{"id":69814,"date":"2018-06-04T08:17:11","date_gmt":"2018-06-04T06:17:11","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=69814"},"modified":"2018-06-07T22:03:45","modified_gmt":"2018-06-07T20:03:45","slug":"governo-conte-quanto-conta-italia-europa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/06\/governo-conte-quanto-conta-italia-europa\/","title":{"rendered":"Governo Conte: quanto conta l&#8217;Italia in Europa"},"content":{"rendered":"<p>Quanto conta l\u2019\u00a0<strong>Italia<\/strong> in <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/06\/governo-conte-politica-difesa-italia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>Europa<\/strong><\/a>? Di fronte a una domanda del genere, si \u00e8 tentati di rispondere: molto, ma non abbastanza. Prima di dire che la risposta \u00e8 esatta, attenti all&#8217;ambiguit\u00e0 non casuale: \u201cnon abbastanza\u201d vuol dire che dovremmo <strong>contare<\/strong> di pi\u00f9, ma anche che ci sono limiti a ci\u00f2 che possiamo chiedere o nel caso minacciare. Una delle affermazioni pi\u00f9 stucchevoli del dibattito \u00e8: \u201cE&#8217; ora di battere i pugni sul tavolo\u201d. L\u2019abbiamo sentita varie volte in passato, recentemente da parte di Renzi: chi non ricorda \u201ccambiamo verso all\u2019Europa\u201d e la bandiera europea improvvisamente sparita nelle conferenze stampa?<\/p>\n<p>Sappiamo che poi i risultati non indifferenti (17 miliardi di flessibilit\u00e0, progressi sul fronte dell\u2019immigrazione, o sul fronte dei negoziati commerciali) sono stati ottenuti da Renzi e Gentiloni grazie al paziente lavoro di interpretazione delle regole all&#8217;interno del sistema di Padoan, Calenda e Minniti. Prima di noi batterono i pugni sul tavolo con molta pi\u00f9 forza De Gaulle e la Thatcher: fecero molti danni, ma ottennero molto poco. Osservo la politica europea dell\u2019Italia da vari decenni; ho visto molti errori, ma mai un <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/06\/italia-europa-sovranisti-governo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><strong>governo<\/strong><\/a> \u201csupino\u201d di fronte alla volont\u00e0 dei partner. Certo, ogni governo pu\u00f2 legittimamente sperare di far meglio del precedente, ma denigrarlo \u00e8 sempre controproducente.<\/p>\n<p><strong>Un parallelo con la Gran Bretagna<\/strong><br \/>\nPer capire meglio i problemi italiani in Europa, suggerisco una lettura inabituale: il parallelo con la <strong>Gran Bretagna<\/strong>. Pu\u00f2 sembrare strano, ma \u00e8 interessante interrogarsi sulle similitudini fra il Paese da sempre pi\u00f9 euroscettico e quello che in breve periodo \u00e8 passato dall&#8217;essere il pi\u00f9 entusiasta al pi\u00f9 tiepido fra i 27 membri dell&#8217;Ue residui. Per aiutarci, ricorro a un brutto termine che il dibattito politico ha importato dall&#8217;America: narrativa. A volte mi chiedo se le due \u201cnarrative\u201d, quella italiana e quella britannica, non siano profondamente anche se specularmente sbagliate.<\/p>\n<p>Prendiamo la finalit\u00e0 stessa del progetto europeo. Ai cittadini britannici \u00e8 stato detto per anni che l\u2019Europa aveva essenzialmente bisogno di un mercato comune, ma che purtroppo l\u2019idea era inquinata da un\u2019insana volont\u00e0 di alcuni Paesi del continente di volere un\u2019impossibile unione politica, con inaccettabili trasferimenti di sovranit\u00e0 e progetti insensati come l\u2019euro. Agli italiani \u00e8 invece stato raccontato il sogno di Ventotene, quello di una palingenesi europea, dove le nazioni si fonderanno in una federazione.