{"id":6920,"date":"2007-12-18T00:00:00","date_gmt":"2007-12-17T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/its-foreign-policy-stupid\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:08","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:08","slug":"its-foreign-policy-stupid","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2007\/12\/its-foreign-policy-stupid\/","title":{"rendered":"It&#8217;s foreign policy, stupid!"},"content":{"rendered":"<p>Nelle primarie americane la politica estera sta avendo un ruolo centrale. E lo avr\u00e0 sicuramente anche nelle elezioni presidenziali del prossimo autunno. I dati indicano che molti americani guarderanno soprattutto ai programmi di politica estera quando dovranno scegliere il prossimo presidente. Il loro voto potrebbe peraltro rivelarsi decisivo, perch\u00e9 si tratta in gran parte di elettori incerti, quelli che non di rado fanno la differenza.<\/p>\n<p><b>Rifiuto dell\u2019isolazionismo<\/b><br \/>In verit\u00e0, c\u2019\u00e8 un punto non irrilevante su cui i principali candidati, sia repubblicani che democratici, concordano: nonostante il fallimento della politica interventista di Bush e l\u2019avversione crescente dell\u2019opinione pubblica per impegni all\u2019estero non dettati da minacce incombenti o da un chiaro interesse nazionale, nessuno propone un ritorno a politiche isolazioniste. Inoltre, tutti i candidati repubblicani hanno preso le distanze dagli eccessi \u201cidealistici\u201d dei neoconservatori, da quel \u201cwilsonismo senza istituzioni\u201d che, fatto proprio dall\u2019attuale Amministrazione, \u00e8 stato all\u2019origine di una serie di errori a catena. Anche un candidato come l\u2019ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che per la politica estera si sta facendo consigliare da alcuni neoconservatori di provata fede, ha accuratamente evitato di riproporre obiettivi ormai ampiamente screditati come l\u2019esportazione della democrazia o il <i>\u201cregime change\u201d<\/i>. Obiettivi peraltro che rimanevano ancora al centro della strategia di sicurezza nazionale pubblicata dall\u2019Amministrazione nel 2006. Che oggi nessuno si periti di rilanciarli \u00e8 una prova eloquente di quanto siano cambiati, almeno sotto questo rispetto, i termini del dibattito di politica estera.  <\/p>\n<p>       Ma, a parte questa presa di distanza dagli aspetti pi\u00f9 palesemente fallimentari delle teorie neoconservatrici, i candidati repubblicani \u2013 almeno quelli che hanno reali possibilit\u00e0 di vincere le primarie \u2013 hanno fatto propri, senza grandi modifiche, tutti i principali capisaldi della linea di politica estera di Bush. A partire dalla \u201cguerra globale al terrorismo\u201d: tutti si dichiarano convinti che l\u2019attuale amministrazione abbia fatto bene ad abbandonare quella che Giuliani, in un articolo su <i>Foreign Affairs<\/i>, ha definito, con riferimento agli anni di Bill Clinton, \u201cuna dannosa strategia decennale di reazione difensiva\u201d. <\/p>\n<p>La scelta di portare la guerra nel campo del nemico, cio\u00e8 in Medio Oriente (Afghanistan, Iraq e domani forse Iran), rimane pertanto, secondo i candidati repubblicani, una scelta lungimirante, che va pienamente riconfermata. Nessun ritorno indietro, dunque, alla situazione precedente l\u2019attacco del 2001 alle Torri gemelle e al Pentagono. \u201cApparteniamo tutti alla generazione dell\u201911 settembre\u201d \u00e8 l\u2019incipit dell\u2019articolo di Giuliani summenzionato. I candidati repubblicani continuano a riproporre, sulle orme di Bush, l\u2019immagine di un\u2019America minacciata da molte direzioni che, per proteggersi, non pu\u00f2 far altro che rimanere all\u2019offensiva. I