{"id":6910,"date":"2007-12-18T00:00:00","date_gmt":"2007-12-17T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/fukuyama-i-neocon-hanno-fallito-torniamo-al-containment\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:08","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:08","slug":"fukuyama-i-neocon-hanno-fallito-torniamo-al-containment","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/12\/fukuyama-i-neocon-hanno-fallito-torniamo-al-containment\/","title":{"rendered":"Fukuyama: i neocon hanno fallito, torniamo al &#8216;containment&#8217;"},"content":{"rendered":"<p>In questa intervista esclusiva ad <i>AffarInternazionali <\/i>Francis Fukuyama, uno dei pi\u00f9 noti analisti politici americani, ribadisce la sua distanza dal movimento <i>neocon<\/i> e parla a tutto tondo delle prospettive della politica estera americana: dalla sfida con la Cina,  \u201cche strategicamente potrebbe diventare per gli Usa pi\u00f9 pericolosa di quanto non lo fosse stata l\u2019Unione Sovietica\u201d, alla necessit\u00e0 di ritirarsi dall\u2019Iraq, dall\u2019esigenza  di non usare la forza contro l\u2019Iran fino al futuro dei rapporti transatlantici e al ruolo dell\u2019Italia che \u201ccon il declinare della potenza americana potrebbe anche acquisire maggiore influenza\u201d, sempre che sappia giocar bene le sue carte. Dopo aver ricoperto negli ultimi 15 anni vari incarichi sia all&#8217;interno della Rand Corporation di Washington che al Dipartimento di Stato americano, oggi Fukuyama \u00e8 professore di economia politica internazionale al Sais della Johns Hopkins University di Washington D.C. \u00c8 divenuto celebre a livello internazionale per il suo controverso libro <a href= \"http:\/\/www.sais-jhu.edu\/faculty\/fukuyama\/the_end_of_history.html\" target= \"blank\"><b><u> La fine della storia e l\u2019ultimo uomo <\/u><\/b><\/a> del 1992. <\/p>\n<p><b>Professor Fukuyama, a poco pi\u00f9 di un anno alla fine del mandato dell\u2019amministrazione Bush quali sono le prospettive della politica estera americana?<\/b><br \/>Da qui in avanti, credo che la politica estera americana si baser\u00e0 fondamentalmente sul principio del <i>contenimento<\/i>. In concreto, ci\u00f2 significher\u00e0 che, a meno di un cambiamento strategico radicale, si continuer\u00e0 lungo le direttrici di marcia intraprese da Condoleezza Rice. Come Segretario di Stato, la Rice si \u00e8 attivamente impegnata per evitare la proliferazione delle armi nucleari in Iran e Corea del Nord attraverso strumenti diplomatici e negoziati multilaterali, ha ridato impulso al processo di pace in Medio Oriente e, pi\u00f9 in generale, ha cercato di offrire un\u2019immagine pi\u00f9 \u2018soft\u2019 della politica estera americana. A mio avviso, sarebbe estremamente opportuno proseguire lungo questi assi strategici.<\/p>\n<p><b>Cosa cambierebbe nella politica estera americana in caso di vittoria di un candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2008?<\/b><br \/>Nel breve periodo verranno certamente introdotti elementi di discontinuit\u00e0 di carattere prevalentemente simbolico: dalla chiusura della prigione di Guantanamo, all\u2019abiura di alcune categorie utilizzate dall\u2019amministrazione Bush come la guerra preventiva o il <i>regime change<\/i>. Ma dal punto di vista sostanziale, non credo che ci sarebbe alcuna differenza significativa. Lo stesso vale per l\u2019Iraq. Entrambi i partiti, probabilmente, sosterranno il ritiro dall\u2019Iraq, con l\u2019unica differenza che un presidente democratico inizier\u00e0 il ritiro circa sei mesi prima di uno repubblicano.<\/p>\n<p><b>Secondo diversi analisti un\u2019amministrazione democratica cambierebbe tattica, ma non strategia in Iraq. \u00c8 d\u2019accordo?