{"id":7180,"date":"2008-01-23T00:00:00","date_gmt":"2008-01-22T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/la-polveriera-kenyana-rischia-di-riesplodere\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:03","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:03","slug":"la-polveriera-kenyana-rischia-di-riesplodere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/01\/la-polveriera-kenyana-rischia-di-riesplodere\/","title":{"rendered":"La polveriera kenyana rischia di riesplodere"},"content":{"rendered":"<p>La violenta contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali e parlamentari del 27 dicembre 2007 ha improvvisamente precipitato il Kenya in un\u2019impasse gravissima, che ha colto di sorpresa gli osservatori internazionali. Ma per molti aspetti anche la stessa societ\u00e0 di un paese che fino a poche settimane fa si considerava complessivamente stabile e caratterizzato da un corposo consolidamento delle istituzioni democratiche e da un robusto processo di crescita economica. <\/p>\n<p>Il 30 dicembre, a dispetto dei sondaggi che in maggioranza indicavano Raila Amolo Odinga, candidato dell\u2019Orange Democratic Movement (Odm), in sia pure moderato vantaggio nella corsa elettorale, la Commissione elettorale nazionale attribuisce la vittoria di stretta misura al presidente uscente, Mwai Kibaki, presentatosi per un secondo mandato. Kibaki, che secondo le cifre ufficiali avrebbe vinto per 230 mila voti su un totale di 10 milioni di schede depositate nelle urne, si affretta ad assumere le funzioni, mentre Odinga si rifiuta di riconoscere la sconfitta, accusando il governo di brogli e sostenendo che la proclamazione dei risultati era in realt\u00e0 avvenuta a conteggi ancora in corso.<\/p>\n<p><b>Reazione furiosa<\/b><br \/>La reazione dei sostenitori dell\u2019Odm \u00e8 immediata e furiosa, nonostante il grande dispiegamento di forze attuato dal Governo e le restrizioni imposte alla diffusione di informazioni, con grandi e violente dimostrazioni di protesta tanto nelle aree di maggior radicamento del partito, grosso modo identificate con la presenza di comunit\u00e0 di lingua luo nell\u2019ovest del paese, specialmente i centri di Kisumu e Eldoret, la Rift Valley, una regione etnicamente molto mista, e una serie di grandi sobborghi poveri della capitale, Nairobi. La stessa reazione si \u00e8 avuta in tutta una serie di realt\u00e0 non luo, compresa la regione costiera, dove \u00e8 forte la presenza musulmana a fronte di un paese a gran maggioranza cristiana; e, addirittura, in parti cospicue delle aree di lingua kikuyu, il cuore del paese e del suo sistema di egemonia socio-politica: kikuyu era il padre fondatore e primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta e kikuyu \u00e8 Mwai Kibaki. <\/p>\n<p>Questo per dire che l\u2019affermazione elettorale di Raila Odinga \u2013 che gi\u00e0 aveva corso nelle presidenziali del 1997, ottenendo un distante terzo posto con soli 643 mila voti, espressi all\u201982% da luo \u2013 \u00e8 stata senza dubbio legata alla sua capacit\u00e0 di parlare al paese al di l\u00e0 dei suoi consolidati schieramenti di tipo etnico-regionale o confessionale, guadagnando consensi in fasce sociali molto vaste e variegate: i ceti medio-bassi, ai margini del processo di crescita, ma anche settori importanti di piccola e media borghesia urbana, preoccupati del quadro di polarizzazione socio-economica crescente che il paese sta conoscendo e del peggioramento del contesto di sicurezza. <\/p>\n<p>L\u2019effetto delle proteste \u00e8 devastante e, in aree etnicamente miste e storicamente oltremodo sensibili e conflittuali, come la Rift Valley, si \u00e8 purtroppo tradotto in