sondaggi indicano peraltro che questa visione, pur avendo sempre meno credito tra gli elettori che si dichiarano indipendenti,  continua ad essere condivisa dalla stragrande maggioranza di quelli repubblicani. <\/p>\n<p>Specie in periodo di primarie, metterla in discussione \u00e8 l\u2019ultima cosa che i candidati repubblicani possono permettersi di fare, anche ammesso che nutrano qualche dubbio in proposito. Anzi, Giuliani e un altro candidato con chance di successo, l\u2019ex-governatore del Massachusetts, Mitt Romney, sono tutt\u2019altro che immuni dalle iperboli ideologiche. Entrambi parlano di lotta senza quartiere contro il \u201cfascismo islamico\u201d e i progetti di edificare un califfato jihadista, senza preoccuparsi di fare troppe distinzioni tra sunniti e sciiti o fra le varie forme di radicalismo islamico. Anche l\u2019altro candidato di punta dei repubblicani, il senatore John McCain, che pure non ha avuto remore a criticare gli errori commessi da Bush nella gestione della guerra in Iraq, ne ha in realt\u00e0 sempre difeso le scelte strategiche di fondo.<\/p>\n<p><b>L\u2019alternativa dei democratici<\/b><br \/>Il problema centrale per i democratici  &#8211; per la Clinton, come per gli altri due candidati che sono in cima ai sondaggi, il senatore dell\u2019Illinois Barak Obama e l\u2019ex-senatore del North Carolina, John Edwards &#8211;  \u00e8 invece ristabilire la reputazione politica e morale dell\u2019America nel mondo per poterne riaffermare la leadership globale. La Clinton ha fatto della \u201cvisione ciecamente ideologica del mondo\u201d di Bush il suo obiettivo polemico privilegiato, accusando l\u2019attuale presidente di aver messo gli americani di fronte a false scelte, come quella tra forza e diplomazia e, pi\u00f9 in generale, tra <i>hard e soft power<\/i>, laddove, ha sostenuto, \u00e8 solo la combinazione di questi elementi che pu\u00f2 portare al successo. <\/p>\n<p>Uno dei fondamentali temi di contrasto tra repubblicani e democratici \u00e8 proprio il ruolo della diplomazia. I primi sono a dir poco riluttanti a dialogare con paesi come l\u2019Iran e la Siria, per non parlare di Cuba, e insistono sulla necessit\u00e0 di porre precise condizioni prima dell\u2019avvio di qualsivoglia negoziato. Per i secondi \u00e8 invece fondamentale che sia rilanciata al pi\u00f9 presto l\u2019azione diplomatica degli Usa, specie in Medio Oriente. Obama \u00e8 quello che si \u00e8 spinto pi\u00f9 in l\u00e0, dicendosi pronto a colloquiare subito e \u201csenza precondizioni\u201d con i leader di Stati che hanno finora mostrato ostilit\u00e0 nei confronti degli Usa. La Clinton, scegliendo, come su altre questioni, una posizione intermedia ha avuto buon gioco ad accusarlo di ingenuit\u00e0: incontri improvvisati con leader di paesi antagonisti, ha sottolineato, possono facilmente avere un effetto boomerang se non adeguatamente preparati. <\/p>\n<p>Hillary Clinton \u00e8 stata pi\u00f9 cauta degli altri candidati democratici anche sulla \u201cguerra al terrorismo\u201d. Ha evitato di denunciarla come mero \u201cslogan politico\u201d, come invece ha fatto Edwards, che ha accusato Bush di essersene servito per giustificare qualsiasi cosa, da Guantanamo a Abu Ghraib, dallo spionaggio sui cittadini americani al ricorso alla tortura. La Clinton \u00e8 stata d\u2019altronde attentissima a non prestare il fianco a qualsivoglia accusa di non essere abbastanza dura verso il terrorismo. A parte ogni altra considerazione, dietro quest\u2019atteggiamento c\u2019\u00e8 evidentemente un preciso calcolo politico: un eventuale nuovo attacco terroristico nei prossimi mesi o, peggio, in piena campagna elettorale metterebbe in gravi difficolt\u00e0 i candidati che avessero mostrato di sottovalutare questo tipo di minaccia.