<\/b><br \/>La verit\u00e0, a mio avviso, \u00e8 che noi non possiamo rimanere in Iraq. Il fatto che l\u2019aumento delle truppe stia dando risultati relativamente positivi rende pi\u00f9 facile contemplare il ritiro. Consente di sostenere che, una volta sconfitta l\u2019insurrezione, sia pi\u00f9 facile lasciare il controllo della situazione nelle mani dei militari iracheni. Sia il presidente un democratico o un repubblicano, per gli Stati Uniti \u00e8 giunto il momento di porre  termine a questa missione. L\u2019unico che pu\u00f2 crederci ancora, o fingere di crederci ancora, \u00e8 Bush e per fortuna non pu\u00f2 essere rieletto. Come gi\u00e0 detto, un\u2019amministrazione democratica sarebbe solo un po\u2019 pi\u00f9 rapida di una repubblicana nell\u2019avviare il ritiro. Ci\u00f2 significa che, con ogni probabilit\u00e0, questo inizier\u00e0 dodici o diciotto mesi dopo l\u2019elezione del nuovo Presidente.<\/p>\n<p><b>Per lungo tempo lei si \u00e8 dichiarato un <i>neocon<\/i>. Dopo l\u2019avvio della guerra in Iraq lei ha preso le distanze da questo movimento. Questo cambiamento \u00e8 avvenuto per un\u2019evoluzione dei suoi studi o perch\u00e9 ritiene che i neocon abbiano applicato erroneamente principi e teorie in cui lei crede ancora?<\/b><br \/>Ultimamente, purtroppo, il pensiero neo-conservatore \u00e8 stato associato al <i>Weekly Standard <\/i>e al suo redattore, Bill Kristol. Quest\u2019ultimo ha dato particolare enfasi ad alcune idee riguardo l\u2019uso della forza e l\u2019egemonia americana che io non condivido e che mi hanno fatto allontanare da questa scuola di pensiero. Ci\u00f2 che ho sostenuto nel mio libro <a href= \"http:\/\/yalepress.yale.edu\/yupbooks\/book.asp?isbn=0300113994\" target= \"blank\"><b><u> America at the Crossroads<\/u><\/b><\/a>,  \u00e8 che l\u2019interpretazione che queste persone danno dell\u2019eredit\u00e0 lasciata dal neo-conservatismo \u00e8 sbagliata. In riviste come il <i>Public Interest e l\u2019American Interest<\/i>, si \u00e8 parlato a lungo dei limiti del neo-conservatismo, soprattutto quando tale ideologia si \u00e8 fatta portatrice di concetti quali \u201cla trasformazione sociale\u201d o \u201cl\u2019ingegneria sociale\u201d. Innestati nel contesto della politica estera americana, questi concetti hanno indotto a credere che si potesse giungere a una profonda trasformazione dell\u2019Iraq e poi dell\u2019intero Medio Oriente. Ma realmente questa possibilit\u00e0 non \u00e8 mai esistita. Quest\u2019idea della politica estera americana basata prevalentemente sull\u2019uso della forza \u00e8 una pura distorsione dei principi neo-conservatori ed \u00e8 per questo che me ne sono allontanato, anche se ancora condivido molte delle loro idee, a partire dall\u2019universalit\u00e0 dei principi democratici. \u00c8 giusto che gli Stati Uniti cerchino di promuovere la democrazia in altre zone del mondo, ma questa strategia non pu\u00f2 certamente basarsi sul mero ricorso all\u2019uso della forza militare.<\/p>\n<p><b>Quindi, se i principi e i valori alla base dell\u2019ideologia <i>neocon<\/i> fossero stati rispettati e applicati correttamente, lei si potrebbe ancora considerare un <i>neocon<\/i>?<\/b><br \/>In questo caso s\u00ec, mi si potrebbe considerare ancora un <i>neocon<\/i>.<\/p>\n<p><b>Quando \u00e8 avvenuto il suo distacco dall\u2019ideologia neo-conservatrice?<\/b><br \/>Durante tutto il 2002, proprio prima della guerra, ho viaggiato molto in Europa per parlare della politica estera americana e mi sono reso conto che l\u2019amministrazione Bush non stava preparando il paese alla fase della ricostruzione che avrebbe fatto seguito al conflitto, che si preannunciava gi\u00e0 lungo e difficile. Quando mi sono reso conto che la guerra in Iraq sarebbe stata pi\u00f9 complicata di ci\u00f2 che i neo-conservatori avevano preannunciato, ho iniziato a prendere le distanze da loro.