{"id":7190,"date":"2008-01-23T00:00:00","date_gmt":"2008-01-22T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/alla-ricerca-di-una-soluzione-internazionale-per-il-kenia\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:03","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:03","slug":"alla-ricerca-di-una-soluzione-internazionale-per-il-kenia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/01\/alla-ricerca-di-una-soluzione-internazionale-per-il-kenia\/","title":{"rendered":"Alla ricerca di una soluzione internazionale per il Kenia"},"content":{"rendered":"<p>Le elezioni del 27 dicembre scorso avrebbero potuto rappresentare, per il Kenya, il passaggio finale del suo processo democratico, creando le condizioni per il consolidamento degli importanti risultati economici conseguiti negli ultimi anni e rafforzando l\u2019immagine di affidabilit\u00e0 del paese. Al contrario, nel paese rischia di interrompersi traumaticamente il processo virtuoso iniziato dopo la sconfitta di Arap Moi, per tornare drammaticamente indietro di vent\u2019anni.<\/p>\n<p><b>Danni pesanti<\/b><br \/>I gravi incidenti scoppiati in seguito ai contestati risultati elettorali (pi\u00f9 di 700 morti e 250.000 sfollati) sono l\u2019elemento visibile di una tragedia che rischia di protrarsi con effetti pesanti anche sull\u2019economia del paese e dell\u2019intera regione. I prezzi dei generi di consumo e del carburante sono gi\u00e0 pi\u00f9 che triplicati, sia in Kenya che in alcuni paesi limitrofi; la stagione turistica \u00e8 stata irrimediabilmente compromessa; la crescita del prodotto interno lordo (gi\u00e0 calata, rispetto al 2006, dal 6,3 al 5,3 %) \u00e8 destinata a scendere sotto la soglia del 5 per cento. <\/p>\n<p>Anche qualora la crisi politica attuale potesse trovare una rapida soluzione, sarebbero comunque necessari tempi lunghi per recuperare i danni provocati. Basti ricordare che il settore industriale ha impiegato cinque anni per riprendersi dagli scontri legati al problema della terra nel 1997 e altrettanti sono stati necessari al settore turistico per superare il trauma degli attentati di Nairobi del 1998 e di Mombasa nel 2002.<\/p>\n<p>A quasi un mese di distanza dall\u2019inizio degli scontri, nulla fa pensare che la crisi possa essere rapidamente composta. Le posizioni delle due parti in causa, infatti, restano estremamente distanti ed \u00e8 perfino difficile individuare i margini per un intervento da parte della comunit\u00e0 internazionale. L\u2019intervento del presidente del Ghana Kufuor, fortemente richiesto dal leader dell\u2019opposizione, Raila Odinga, \u00e8 stato derubricato a qualcosa di meno dei \u201cbuoni uffici\u201d dagli hardliner nello schieramento di Kibaki (per il Ministro della Giustizia, Kufuor era stato semplicemente invitato \u201ca prendere una tazza di the\u201d).<\/p>\n<p>I paesi che si sono immediatamente mobilitati di fronte allo scoppio della crisi sono stati, comprensibilmente, il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nel primo caso, la ragione \u00e8  connessa al legame storico esistente e agli interessi connessi di varia natura. Nel secondo, all\u2019importanza strategica del Kenya, partner essenziale nella lotta al terrorismo in un\u2019area sempre pi\u00f9 delicata come il Corno d\u2019Africa.<\/p>\n<p>Entrambi i paesi hanno immediatamente sostenuto, insieme al resto della comunit\u00e0 internazionale, la necessit\u00e0 di trovare un compromesso capace di \u201criflettere la volont\u00e0 espressa dal popolo kenyota\u201d. Questa richiesta si basa sulla consapevolezza che la seriet\u00e0 del processo elettorale \u00e8 stata gravemente compromessa sia dal comportamento della Commissione centrale a ci\u00f2 preposta, che dalle modalit\u00e0 nella proclamazione del Presidente.<\/p>\n<p>Il parere di tutti gli osservatori esterni (Unione Europea, Commenwealth, East Africa Community) \u00e8 stato unanime, infatti, nel registrare irregolarit\u00e0 e brogli nel conteggio dei voti e nel definire le elezioni \u201cal di sotto dello standard internazionalmente accettato\u201d. Per di pi\u00f9, lo stesso presidente della Commissione elettorale, dopo essersi affrettato a dichiarare unilateralmente i risultati che determinavano la rielezione di Kibaki alla Presidenza, non ha trovato di meglio che dichiarare di averlo fatto \u201csotto forte pressione dei rappresentanti del Pnu e dell\u2019Odm-Kenya (il partito del nuovo Vice Presidente Musioka)\u201d e di non essere in realt\u00e0 sicuro della genuinit\u00e0 di tale verdetto.<\/p>\n<p><b>Vittoria indiscutibile<\/b><br \/>Al di l\u00e0 di queste formali contestazioni, c\u2019\u00e8 un dato politico incontrovertibile. L\u2019Odm di Odinga ha indiscutibilmente vinto sia le elezioni parlamentari (\u00e8 riuscita a eleggere un proprio rappresentante come speaker del Parlamento), sia quelle locali. L\u2019Odm, infatti, \u00e8 maggioranza assoluta in sei delle otto regioni del Kenya e controller\u00e0 i municipi delle maggiori citt\u00e0, come Nairobi (36 consiglieri su 56) e Mombasa (32 consiglieri su 34). Questi risultati dal significato politico inequivocabile (20 ministri del Governo in carica sono stati sconfitti nelle loro circoscrizioni), il cui divario con l\u2019esito delle elezioni presidenziali \u00e8 difficilmente spiegabile, costituiscono una realt\u00e0 che il Governo pu\u00f2 cercare di ignorare, utilizzando gli strumenti inerenti ai poteri presidenziali (ivi compresi quelli repressivi), ma solo a prezzo di lacerazioni profonde.