gravissimi scontri, che si intrecciano a crescenti contese intercomunitarie intorno al controllo della terra e che colpiscono, come anche in centri dell\u2019ovest, residenti originari della  regione kikuyu, identificati come sostenitori di Kibaki. <\/p>\n<p>Gi\u00e0 il 3 gennaio il Procuratore Generale dello Stato invoca una commissione d\u2019inchiesta indipendente sulle elezioni, mentre nei giorni seguenti diverse voci di paesi occidentali e africani si levano a denunciare irregolarit\u00e0, avvalorando le accuse di Odinga: secondo calcoli accreditati dall\u2019ambasciatore americano in Kenya, lo scarto effettivo fra il vincitore e il secondo arrivato \u2013 chiunque sia fra i due \u2013 non dovrebbe superare i 100 mila voti e del resto lo stesso presidente della Commissione elettorale, Samuel Kivuiti, ha ammesso davanti ai media di non essere sicuro di chi avesse effettivamente avuto pi\u00f9 suffragi.<\/p>\n<p>Esortazioni alla calma e al negoziato fra le parti sono giunte subito da  un gran numero di istanze, kenyane \u2013 in particolare le Chiese e organizzazioni religiose \u2013 e internazionali. Tentativi di mediazione sono attuati, in successione, dall\u2019arcivescovo sudafricano e premio Nobel Desmond Tutu, dall\u2019inviata statunitense Jendayi Frazer e dal capo di Stato del Ghana e presidente di turno dell\u2019Unione Africana, John Kufuor. \u00c8 attesa la visita di Kofi Annan, ma fino a questo momento gli sforzi per indurre le parti al dialogo sono stati vani.<\/p>\n<p>Kibaki si dichiara pronto a ripetere le consultazioni nel caso una corte giudiziaria lo richiedesse e offre all\u2019Odm la disponibilit\u00e0 a formare un governo di unit\u00e0 nazionale ma, dopo il rifiuto di Odinga, procede rapidamente a varare un nuovo esecutivo e, sebbene il suo Party of National Unity (Pnu) abbia preso solo 43 seggi sui 222 del Parlamento, contro i 99 dell\u2019Odm, confida di controllare il processo legislativo attraverso accordi con le forze minori. Tuttavia l\u2019Odm ha gi\u00e0 segnato un clamoroso primo punto a proprio favore riuscendo a far passare il proprio candidato, Kenneth Marende Otiato, come speaker della nuova assemblea. Odinga seguita a dichiarare di non avere alcuna intenzione di aprire negoziati con Kibaki, se questi prima non riconoscer\u00e0 il proprio torto e non far\u00e0 pubblica ammenda.<\/p>\n<p><b>Maggiore cautela<\/b><br \/>Tuttavia le ulteriori proteste indette dall\u2019Odm nei giorni scorsi, nonostante nuovi gravi scontri, repressioni e vittime, appaiono assai pi\u00f9 limitate nella loro dimensione nazionale che non le prime esplosioni: le aree interessate tornano ad essere quasi esclusivamente le basi originarie di consenso di Odinga e in particolare gli slum di Nairobi, mentre nel resto del paese si nota un certo declino nella vis contestativa: sembra insomma che il timore di rotture irreparabili stia facendosi strada anche all\u2019interno del vasto elettorato Odm deluso e che, pur in modo ancora confuso, vada prevalendo l\u2019idea dell\u2019ineluttabilit\u00e0 di un percorso negoziale verso qualche forma di compromesso.<\/p>\n<p>Se le voci di incipiente guerra civile alimentate dai media internazionali sono probabilmente esagerate, se le dimensioni degli scontri fazionali e intercomunitari \u2013 per quanto tragici in termini di vittime umane (stimate fra le 600 e le 1000 a seconda delle diverse fonti), di distruzioni materiali e di spostamenti forzosi di popolazione (fino a 260.000 sfollati secondo alcuni) \u2013 non sono assolutamente una novit\u00e0 nella storia recente del paese (basti ricordare gli oltre 5000 morti e i 320 mila profughi interni degli scontri interetnici del 1992 e 1993), tuttavia