<\/p>\n<p><b>Qual \u00e8 oggi, secondo lei, la principale minaccia internazionale alla sicurezza degli Stati Uniti?<\/b><br \/>Non \u00e8 facile individuare un\u2019unica minaccia. Parlerei piuttosto di sfide. La principale che gli Stati Uniti dovranno affrontare nel lungo periodo sar\u00e0 la crescita della potenza cinese. In un mondo in cui la maggior parte della produzione si sta spostando verso l\u2019Asia, gli Stati Uniti dovranno, nel breve periodo, fronteggiare una sfida prettamente economica e cercare di aumentare la competitivit\u00e0 dei propri prodotti. Nel lungo periodo, invece, la potenza cinese potrebbe diventare, dal punto di vista strategico, una minaccia ancora pi\u00f9 pericolosa di quanto lo fu l\u2019Unione Sovietica, dato che si baserebbe su una economia molto pi\u00f9 stabile. Non credo, tuttavia, che la Cina possa diventare una vera minaccia militare, nemmeno rispetto a Taiwan. Se invece volessimo individuare una minaccia prettamente militare, allora credo che questa sia da individuare nell\u2019islamismo radicale, che pu\u00f2 condurre a un\u2019intensificazione del conflitto nel Golfo Persico e in altre aree del mondo.<\/p>\n<p><b>A proposito della Cina, nel suo libro \u201cLa fine della storia\u201d lei sottolinea che la modernizzazione economica porta con s\u00e9 anche una richiesta di maggiore partecipazione politica e, tendenzialmente, allo sviluppo di istituzioni liberali. Questa valutazione si pu\u00f2 applicare anche alla Cina?<\/b><br \/>La Cina mi sembra ancora lontana da una transizione democratica. Si sta certamente modernizzando e sta gettando le basi per una eventuale transizione alla democrazia, ma probabilmente dovremo aspettare ancora un\u2019altra decade, se non due, prima di vedere se tale sviluppo economico determiner\u00e0 il rafforzamento di tendenze democratiche. La mia previsione \u00e8 che ci\u00f2 accadr\u00e0 anche in quel paese, ma ci\u00f2 non toglie che al momento la Cina, e in misura minore la Russia, siano in aperta contraddizione con la mia tesi.<\/p>\n<p><b>Quale strategia dovrebbero adottare gli Stati Uniti per evitare che l\u2019Iran giunga a dotarsi dell\u2019arma nucleare? <\/b><br \/>L\u2019Iran \u00e8 senza dubbio uno dei principali problemi della politica estera americana. E\u2019 chiaro, infatti, che Ahmadinejad vuole l\u2019arma nucleare a tutti i costi. Il regime iraniano, tuttavia, non \u00e8 ben coeso e una parte dell\u2019establishment sembra avere pessime intenzioni, il che crea una miscela esplosiva per l\u2019intera regione. Ci\u00f2 detto, non credo che la minaccia posta dall\u2019Iran possa condurre alla terza guerra mondiale, come l\u2019amministrazione Bush in alcuni casi sembra ritenere. Nei confronti dell\u2019Iran, sono pi\u00f9 incline a privilegiare una politica di contenimento, anche nel caso in cui quel paese dovesse giungere a dotarsi dell\u2019arma nucleare. Nonostante la retorica di Ahmadinejad, infatti, gli iraniani sono un popolo tendenzialmente razionale e sia che l\u2019Iran acquisti il rango di potenza nucleare, sia che non lo faccia, a mio avviso l\u2019unica politica perseguibile da parte degli Stati Uniti \u00e8 quella del contenimento. Dal 1979 in poi \u00e8 stato possibile contenere l\u2019Iran cos\u00ec come era stato possibile contenere l\u2019Unione Sovietica. Ci\u00f2 mi induce ad essere contrario ad ogni tipo di azione preventiva nei confronti del regime di Teheran. Non esiste alcuna alternativa plausibile a quella del dialogo e dell\u2019isolamento economico e politico. Se continueremo ad usare il canale diplomatico, le componenti pi\u00f9 moderate del regime acquisteranno crescente fiducia e influenza. E certamente non possiamo continuare sul canale diplomatico senza l\u2019aiuto degli europei.