<\/p>\n<p>Il problema di un bilanciamento nei poteri istituzionali era, infatti, alla base dell\u2019accordo nella coalizione \u201cArcobaleno\u201d che port\u00f2 al potere il Presidente Kibaki, e il mancato trasferimento di tale accordo nel draft per la nuova Costituzione ha portato alla rottura della coalizione e alla nascita del movimento \u201cOrange\u201d nel referendum che bocci\u00f2 la proposta costituzionale (sostenuta, invece, dal Presidente).<\/p>\n<p>Questo problema \u00e8 destinato a diventare drammatico se la crisi attuale non trover\u00e0 un accomodamento, assumendo sempre pi\u00f9 i contorni di un problema etnico-tribale. Sono certo esagerazioni quelle che hanno portato numerosi giornalisti a parlare di un \u201cpericolo Rwanda\u201d ma, altrettanto certamente, il rischio di un conflitto etnico \u00e8 tutt\u2019altro che marginale.<\/p>\n<p>La disputa di oggi, infatti, affonda le sue radici nel logoramento dei rapporti fra  Jomo Kenyatta e il suo Vice Presidente, Jaramogi Oginga Odinga (padre dell\u2019attuale contendente di Kibaki), a met\u00e0 degli anni \u201860, un contrasto che, pur non producendo allora un confronto sanguinoso, determin\u00f2 la rottura dell\u2019alleanza pre-indipendenza fra le due maggiori comunit\u00e0 del Kenya, quella Kikuyu e quella Luo.<\/p>\n<p>Da quel momento le relazioni fra i due gruppi si sono deteriorate progressivamente attraverso vicende alterne (Raila Odinga ha passato alcuni anni in carcere con l\u2019accusa di aver tentato un colpo di Stato) e, ciclicamente, episodi di violenza (alla fine degli anni \u201870 e all\u2019inizio di quelli \u201880). Nel frattempo, \u00e8 cresciuta progressivamente nel paese anche l\u2019ostilit\u00e0 verso i Kikuyu accusati di monopolizzare, attraverso il controllo dello Stato, tutte le risorse, pubbliche e private. Tutto ci\u00f2 in un contesto in cui la popolazione \u00e8 aumentata in maniera vertiginosa e il tasso di alfabetizzazione, raggiungendo il 75% (uno dei pi\u00f9 alti in Africa), ha creato aspettative crescenti rimaste senza risposta.<\/p>\n<p>La tematica etnica in Kenya \u00e8, quindi, intimamente intrecciata a quella economica o, se si vuole, \u201cdi classe\u201d. Per questo, la miscela pu\u00f2 diventare esplosiva, come dimostra il ciclo di violenze che si \u00e8 aperto nelle aree di frizione fra i Kikuyu e altre etnie (i Luo, in particolare, ma anche i Masai e i Kalenjin). Il rischio, quindi, non \u00e8 tanto quello di arrivare a un nuovo Rwanda quanto, non meno drammaticamente, a una versione kenyota dei problemi esplosi a suo tempo in Costa d\u2019Avorio o della frattura nigeriana fra il Nord e il Sud.<\/p>\n<p><b>Impegno internazionale<\/b><br \/>La comunit\u00e0 internazionale deve impegnarsi a fondo per evitare un simile esito che sarebbe drammatico non solo per la popolazione kenyota, ma per tutta l\u2019Africa. La soluzione non sar\u00e0 affatto facile, ma possono essere ipotizzate proposte che, superando le rigidit\u00e0 attuali delle due parti (una che chiede di rivotare immediatamente, l\u2019altra che offre solo una integrazione marginale e subalterna nel quadro di potere esistente), diano una risposta ragionevole al problema del \u201cpower sharing\u201d. <\/p>\n<p>Una di queste proposte potrebbe essere l\u2019accordo su un emendamento costituzionale, da approvare in via preliminare come anticipo della riforma generale, per istituire la figura del Primo Ministro con poteri reali e dare vita, quindi, a un Governo di transizione con la presenza di entrambi gli schieramenti. Una volta esaurita la fase di riforma costituzionale complessiva (che comporter\u00e0 tempi medi), il paese potrebbe tornare alle elezioni in un quadro istituzionale diverso e pi\u00f9 garantito. <\/p>\n<p>In questi giorni il team africano, guidato da Kofi Annan, sta iniziando il suo lavoro. Bisogna augurarsi che riesca nel compito. Altrimenti assisteremo al tragico paradosso di un paese, il Kenya, che dopo essersi segnalato come sede di importanti processi di pace, potrebbe diventare, a sua volta, un caso di disordine e destabilizzazione, con effetti devastanti su tutta l\u2019Africa.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le elezioni del 27 dicembre scorso avrebbero potuto rappresentare, per il Kenya, il passaggio finale del suo processo democratico, creando le condizioni per il consolidamento degli importanti risultati economici conseguiti negli ultimi anni e rafforzando l\u2019immagine di affidabilit\u00e0 del paese. 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