata. Winnie non era pi\u00f9 la stessa, vittima di 27 anni di separazione e di una scelta di lotta politica violenta che nulla aveva a che vedere con l\u2019idea di riconciliazione nazionale di Mandela. La creazione dell\u2019ambiguo \u2018Nelson Mandela United Football Club\u2019, usato come corpo di guardia personale dai compiti non chiari, le accuse di aver ordinato torture contro chi era anche solo sospettato di collaborazionismo con il regime bianco, il coinvolgimento nel rapimento e nell&#8217;uccisione il primo gennaio 1989 del quattordicenne Stompie Moeketsi, accusato di essere un informatore della polizia, avevano fatto crollare la popolarit\u00e0 di Winnie e creato pi\u00f9 di un problema all\u2019African National Congress.<\/p>\n<p><strong>Gra\u00e7a, due volte first lady<\/strong><strong><br \/>\n<\/strong>Il Sudafrica\u00a0 non la dimentic\u00f2 ma la primadonna della nazione arcobaleno era ormai un\u2019altra: Gra\u00e7a Machel, elegante e discreta, lontanissima dalla esuberante e colorata Winnie. Mandela la spos\u00f2 nel \u201898, dopo il divorzio, ma la gente non l\u2019ha mai amata come aveva fatto con Winnie. In fin dei conti era una straniera, prima donna a divenire due volte\u00a0 first lady di un Paese africano. Vedova\u00a0 a 31 anni di Samora Machel, primo presidente del Mozambico indipendente, morto nel 1986 in un misterioso incidente aereo in territorio sudafricano orchestrato &#8211; si disse- dal regime bianco di Pretoria,\u00a0 la paragonarono a Jackie Kennedy per lo stile e per la tragedia che l\u2019aveva colpita.<\/p>\n<p>Graca non \u00e8 mai stata una trascinatrice di folle ma il curriculum \u00e8 impeccabile. L\u2019addestramento militare e la militanza nel Frelimo (il Fronte di liberazione del Mozambico), l\u2019esperienza come ministro dell\u2019istruzione nel primo governo del Paese indipendente, l\u2019impegno internazionale per la difesa dei diritti dei bambini e delle donne, la lealt\u00e0 verso Mandela le hanno guadagnato la stima di molti. \u201cDal buio della sua prigione, lei ha portato un raggio di luce nella mia ora pi\u00f9 cupa\u201d, scrisse Graca a Mandela quando lui le invio\u2019 una lettera affettuosa da Robben Island dopo la morte di Samora. Ovviamente, non si erano mai visti e dovevano passare ancora molti anni prima di quella corte discreta di Madiba dalla quale all\u2019inizio Graca si schermiva un po\u2019 e prima di quel matrimonio che univa vecchie tragedie e nuove speranze. Winnie non l\u2019amava,\u00a0 ma ai funerali di Madiba erano sedute in prima fila l\u2019una accanto all\u2019altra.<\/p>\n<p><strong>Ellen che sconfisse la guerra civile<\/strong><strong><br \/>\n<\/strong>Ed e\u2019 un\u2019altra donna, la \u2018dama di ferro\u2019 di Monrovia Ellen Johnson Sirleaf, prima capo di stato di un Paese africano, ad avere allontanato per sempre dalla Liberia lo spettro della guerra civile. Esperta economista con una laurea ad Harvard e Nobel per la Pace, ha guidato il Paese per 12 anni facendo dimenticare il golpista Samuel Doe, i signori della guerra Charles Taylor e Prince Johnson e lasciando il testimone con un passaggio indolore ed elettoralmente corretto a George Weah. Le accuse di corruzione non l\u2019hanno risparmiata fino all&#8217;espulsione dal suo partito, ma le sue battaglie a favore delle donne hanno segnato un passaggio chiave nella societ\u00e0 civile, anche se sull&#8217;abolizione delle mutilazioni genitali femminili alla fine \u00e8 stata sconfitta.<\/p>\n<p>Difficile dire se il suo mandato abbia aperto una nuova via per le donne e la politica ma un paletto l\u2019ha comunque messo, rivisitazione moderna di regine e guerriere di cui ora si ricordano solo gli addetti ai lavori e cultori del genere come Yahya Asantewaa, regina\u00a0 madre degli Ashanti, che in Ghana ai primi del \u2018900 non ebbe paura del colonialismo britannico e si mise alla testa di un esercito di 5000 uomini, o Taytu Betul, imperatrice d\u2019Etiopia, moglie di Menelik II e, dicono, fine consigliera diplomatica, che ebbe un qualche ruolo nella sconfitta di Adua.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Winnie Mandela,\u00a0Gra\u00e7a Machel,\u00a0Ellen Johnson Sirleaf: ecco le donne che hanno cambiato l\u2019Africa\u00a0moderna. 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