{"id":71729,"date":"2018-11-22T21:56:10","date_gmt":"2018-11-22T20:56:10","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=71729"},"modified":"2018-11-27T09:40:21","modified_gmt":"2018-11-27T08:40:21","slug":"brexit-ue-divorzio-gran-bretagna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/11\/brexit-ue-divorzio-gran-bretagna\/","title":{"rendered":"Brexit: i 27 dell&#8217;Ue compatti verso divorzio da Gran Bretagna"},"content":{"rendered":"<p>Il <strong>Consiglio europeo<\/strong> convocato il 25 novembre ha certamente di straordinario il fatto che si tiene di domenica, cosa non abituale per i capi di Stato e di governo dell\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/11\/ue-riforma-parole-fatti\/\"><strong>Unione europea<\/strong><\/a>. Ma in realt\u00e0 di straordinario ha ben altro: rappresenta l\u2019avvio formale del divorzio della <strong>Gran Bretagna<\/strong> dall&#8217;Unione europea e il primo caso di abbandono dell&#8217;Ue da parte di un Paese membro. Un autentico colpo politico e di immagine per l\u2019Unione. Eppure, dopo lo shock del referendum sulla <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/10\/ue-gb-brexit-may\/\"><strong>Brexit<\/strong><\/a> del giugno 2016 e la richiesta britannica di circa un anno e mezzo fa di attivazione dell\u2019articolo 50 del Trattato di Lisbona, gli altri 27 Paesi membri dell\u2019Ue hanno dato mostra di un consenso silenzioso ma unitario su questo drammatico abbandono.<\/p>\n<p>Divisi su quasi tutto, dalla politica di immigrazione alle misure sanzionatorie contro la Russia, dal raddoppio della pipeline del North Stream alle decisioni per il completamento dell\u2019Unione bancaria, i 27 non hanno dimostrato rilevanti dissensi sul procedere del <strong>negoziato<\/strong> con <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/02\/ue-brexit-sicurezza-difesa-partenariato\/\">Londra<\/a>, condotto in loro nome da Michel Barnier. Neppure la recente minaccia del premier spagnolo Pedro S\u00e0nchez di bloccare la bozza di accordo sul tavolo del Consiglio europeo, nel caso non si tenga separato lo statuto di Gibilterra dai futuri rapporti Ue \/ Gran Bretagna, sembra modificare il quadro di rassegnato consenso sul distacco definitivo di Londra da Bruxelles. Quindi, fatte salve sorprese o ostacoli dell\u2019ultimo minuto sulla stesura della dichiarazione politica sulle relazioni future, l\u2019approvazione del distacco da parte europea sembra a portata di mano.<\/p>\n<p>Eppure qui non sono in gioco solo i nuovi rapporti finanziari e commerciali fra il blocco dei 27 dell\u2019Ue e Londra, ma il destino stesso del processo di integrazione europea che da questo divorzio esce certamente modificato se non addirittura ridimensionato.<\/p>\n<p><strong>Consenso apparentemente unitario<\/strong><br \/>\nSi possono infatti intravvedere diverse ragioni alla base di questo consenso apparentemente unitario e delineare di conseguenza scenari non proprio univoci sul futuro dell\u2019Unione. Una prima ragione \u00e8 che la Brexit sia stata interpretata come un problema squisitamente interno alla Gran Bretagna, su cui il resto dell\u2019Unione aveva poco o niente da dire: l\u2019unica preoccupazione per Bruxelles era quindi quella di ottenere il massimo da Londra sia in termini finanziari che di accordi futuri.<\/p>\n<p>Sembra che nelle 585 pagine della bozza di accordo di divorzio questo obiettivo favorevole al resto dell\u2019Unione sia stato raggiunto, e che i problemi siano tutti sulle spalle di Teresa <strong><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/10\/ue-gb-brexit-may\/\">May<\/a><\/strong>. D&#8217;altronde questo punto di vista si basa anche su una &#8216;diversit\u00e0&#8217; inglese, che di fatto ha visto quel Paese sempre sulla difensiva rispetto ai progressi dell\u2019integrazione europea: fuori dall&#8217;Euro, fuori da Schengen, fuori dalla carta sociale e cos\u00ec via. Una serie di opting out che vengono di fatto confermati dalla decisione di andarsene del tutto.