<\/p>\n<p>Non \u00e8 affatto un brutto sogno, pu\u00f2 darsi che un giorno ci si arriver\u00e0, ma ha poco a che fare con l\u2019Europa reale: il processo pragmatico e gradualista iniziato nel 1950 con le proposte di Jean Monnet. Per molto tempo la politica europea dell\u2019Italia ha evoluto in una specie di dissociazione cognitiva: da un lato il sogno (l\u2019unione politica), dall\u2019altro la paziente ricerca di compromessi concreti nell\u2019ambito delle strutture esistenti. Ora la crisi e la percezione di vantaggi decrescenti hanno creato un corto circuito nella testa di elettori a cui era sempre stata raccontata un\u2019Europa immaginaria. La gente dice: \u201cSe non si realizza il sogno non mi va pi\u00f9 bene quello che c\u2019\u00e8\u201d; su questo corto circuito giocano abilmente quelli che vogliono una rottura con l\u2019Europa.<\/p>\n<p><strong>Problemi specifici e non comuni ad altri<\/strong><br \/>\nLa seconda narrativa sbagliata \u00e8 quella di credere che i problemi che il Paese incontra in Europa non solo siano principalmente la conseguenza di difetti della costruzione europea, ma che siano anche comuni a molti altri Paesi, nel nostro caso il sud dell\u2019Europa. Nessuno nega che l\u2019Ue abbia commesso errori e debba essere riformata. Sono in corso importanti negoziati a questo fine. Tuttavia i problemi che ha incontrato la Gran Bretagna prima e l\u2019 Italia oggi sono specifici ai due Paesi e sono solo in piccola parte attribuibili a insufficienze nel funzionamento dell\u2019Unione.<\/p>\n<p>Basti pensare, per quanto riguarda l\u2019 Italia, alle divergenze strutturali in termini di crescita e produttivit\u00e0 rispetto a tutti gli altri Stati membri, anche quelli come la Spagna, il Portogallo e l\u2019Irlanda che hanno affrontato la crisi in condizioni molto peggiori delle nostre. Il populismo, peraltro con caratteristiche spesso diverse, cresce ovunque ma (almeno a Ovest) vince solo da noi.<\/p>\n<p><strong>Un&#8217;organizzazione basata sul compromesso<\/strong><br \/>\nL\u2019Ue \u00e8 un\u2019organizzazione basata sulla costante ricerca del compromesso, ma pone limiti invalicabili a tutto ci\u00f2 che potrebbe compromettere la sua stessa natura o rimettere in discussione accordi fondamentali. Lo dovette scoprire Cameron nel corso del suo sfortunato rinegoziato. Cominci\u00f2 con richieste di \u201criforma dell\u2019Unione\u201d, ma si trov\u00f2 isolato e dovette ripiegare su concessioni specifiche che peraltro non gli permisero di vincere il referendum. Allo stesso modo, se il nuovo governo italiano si presentasse a Bruxelles con richieste di riforma globale chiedendo di cambiare radicalmente le regole di bilancio, modificare lo statuto della Bce o monetizzare il debito pubblico come fanno pensare alcuni scritti dei nuovi ministri, si troverebbe di fronte a un muro insormontabile.<\/p>\n<p>Esistono invece margini per fare valere interessi specifici, ma sempre nei limiti della compatibilit\u00e0 con il sistema nel suo insieme. \u00c8 ci\u00f2 che ha fatto, con incontestabili successi, il governo Gentiloni. C\u2019\u00e8 ovviamente non solo la possibilit\u00e0, ma il diritto di partecipare ai negoziati sulla riforma a condizione che siano ricercate le necessarie alleanze. Dopo le note proposte di Macron, ora anche Angela Merkel ha iniziato a definire la posizione tedesca; i binari del negoziato cominciano quindi a emergere. Ci\u00f2 \u00e8 in primo luogo vero per quanto riguarda l\u2019immigrazione, terreno su cui le posizioni italiane possono trovare, sulla scia di quanto gi\u00e0 fatto da Minniti, molti sostegni.<\/p>\n<p>In campo economico, pi\u00f9 che le posizioni che saranno espresse sulla riforma dell\u2019eurozona, conter\u00e0 la prossima legge di stabilit\u00e0, da cui si capir\u00e0 se e quanto il nuovo governo intenda rispettare le regole esistenti. Pari rilievo avranno le compatibilit\u00e0 con il mercato comune e le sue regole di concorrenza e sugli aiuti di Stato: quindi questioni cruciali di politica economica, come l\u2019Ilva, la Tap, il futuro di Alitalia e di Mps, o la posizione da prendere in risposta al protezionismo americano. Nei prossimi importantissimi negoziati sul bilancio dell\u2019Ue, l\u2019 Italia dovr\u00e0 decidere se privilegiare i nuovi \u201cbeni comuni\u201d, in primo luogo l\u2019immigrazione e il controllo delle frontiere, o arroccarsi nella difesa dei sussidi agricoli.