i disordini iniziati il 30 dicembre hanno senza alcun dubbio avuto come vittima politica fondamentale quella logica di \u201ctrasferimento regolare del potere\u201d che fin dagli anni Novanta viene presentata in Africa come intrinseca conferma di successo nei processi di democratizzazione dello Stato. Sembrava che il Kenya avesse conseguito questo traguardo dopo il passaggio della leadership da Daniel Arap Moi (al potere per 24 anni) a Mwai Kibaki, nel 2002; ma alla successiva scadenza di mandato le parti in campo hanno fatto saltare le regole del gioco. <\/p>\n<p>Scontri sanguinosi e accuse di brogli sono eventi ricorrenti nella storia recente delle elezioni generali in Kenya. Quelle del 1992 furono le prime consultazioni multipartitiche dopo un decennio di regime a partito unico imposto dal presidente Moi, divenuto capo dello Stato nel 1978 alla morte del grande leader anticoloniale e padre dell\u2019indipendenza, Jomo Kenyatta. Le campagne elettorali furono segnate da livelli molto alti di violenza anche nel 1997 \u2013 allorch\u00e9 Moi venne confermato nel suo quinto mandato fra pesanti accuse di frode elettorale \u2013 e nel 2002, in preparazione delle consultazioni vinte da Mwai Kibaki con largo margine (62,3% dei suffragi). Fra l\u2019altro, a meno di un mese dal voto, ebbero luogo sanguinosi attacchi di matrice islamista contro il turismo israeliano a Mombasa. <\/p>\n<p>Per gli standard kenyani e a fronte di questi precedenti, la campagna elettorale che ha preceduto le recenti elezioni generali del 27 dicembre 2007 pu\u00f2 essere definita meno violenta. Il dibattito elettorale si \u00e8 incentrato su sicurezza, sanit\u00e0, educazione, questioni di genere, ma specialmente fisco e distribuzione della ricchezza. Si tratta di temi politici di largo ascolto in un paese che, pur in presenza di una riuscita economica veramente notevole che ha caratterizzato il quinquennio trascorso e che, come riconoscono anche i critici pi\u00f9 severi di Kibaki, \u00e8 per larga parte riconducibile al successo delle sue politiche neo-liberiste \u2013 il presidente ha alle spalle anche una brillante carriera come economista \u2013 vede aumentare in maniera preoccupante i divari sociali, con fenomeni macroscopici di degrado della qualit\u00e0 della vita e di crescente insicurezza specialmente nei contesti urbani. <\/p>\n<p>Mwai Kibaki \u00e8 un veterano della politica kenyana: 76 anni, membro della generazione che lott\u00f2 per l\u2019indipendenza, ha occupato ripetutamente alti incarichi ministeriali sotto i suoi due predecessori, fin dal primo esecutivo dell\u2019indipendenza, nel 1963. Il successo di una crescita economica interamente sostenuta dall\u2019accorta gestione delle risorse e della fiscalit\u00e0 \u00e8 stata senza dubbio la freccia principale nel suo arco durante la campagna elettorale, insieme al viatico, importantissimo, del sostegno da parte dell\u2019ex presidente Moi e della famiglia Kenyatta.<\/p>\n<p><b>Opposizione di lunga data<\/b><br \/>Raila Amolo Odinga \u00e8 figlio di un celebre leader populista e capofila del movimento anticoloniale, Jaramogi Oginga Odinga, primo vice-presidente del Kenya, ma poi oppositore di Kenyatta e del suo successore da posizioni radicaleggianti. Raila ha proseguito la tradizione familiare di opposizione finendo coinvolto, nel 1982, in un colpo militare abortito contro Moi e passando successivi periodi di prigionia per un totale di 8 anni. Tuttavia dopo la rielezione di Moi nel 1997 entra in un patto ufficioso di sostegno al suo governo e quindi, nel 2002, appoggia Kibaki, ottenendo una posizione ministeriale. La rottura ha luogo nel 2005, allorch\u00e9 Odinga prende posizione contro una