<\/p>\n<p><b>Come reagir\u00e0 Israele alla prospettiva di un Iran nucleare? Se gli Stati Uniti non interverranno, crede che lo far\u00e0 Israele?<\/b><br \/>Mi sembra che il senso di forte preoccupazione che si era diffuso lo scorso anno in Israele si sia parzialmente ridotto. Ma non sono in grado di dire nulla sulle possibili scelte di Israele.<\/p>\n<p><b>Crede che possiamo aspettarci un Iran pi\u00f9 democratico tra 10 anni?<\/b><br \/>Direi che possiamo aspettarci che l\u2019Iran diventi pi\u00f9 liberale. Al suo interno la societ\u00e0 iraniana \u00e8 infatti molto diversificata e complessa e non approva l\u2019attuale teocrazia. I primi importanti cambiamenti si potrebbero vedere gi\u00e0 tra una generazione, ma non vorrei creare aspettative eccessive, commettendo lo stesso errore che recentemente si \u00e8 commesso sopravvalutando il potere che gli studenti e i gruppi di opposizione detengono realmente all\u2019interno della societ\u00e0 iraniana. Ci\u00f2 che gli iraniani vogliono in realt\u00e0 \u00e8 ben pi\u00f9 semplice della democrazia: vogliono trovare cibo sulle loro tavole e bassi prezzi per il petrolio e per il gas, e appoggeranno chiunque e qualunque regime possa soddisfare questi loro bisogni.<\/p>\n<p><b>Intanto cresce l\u2019influenza sciita in tutta la regione, dall\u2019Iraq, al Libano, alla Siria. Quali sono, in questo contesto, le possibilit\u00e0 di un\u2019affermazione dei valori della democrazia nell\u2019area?<\/b><br \/>Il problema \u00e8 che sia i gruppi sciiti che quelli sunniti, Al Qaeda, i salafisti, e il gruppo Al-wahabi, sono incompatibili non tanto con il principio democratico, ma con il nostro concetto di democrazia liberale, visto che la loro religione non ammette tolleranza e libert\u00e0, ma al contrario profetizza l\u2019imposizione della sharia in ogni societ\u00e0 gestita sotto strette forme di controllo. Ci\u00f2 rappresenta una minaccia per i regimi della regione molto pi\u00f9 che per Israele o per gli Stati Uniti. Questi regimi sono consapevoli di questa minaccia e hanno gi\u00e0 assunto delle misure per contrastare l\u2019espansione delle componenti sciite pi\u00f9 estremiste. Non ritengo, dunque, ci sia motivo di sopravvalutare particolarmente questa minaccia.<\/p>\n<p><b>Rispetto al conflitto israelo-palestinese, crede che possano emergere dei risultati concreti dal processo che si avviato con la conferenza di Annapolis? <\/b><br \/>Credo che le basi per una risoluzione del problema oggi siano di nuovo sul tavolo. Il leader di Fatah, Abu Mazen, sembra ben disposto ad andare avanti verso la risoluzione del problema. Il governo e la popolazione israeliane sono frenati nelle loro ambizioni dal ricordo degli esiti nefasti della guerra con il Libano della scorsa estate. La pecora nera continua ad essere Hamas, ma ci\u00f2 nonostante credo esista la possibilit\u00e0 concreta di un compromesso. Tuttavia ci vorr\u00e0 molto tempo, e credo che Annapolis rappresenti solo un piccolissimo passo iniziale.<\/p>\n<p><b>Quel \u00e8 la sua valutazione del Pakistan e della sua situazione interna?<\/b><br \/>Il Pakistan \u00e8 un paese debole con cui gli Stati Uniti hanno sempre mantenuto un rapporto piuttosto positivo. Il paese potrebbe diventare un problema molto serio se degenerasse da Stato debole a Stato fallito. La minaccia non proviene tanto da un Governo ostile, ma dalla possibile degenerazione in anarchia e instabilit\u00e0, nel qual caso si potrebbe perdere il controllo dell\u2019arma nucleare posseduta dal governo pakistano. Ad oggi, tuttavia, non credo che il Pakistan possa o voglia esportare materiale nucleare a gruppi terroristi di proposito. E\u2019 vero che il Pakistan ha gi\u00e0 esportato materiale nucleare in Siria e Libia, ma dubito che rifornir\u00e0 gruppi di terroristi, a meno che si dovesse determinare una totale perdita di controllo e potere da parte del Governo. Sicuramente Musharraf sta contribuendo alla debolezza del Governo, usando il sostegno dei militari come unica fonte di legittimazione e controllo del potere.