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 piena concordia fra i democratici anche su un altro punto: la prima e fondamentale condizione per rilanciare la leadership americana nel mondo \u00e8 uscire al pi\u00f9 presto dal pantano iracheno. Cos\u00ec, mentre tutti i principali candidati repubblicani hanno sostenuto l\u2019incremento di truppe deciso da Bush all\u2019inizio del 2007 e sono per confermare, per ora senza scadenze, la presenza militare in Iraq, i democratici si sono sforzati di presentare piani, pi\u00f9 o meno dettagliati, per il ritiro. Questi piani hanno molto in comune: prevedono che il nuovo presidente avvii il ritiro immediatamente dopo il suo insediamento \u2013 se non sar\u00e0 stato fatto nel frattempo da Bush, il che appare altamente improbabile &#8211; , che sia completato in non meno di un anno e che comunque rimangano, sia nella regione che in Iraq, alcune truppe americane. <\/p>\n<p>Quest\u2019ultimo \u00e8 chiaramente il punto pi\u00f9 delicato. Tutti i principali candidati democratici hanno dichiarato di ritenere necessaria, anche una volta data esecuzione ai piani per il ritiro, una presenza militare americana per assolvere a una serie di missioni di non poco conto: dalla protezione del personale civile americano che rester\u00e0 in Iraq, al controllo dei confini con i paesi limitrofi dalle operazioni antiterrorismo contro al-Qaeda, all\u2019addestramento dell\u2019esercito iracheno. Alcune di queste missioni possono teoricamente essere svolte fuori dall\u2019Iraq o essere assegnate a unit\u00e0 militari che, in caso di necessit\u00e0, interverrebbero dai paesi vicini \u2013 come, per esempio, una forza di azione rapida di stanza in Kuwait o in altro paese alleato del Golfo. Ma altri compiti non potrebbero che essere svolti all\u2019interno dell\u2019Iraq. Inoltre, per assolvere a queste missioni servirebbero migliaia di soldati. Secondo alcune stime, anzi, alcune decine di migliaia. <\/p>\n<p>Insomma, anche se i candidati democratici hanno fatto del ritiro delle truppe dall\u2019Iraq un cavallo di battaglia, dalle loro dichiarazioni si ricava che non immaginano un ritiro totale e, men che meno, un disimpegno dagli sforzi per stabilizzare il paese ed evitare che cada sotto l\u2019influenza iraniana o si trasformi ancor di pi\u00f9 in una zona franca per i terroristi di  al-Qaeda.<\/p>\n<p><b>La questione iraniana<\/b><br \/>Fino a un paio di mesi fa la questione dell\u2019Iraq dominava totalmente il dibattito di politica estera. Ma negli ultimi tempi ha assunto un rilievo crescente il problema delle misure da adottare per bloccare il programma nucleare dell\u2019Iran. L\u2019ipotesi di un intervento militare contro Teheran \u00e8 ormai diventato uno dei temi centrali della campagna elettorale. Questo parziale spostamento di attenzione \u00e8 dovuto a un oggettivo aggravamento del problema: n\u00e9 gli sforzi diplomatici n\u00e9 le sanzioni decise dall\u2019Onu hanno finora prodotto risultati, e l\u2019Iran ha continuato a fare progressi nell\u2019arricchimento dell\u2019uranio, anche se non \u00e8 chiaro di quali proporzioni. Ma anche l\u2019amministrazione Bush ci ha messo del suo, usando toni sempre pi\u00f9 allarmistici sulla minaccia iraniana, forse anche nell\u2019intento di distrarre l\u2019opinione pubblica dalla guerra in Iraq. \u00c8 stata per\u00f2 clamorosamente smentita dall\u2019ultima stima dei servizi di intelligence nazionali, che, ridimensionando di molto il rischio che Teheran si costruisca un arsenale nucleare nei prossimi anni, l\u2019ha costretta, almeno per ora, sulla difensiva. <\/p>\n<p>Anche sull\u2019Iran le differenze