<\/p>\n<p>Ma se ci si limita a questa spiegazione, allora si rischia di aprire la strada ad altre exit, dal momento che la questione britannica ha messo sul tavolo l\u2019insufficienza del sistema di governance europea, talmente precario e con rischi di involuzione istituzionale, che di fatto rende plausibile l\u2019ipotesi di una progressiva disgregazione comunitaria.<\/p>\n<p><strong>Meno Londra, pi\u00f9 integrazione?<\/strong><br \/>\nBen diversa sarebbe la situazione se fosse valida un\u2019altra spiegazione sull&#8217;inaspettato consenso fra i 27, e cio\u00e8 che l\u2019uscita della Gran Bretagna dall\u2019Ue possa aprire la strada ad un balzo in avanti dell\u2019<strong>integrazione<\/strong>. Alcuni segnali si potrebbero intravvedere nelle proposte franco-tedesche sulla <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2018\/11\/difesa-europea-salti-futuri\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">difesa europea<\/a> o sul voto a maggioranza qualificata nel campo della politica estera o ancora sull&#8217;idea di rafforzare l&#8217;Eurozona con un bilancio ad hoc per i suoi membri.<\/p>\n<p>In altre parole, liberi dal peso di una Londra sempre con il freno a mano tirato e in posizioni di retroguardia (salvo il periodo irripetibile di Tony Blair), gli altri Paesi europei avrebbero finalmente l\u2019occasione di muoversi verso nuovi progetti di maggiore integrazione. Su questa linea si \u00e8 schierato lo stesso leader spagnolo S\u00e0nchez, tanto scettico su Gibilterra quanto pronto ad allearsi con Francia e Germania per il grande balzo in avanti.<\/p>\n<p>Ma gli altri Paesi che dicono? L\u2019Italia ad esempio \u00e8 completamente assente (se non addirittura ostile) rispetto a questo dibattito, al punto che S\u00e0nchez propone apertamente la Spagna come credibile sostituto di un\u2019Italia populista e anti-europea. Ostilit\u00e0 che si pu\u00f2 estendere anche ai Paesi del <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2017\/08\/visegrad-nucleo-duro-europa-contro\/\">Gruppo di Visegrad<\/a>, forse con l\u2019eccezione della Polonia sulla difesa europea (in chiave anti russa). Difficile se non impossibile, quindi, che dall&#8217;uscita di Londra nasca una forte spinta per procedere oltre l\u2019attuale stadio di integrazione. A meno che non si torni alla vecchia ipotesi di un&#8217;Unione a pi\u00f9 velocit\u00e0 con un gruppo centrale che si stacchi da tutti gli altri e decida di adottare un nuovo trattato separato. Ipotesi oggi politicamente irrealistica se non si vuole spaccare definitivamente l\u2019Unione alla vigilia delle elezioni del Parlamento europeo. Ma idea che potr\u00e0 eventualmente ridecollare una volta che siano pi\u00f9 chiari i rapporti di forza nel nuovo Parlamento e la reale volont\u00e0 dei Paesi membri.<\/p>\n<p>Il consenso fra i 27 in tema di Brexit non deve quindi ingannare: si tratta ancora una volta di un consenso sul minimo comune denominatore, quello cio\u00e8 di tenere in piedi un&#8217;Unione ancora utile economicamente a quasi tutti. Ma lo status quo dopo il distacco definitivo della Gran Bretagna non potr\u00e0 durare ancora a lungo. La questione dell\u2019insufficienza del &#8216;governo&#8217; europeo rimane intatta. Anzi piuttosto ammaccata in termini di immagine e di sostanza.<\/p>\n<p>In fondo l&#8217;exit britannico non \u00e8 solo un grave danno per il futuro di Londra ma per la stessa Unione. Se non si riuscir\u00e0 ad andare oltre questo ambiguo consenso a 27 senza aprire una vera e propria stagione riformista, allora anche l\u2019Unione subir\u00e0 le conseguenze negative del divorzio da Londra: che saranno altre exit e un\u2019ulteriore frammentazione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il Consiglio europeo convocato il 25 novembre ha certamente di straordinario il fatto che si tiene di domenica, cosa non abituale per i capi di Stato e di governo dell\u2019Unione europea. 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