{"id":71277,"date":"2018-10-12T14:24:44","date_gmt":"2018-10-12T12:24:44","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=71277"},"modified":"2018-10-12T14:01:07","modified_gmt":"2018-10-12T12:01:07","slug":"italia-flussi-migratori-equilibrio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/10\/italia-flussi-migratori-equilibrio\/","title":{"rendered":"Italia e migrazioni: alla ricerca di un equilibrio"},"content":{"rendered":"<p>A poche settimane dalle elezioni dello scorso marzo, Ispi\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ispionline.it\/it\/pubblicazione\/gestire-le-migrazioni-19735\">aveva provato a tratteggiare<\/a> possibili linee d\u2019azione per la politica estera italiana sul fronte migratorio. Oggi, dopo il cambio di governo e la stagione estiva (periodo nel quale i flussi via mare tendono a intensificarsi), appare il momento giusto per rimettere in fila i fatti degli ultimi quattro mesi\u00a0&#8211; anche per riflettere sugli interessi di lungo periodo dell\u2019Italia e su come il Paese possa perseguirli nei prossimi anni-.<\/p>\n<p>Per cominciare, va probabilmente dato per acquisito il cambio di strategia di questo governo per tentare di limitare i flussi migratori irregolari via mare. Laddove a marzo scrivevamo che sarebbe stato necessario \u201cevitare un arretramento sul diritto internazionale\u201d, l\u2019attuale governo sembra intenzionato a sfruttare tutta la zona grigia disponibile nelle regole internazionali. Senza dubbio non ci si \u00e8 ancora spinti fino ai respingimenti diretti di potenziali richiedenti asilo prima di aver esaminato la loro richiesta \u2013 i cosiddetti refoulement, messi in atto nel 2009 dall\u2019allora Ministro dell\u2019Interno Roberto Maroni. Ma lo scarto rispetto alla strategia perseguita nei mesi precedenti \u00e8 evidente.<\/p>\n<p>L\u2019anno scorso, il governo italiano aveva orientato i suoi sforzi verso la collaborazione con le milizie libiche coinvolte nei traffici irregolari, in particolare con quelle delle citt\u00e0 lungo la costa occidentale del Paese. L\u2019obiettivo, centrato, era quello di convincere gli attori coinvolti nei traffici a limitare, anzich\u00e9 favorire, le partenze. E se \u00e8 vero che anche nel 2017 era stata intrapresa una campagna di dissuasione nei confronti dei salvataggi in mare operati dalle Ong, proprio queste ultime avevano continuato a operare, tanto che tra agosto 2017 e maggio 2018 avevano tratto in salvo quasi 4 migranti su 10 lungo la rotta del Mediterraneo centrale.<\/p>\n<p><strong>Meno sbarchi, ma\u00a0anche pi\u00f9 rischi (e morti) in mare<\/strong><br \/>\nNel corso degli ultimi quattro mesi, nonostante sia proseguita l\u2019attenzione ai rapporti con gli attori dei traffici sulla terraferma, l\u2019atteggiamento nei confronti del salvataggio in mare \u00e8 invece profondamente mutato. La strategia di \u201cchiusura dei porti\u201d del ministro dell\u2019Interno Matteo Salvini implica in effetti la dissuasione di qualsiasi attore che operi salvataggi, che si tratti di Ong, mercantili, o persino degli stessi assetti navali italiani. Emblematico il caso Diciotti di fine agosto, con una nave della Guardia costiera italiana cui \u00e8 stato impedito per oltre dieci giorni di sbarcare in Italia la maggior parte dei migranti salvati.<\/p>\n<p>Il cambio di passo della strategia italiana ha coinciso in questi primi quattro mesi con diversi sviluppi significativi. Sul fronte degli sbarchi, il calo del 78% fatto registrare tra luglio 2017 e maggio 2018 (da 200 mila a meno di 45 mila arrivi) \u00e8 proseguito, e si \u00e8 anzi rafforzato. Sulla base dei numeri di questi primi quattro mesi \u00e8 possibile stimare che in un anno in Italia giungerebbero via mare meno di 20 mila persone. Numeri sempre pi\u00f9 simili a quelli del 2012, l\u2019anno che ha preceduto l\u2019apertura in grande stile della rotta libica.<\/p>\n<p>A fronte dell\u2019ulteriore calo degli sbarchi \u2013 un indubbio successo per il governo in carica \u2013 ci sono tuttavia alcuni numeri che aprono interrogativi sulla sostenibilit\u00e0 di questa strategia. La stretta sui salvataggi ha infatti coinciso non soltanto con il significativo aumento del rischio di morte nel corso della traversata (passato dal 2,3% di chi partiva dalle coste libiche nel periodo 2014-2017 al 6,8% degli ultimi quattro mesi), ma anche con un aumento in numero assoluto di morti e dispersi in mare (dai circa 3 al giorno tra luglio 2017 e maggio 2018, ai circa 8 al giorno degli ultimi quattro mesi). Con sbarchi gi\u00e0 molto contenuti, occorrerebbe una riflessione su come bilanciare la riduzione degli arrivi con il rischio che chi parte dalle coste libiche trovi la morte nel Mediterraneo.