proposta di riforma costituzionale formulata da Kibaki. <\/p>\n<p>Dopo anni di dibattito sull\u2019ipotesi di diminuire i poteri della presidenza esecutiva, potenziando la figura del Primo ministro, la proposta governativa sceglie una soluzione estremamente moderata, conservando la sostanza del potere presidenziale, tuttavia la riforma viene bocciata da un referendum in cui prevale la linea dell\u2019Odm, costituito per contrastare la bozza di riforma e di cui Odinga \u00e8 uno dei fondatori. <\/p>\n<p>     Di impostazione e simpatie radical-socialiste, nel 2007 Odinga apre la sua campagna elettorale con una plateale conversione al credo della libera impresa, difendendo tuttavia le ragioni della tutela dei diritti delle componenti svantaggiate della societ\u00e0 kenyana, in primo luogo le popolazioni pastorali e il sottoproletariato urbano. Nella prima parte della campagna l\u2019ascesa di Odinga nei sondaggi \u00e8 fenomenale, tanto da superare a settembre le posizioni consolidate del popolare presidente in carica. Tuttavia nei mesi successivi il leader Odm incappa in una serie di svarioni politici che determinano seri contraccolpi in termini di popolarit\u00e0, ad esempio accusando la borsa di Nairobi di essere un centro di riciclaggio di denaro sporco, dichiarando di voler abolire le misure fiscali messe in atto da Kibaki e, infine, ammettendo di aver sottoscritto un accordo segreto con la comunit\u00e0 musulmana che contempla fra l\u2019altro l\u2019estensione delle competenze delle corti islamiche in materia di famiglia e diritto personale, dopo aver negato il fatto allorch\u00e9 le Chiese cristiane lo avevano denunciato evidenziandone l\u2019inaccettabilit\u00e0. <\/p>\n<p>Al momento del voto, il vantaggio di Odinga si \u00e8 molto ridotto e il quadro che si profila \u00e8 quello di una sostanziale parit\u00e0 fra i due principali competitori: un\u2019assoluta prima volta per il Kenya. L\u2019equivalenza di forze complica ovviamente ogni possibilit\u00e0 di accordo successivo di \u201cdesistenza\u201d o di alleanza mettendo in atto una pratica consolidata di ricomposizione degli equilibri di potere all\u2019interno del gruppo dirigente nazionale \u2013 tutto sommato molto ristretto e reso omogeneo da una solida rete di rapporti personali e alleanze familiari. In questo caso la ricerca di un compromesso e l\u2019elaborazione di un nuovo patto che soddisfi le parti comporta un processo assai pi\u00f9 laborioso: i competitori dispiegano a tutto campo la forza delle proprie reti di sostegno e consenso, si impegnano in \u201cbracci di ferro\u201d estenuanti i cui protagonisti materiali, fuori dell\u2019arena parlamentare, sono le rispettive constituencies \u201cetniche\u201d e regionali. Insomma affilano le armi in vista del confronto negoziale, che inevitabilmente dovr\u00e0 seguire. <\/p>\n<p>Ma il pericolo vero per il paese, per la sua stabilit\u00e0, per la sua economia \u2013 fra l\u2019altro tanto legata ad un settore delicato come quello del turismo internazionale \u2013 \u00e8 che le parti nella contesa calcolino male i tempi di questo inevitabile passaggio dallo scontro al negoziato, lasciando che i fossati fra le comunit\u00e0 si approfondiscano e determinando spazi vuoti che potrebbero essere occupati da protagonisti \u2013 interni o esterni \u2013 con agende diverse e meno controllabili.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La violenta contestazione dei risultati delle elezioni presidenziali e parlamentari del 27 dicembre 2007 ha improvvisamente precipitato il Kenya in un\u2019impasse gravissima, che ha colto di sorpresa gli osservatori internazionali. 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