<\/p>\n<p><b>Qual \u00e8 il futuro della comunit\u00e0 transatlantica, e quale ruolo spetta, in questo quadro, a una media potenza come l\u2019Italia?<\/b><br \/>Il concetto di comunit\u00e0 transatlantica risale all\u2019epoca della guerra fredda e non credo che potr\u00e0 sopravvivere a lungo dopo la fine di tale era. Prima del 1945 non esisteva alcuna comunit\u00e0 transatlantica, ma solo stati indipendenti come gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia o l\u2019Italia, e le loro relazioni reciproche. Credo che stiamo lentamente tornando a quel sistema e che quei legami transatlantici che ci hanno accomunato per lungo tempo stiano scemando. Le implicazioni per un paese come l\u2019Italia sono piuttosto positive, dato che in un sistema pi\u00f9 multipolare ogni Stato giocher\u00e0 un ruolo maggiore. Con il declinare della potenza americana, ogni singolo Stato dovr\u00e0 decidere se allearsi o meno agli Usa e questo &#8211; in aggiunta alla partecipazione in alcune istituzioni internazionali o regionali &#8211; dar\u00e0 a un paese come l\u2019Italia maggiore influenza. Un po\u2019 lo si \u00e8 gi\u00e0 visto durante la guerra in Iraq, quando il governo Berlusconi ha usato il sostegno alle guerra per avvicinarsi agli Stati Uniti e con ci\u00f2 guadagnare pi\u00f9 influenza, cosa che la Francia o la Germania, invece, non hanno fatto.<\/p>\n<p><b>Oggi in Italia c\u2019\u00e8 un diffuso sentimento antiamericano. Non crede che questo raffredder\u00e0 le relazioni con gli Stati Uniti?<\/b><br \/>Forse, ma solo nel breve periodo perch\u00e9 gli Stati Uniti e l\u2019Italia hanno interessi comuni ben pi\u00f9 forti. Una volta stabilizzata la situazione in Iraq, i legami economici e politici tra i due paesi avranno la meglio. Per di pi\u00f9, fino a quando gli Usa rimarranno l\u2019unica super-potenza, l\u2019Italia avr\u00e0 solo da guadagnare nell\u2019appoggiarla, e a mano a mano che la potenza americana verr\u00e0 meno, questa relazione diverr\u00e0 sempre pi\u00f9 bilanciata. Date le relazioni storiche tra i nostri due paesi, non credo che questo latente antiamericanismo in Italia durer\u00e0 molto a lungo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In questa intervista esclusiva ad AffarInternazionali Francis Fukuyama, uno dei pi\u00f9 noti analisti politici americani, ribadisce la sua distanza dal movimento neocon e parla a tutto tondo delle prospettive della politica estera americana: dalla sfida con la Cina, \u201cche strategicamente potrebbe diventare per gli Usa pi\u00f9 pericolosa di quanto non lo fosse stata l\u2019Unione Sovietica\u201d, [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":39,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[9],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6910"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/users\/39"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=6910"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6910\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":66988,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/6910\/revisions\/66988"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=6910"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=6910"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=6910"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}