<\/p>\n<p><b>La ricerca di soluzioni a lungo termine non si deve fermare<\/b><br \/>\nProprio la riduzione marcata dei flussi non deve inoltre distogliere l\u2019attenzione da quello che dovrebbe restare un importante obiettivo dell\u2019Italia: la revisione delle regole di Dublino, che impongono che siano i Paesi di primo ingresso in Europa a valutare le richieste d\u2019asilo. Sia chiaro: \u00e8 pressoch\u00e9 certo che nel 2018 non avremmo visto alcuna riforma della normativa europea, a prescindere dal colore del governo in carica in Italia. L\u2019assenza di progressi \u00e8 dovuta infatti alla continua ostilit\u00e0 a riforme in senso solidale da parte di molti Paesi, in particolare (ma non soltanto) quelli del gruppo di Visegr\u00e1d.<\/p>\n<p>Tuttavia, la scelta di assecondare oggi le ansie nazionaliste di questi Paesi rischia di non fare l\u2019interesse dell\u2019Italia nel medio-lungo periodo. Considerati i trend demografici e socioeconomici del continente africano, bisogna infatti essere consapevoli che nel medio-lungo periodo le pressioni migratorie dall\u2019Africa resteranno elevate. Rimane dunque attuale la raccomandazione Ispi dello scorso marzo di chiedere pi\u00f9 Europa \u2013 non meno \u2013 pur senza cedere a inutili illusioni.\u00a0Sul fronte esterno, poi, la Libia \u00e8 e deve restare la nostra priorit\u00e0. Dal calo degli sbarchi di luglio 2017 in avanti si \u00e8 parlato molto dell\u2019apertura di \u201crotte alternative\u201d da Tunisia, Algeria o Grecia, fino addirittura a paventare un forte aumento degli arrivi direttamente dalla Turchia.<\/p>\n<p>La realt\u00e0 \u00e8 che, anche nei casi in cui sono in aumento rispetto agli anni scorsi, gli sbarchi in Italia dalle altre rotte ci appaiono significativi solo perch\u00e9 \u00e8 stata quasi del tutto sigillata la rotta libica. Per esempio, gli arrivi dalla Tunisia sono pi\u00f9 che quadruplicati rispetto all\u2019anno scorso, passando da 993 a 4.446 nei primi otto mesi dell\u2019anno. Ma si tratta davvero di poca cosa se li paragoniamo agli sbarchi dalla Libia che, nel 2016, avevano superato le 160 mila unit\u00e0.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;Italia ha bisogno di soluzioni sostenibili, e di pi\u00f9 Europa<\/strong><br \/>\nIn conclusione, \u00e8 naturale che i continui fallimenti dei negoziati a livello europeo possano avere scoraggiato i governi italiani. Ma i risultati raggiunti da un lato \u201cesternalizzando\u201d la gestione dei flussi migratori irregolari ad attori e Paesi terzi, e dall\u2019altro, chiudendo le frontiere (non solo esterne) dei Paesi europei, mettono l\u2019Italia in una condizione di equilibrio precario.<\/p>\n<p>Se i flussi irregolari tornassero ad aumentare, la strategia di chiusura dei porti entrerebbe rapidamente sotto pressione, in particolare nel caso il governo si trovasse costretto a gestire l\u2019arrivo di pi\u00f9 imbarcazioni in una volta sola. E una eventuale ripresa degli sbarchi metterebbe l\u2019Italia di fronte alla cruda realt\u00e0: quella cio\u00e8 di essere ancora pi\u00f9 sola di fronte all\u2019emergenza, in un clima europeo nettamente peggiorato rispetto a quello dell\u2019estate del 2015.<\/p>\n<p>Non sar\u00e0 facile trovare una soluzione condivisa a livello europeo per gestire i flussi migratori da paesi extraeuropei nei prossimi anni. Ma mentre altri governi possono permettersi di adottare soluzioni di chiusura senza correre eccessivi pericoli, per l\u2019Italia percorrere questa via espone il paese a rischi molto maggiori. Il compito sar\u00e0 proprio quello di trovare la giusta via, per quanto impervia, per ricondurre il dibattito europeo sui flussi migratori irregolari su binari pi\u00f9 diplomatici e meno dettati dalle emozioni. Con l\u2019obiettivo di individuare soluzioni non soltanto politicamente realistiche, ma anche sostenibili nel lungo periodo.<\/p>\n<p><em>Questo articolo \u00e8 stato realizzato nell&#8217;ambito dell&#8217;Osservatorio ISPI-IAI sulla politica estera italiana<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A poche settimane dalle elezioni dello scorso marzo, Ispi\u00a0aveva provato a tratteggiare possibili linee d\u2019azione per la politica estera italiana sul fronte migratorio. 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