tra i candidati dei due partiti sono molto marcate, ma ne sono emerse di significative anche tra i candidati democratici. Giuliani, McCain e Romney hanno fatto dichiarazioni molto bellicose. Il primo ha \u201cpromesso\u201d, nel caso del fallimento di altre misure, di  realizzare un\u2019azione militare per impedire agli iraniani di sviluppare l\u2019arma nucleare. Romney, dal canto suo, ha  prospettato la possibilit\u00e0 di attaccare l\u2019Iran anche senza l\u2019autorizzazione del Congresso. Anche qui si \u00e8 assistito, insomma, a un poco edificante gioco al rialzo. D\u2019altra parte, tutti e tre i principali candidati democratici hanno affermato di non poter escludere, in linea di principio, nessuna opzione, incluso l\u2019uso della forza. Ma si sono preoccupati di porre l\u2019accento sulle iniziative da intraprendere a livello diplomatico. <\/p>\n<p>Obama ed Edwards hanno promesso, in particolare, negoziati diretti con Teheran (finora solo gli europei si sono impegnati in colloqui formali con i dirigenti iraniani). Edwards ha prospettato la firma di un vero e proprio patto di non aggressione con l\u2019Iran se quest\u2019ultimo accettasse di rinunciare ai suoi piani nucleari. Pi\u00f9 cauta \u00e8 stata, anche su quest\u2019argomento, Hillary Clinton: si \u00e8 limitata a indicare che offrirebbe \u201cun pacchetto ben calibrato di incentivi\u201d. La Clinton \u00e8 stata anche l\u2019unica fra i candidati democratici a pronunciarsi senza equivoci per un inasprimento delle sanzioni contro Teheran. Mentre molti democratici vedono nell\u2019imposizione di nuove sanzioni un preludio alla guerra, la Clinton l\u2019ha presentata come un modo per tentare di prevenirla. Non solo: in Senato ha votato anche a favore di una risoluzione in cui si chiede di inserire il corpo delle guardie rivoluzionarie dell\u2019Iran nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere. <\/p>\n<p>In generale, la Clinton ha dimostrato di avere il coraggio, anche durante la campagna delle primarie, di assumere, su diversi temi di politica estera, posizioni pi\u00f9 moderate e centriste di quelle prevalenti nella base democratica. Si \u00e8 cos\u00ec costruita un capitale politico che, se vincesse le primarie, le frutterebbe sicuramente nella campagna presidenziale, quando conter\u00e0 soprattutto la capacit\u00e0 di attrarre i voti degli elettori di centro. Inoltre, sapendo che nel campo repubblicano le primarie saranno vinte da un falco, la Clinton si preoccupa di non fare dichiarazioni o atti che possano successivamente esporla all\u2019accusa di essere troppo morbida sulle questioni di sicurezza nazionale.<\/p>\n<p><b>Scudo anti-missile e il ruolo delle istituzioni<\/b><br \/>Una delle bandiere dei candidati repubblicani \u00e8 il progetto di difesa antimissile. Lo hanno presentato come necessario contro le minacce che potrebbero provenire non solo da paesi, come l\u2019Iran, che si sospetta stiano cercando di costruirsi un proprio arsenale militare, ma anche da Russia e Cina. Sarebbe cos\u00ec possibile emanciparsi progressivamente dalla logica della dissuasione nucleare e dalla \u201cdistruzione reciproca assicurata\u201d (<i>mutual assured destruction<\/i>) ereditata dalla Guerra Fredda. I principali candidati democratici hanno dichiarato di non considerare prioritario il progetto di difesa antimissile e vorrebbero ridurre i fondi ad esso dedicati, ma non ne hanno prospettato la cancellazione. La verit\u00e0 \u00e8 che l\u2019idea di una protezione permanente dalla minaccia nucleare rimane popolare in una larga parte dell\u2019elettorato. Anche per questo in campo democratico si preferisce adottare un atteggiamento pragmatico, mettendo in rilievo soprattutto i costi e le difficolt\u00e0 di realizzazione del progetto. <\/p>\n<p>Nettamente diversa \u00e8 poi la visione del ruolo delle Nazioni Unite. La tesi di Giuliani \u00e8 che l\u2019Onu abbia fallito e che sia pertanto arrivato il momento di cominciare a predisporre altri strumenti istituzionali. Molto meno drastica quella di McCain: si \u00e8 detto favorevole alla formazione una \u201clega delle democrazie\u201d, che si attiverebbe nel caso di paralisi decisionale in seno al Consiglio di sicurezza.  