<\/p>\n<p><strong>La natura del rapporto franco-tedesco<\/strong><br \/>\nVeniamo alla terza narrativa sbagliata. La Gran Bretagna e l\u2019 Italia danno l\u2019impressione di non aver mai compreso fino in fondo la natura del rapporto franco-tedesco all\u2019interno dell\u2019Ue. I britannici hanno sprecato energie per decenni nella vana speranza di staccare la Germania dalla Francia. La tentazione dell\u2019Italia \u00e8 speculare: trovare un\u2019intesa italo-francese in funzione anti-tedesca. \u00c8 un\u2019impresa che si \u00e8 gi\u00e0 in passato rivelata velleitaria; l\u2019illusione non \u00e8 destinata a cambiare con gli ammiccamenti di Macron al nuovo governo. Per fare solo un esempio, le riforme macroniane si stanno muovendo in una direzione di crescente compatibilit\u00e0 con la Germania e sono comunque molto lontane nella loro ispirazione da alcune idee espresse nel contratto di programma del nuovo governo italiano.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 non vuol dire che dobbiamo abbandonare il perseguimento di una &#8216;politica francese&#8217; che del resto il governo Gentiloni aveva iniziato con il progetto di un &#8216;trattato del Quirinale&#8217;. Ci\u00f2 che non da oggi manca all\u2019 Italia, tranne brevi parentesi con De Gasperi, Emilio Colombo, Monti e Napolitano, \u00e8 una &#8216;politica tedesca&#8217;. Lacuna tanto pi\u00f9 strana se si pensa che, accanto a fondate divergenze da risolvere, abbiamo anche numerosi punti di convergenza: dalla comune posizione di grandi esportatori, a interessi simili in materia d\u2019immigrazione, alle comuni difficolt\u00e0 storiche ad aumentare la spesa militare. La triste realt\u00e0 \u00e8 che \u00e8 difficile immaginare due Paesi membri dell\u2019Ue le cui reciproche percezioni siano cos\u00ec distanti e distorte.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;Italexit non un pericolo imminente<\/strong><br \/>\nC\u2019\u00e8 una questione importante su cui il confronto con la Gran Bretagna rischia di non volgere a nostro favore. Per quanto il divorzio possa rivelarsi conflittuale, la comunanza di valori fra la Gran Bretagna e l\u2019Europa non sar\u00e0 mai messa in discussione. Ci\u00f2 vale in particolare per la fedelt\u00e0 ai valori occidentali. Alcune pulsioni filorusse di membri dell\u2019attuale governo italiano legittimano invece dubbi che potrebbero avere vaste ripercussioni. Sulle spalle di Enzo Moavero grava quindi un grande peso.<\/p>\n<p>Il parallelo con la Gran Bretagna, che ha peraltro dato vita in passato a velleitari tentativi di asse italo-britannico, voleva in questa sede soprattutto essere una provocazione; non credo che <strong>Italexit<\/strong> sia un pericolo imminente. I paletti messi dal presidente Mattarella sono importanti; la realt\u00e0 lo sar\u00e0 ancora di pi\u00f9. Volevo soprattutto sottolineare i danni che pu\u00f2 provocare il fatto di non raccontare ai propri cittadini una versione veritiera dell\u2019Europa e la necessit\u00e0 che l\u2019 Italia mantenga una stretta concordanza fra gli obiettivi della politica europea e i comportamenti interni.<\/p>\n<p>Ci sono due modi per rischiare Italexit. Il primo \u00e8 di volerla; questo sembra scongiurato. Il secondo per\u00f2 \u00e8 perseguire l\u2019illusione di un\u2019Europa incompatibile con quella reale, per poi assumere comportamenti che renderebbero a termine Italexit un pericolo attuale. Brexit, che fino a pochi anni fa sembrava impossibile, \u00e8 in primo luogo il risultato di aver martellato per anni l\u2019opinione pubblica con una visione distorta dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quanto conta l\u2019\u00a0Italia in Europa? Di fronte a una domanda del genere, si \u00e8 tentati di rispondere: molto, ma non abbastanza. 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