I candidati democratici hanno invece posto l\u2019accento soprattutto sulla riforma dell\u2019Onu come condizione per un rilancio del suo ruolo. In particolare, l\u2019idea di allargare il Consiglio di Sicurezza, assegnando un seggio permanente a paesi come il Brasile o l\u2019India, trova notevole favore tra i democratici.<\/p>\n<p>Finora si \u00e8 discusso poco del ruolo della Nato. I repubblicani tendono ad avere un atteggiamento ambivalente: sarebbero in teoria favorevoli a un\u2019espansione dei suoi compiti e del suo raggio di azione, ma, come l\u2019amministrazione Bush, temono che, agendo attraverso la Nato, gli Usa finiscano per doversi sottoporre a troppi vincoli e restrizioni imposte dagli alleati. In campo repubblicano \u00e8 McCain il pi\u00f9 convinto sostenitore della Nato e pi\u00f9 in generale, di un rapporto stretto con gli europei. Nei discorsi di Giuliani e Romney l\u2019Europa \u00e8 stata invece quasi del tutto assente. Ma anche i candidati democratici non hanno dedicato finora grande spazio ai rapporti transatlantici e al ruolo della Nato e dell\u2019Unione europea. E\u2019 che l\u2019attenzione rimane, come si \u00e8 detto, in gran parte puntata sull\u2019Iraq, da cui anche gli Stati europei che hanno appoggiato la guerra del 2003 si sono progressivamente disimpegnati. Gli americani sanno che non possono aspettarsi nessun aiuto sostanziale dagli europei per districarsi dall\u2019Iraq. Ma anche l\u2019altro problema centrale, quello dell\u2019Iran, tende ad essere trattato pi\u00f9 come una questione bilaterale che come un comune problema transatlantico. <\/p>\n<p>Con un\u2019amministrazione democratica gli europei avrebbero probabilmente pi\u00f9 facilit\u00e0 di trovare intese e sviluppare una proficua cooperazione. La visione di politica estera dei candidati democratici, a cominciare dall\u2019importanza che attribuiscono al multilateralismo e al ruolo delle istituzioni, sembra infatti pi\u00f9 in sintonia con quella prevalente in Europa. Il problema \u00e8 se gli europei saprebbero cogliere questa opportunit\u00e0. Su molte questioni centrali dell\u2019agenda internazionale non hanno ancora una posizione sufficientemente chiara e univoca e anche le persistenti debolezze istituzionali dell\u2019Ue non aiutano. In realt\u00e0, anche indipendentemente dall\u2019esito delle prossime elezioni americane, \u00e8 vitale che gli europei rafforzino la propria capacit\u00e0 di agire collettivamente. Questa rimane la condizione fondamentale perch\u00e9 possa stabilirsi un rapporto di cooperazione pi\u00f9 efficace ed equilibrato con Washington.<\/p>\n<p>Una versione pi\u00f9 estesa di questo articolo \u00e8 apparsa sul n. 5\/2007 di <a href= \" http:\/\/www.italianieuropei.it\/riviste_indice.asp\" target= \"blank\"><b><u> Italianieuropei. <\/u><\/b><\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nelle primarie americane la politica estera sta avendo un ruolo centrale. E lo avr\u00e0 sicuramente anche nelle elezioni presidenziali del prossimo autunno. I dati indicano che molti americani guarderanno soprattutto ai programmi di politica estera quando dovranno scegliere il prossimo presidente. 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