{"id":7230,"date":"2008-01-30T00:00:00","date_gmt":"2008-01-29T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/dissuasione-primo-uso-e-prevenzione\/"},"modified":"2017-11-03T15:41:03","modified_gmt":"2017-11-03T14:41:03","slug":"dissuasione-primo-uso-e-prevenzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/01\/dissuasione-primo-uso-e-prevenzione\/","title":{"rendered":"Dissuasione, primo uso e prevenzione"},"content":{"rendered":"<p>Un gruppo di alti ufficiali, che hanno ricoperto le pi\u00f9 alte cariche di vertice nella Nato e nelle Forze Armate dei loro Paesi, ha pubblicato recentemente uno studio che vorrebbe essere la traccia di una nuova <a href= \"http:\/\/www.csis.org\/media\/csis\/events\/080110_grand_strategy.pdf\" target= \"blank\"><b><u> \u201cgrande strategia\u201d<\/u><\/b><\/a> per un mondo pieno di incertezze. L\u2019analisi \u00e8 interessante, ma non travolgente. Pi\u00f9 o meno le stesse cose le hanno ormai esplorate, analizzate, scritte e pubblicate decine di analisti un po\u2019 ovunque, in molti casi anche con maggiore profondit\u00e0 e precisione. Ma non era questo il problema centrale degli autori: essi intendevano soprattutto proporre un nuovo approccio politico-militare che servisse di ispirazione e di guida all\u2019Alleanza Atlantica, alla vigilia del suo prossimo Vertice di Bucarest. L\u2019iniziativa \u00e8 tanto pi\u00f9 tempestiva poich\u00e9 la Nato (come del resto l\u2019Unione Europea, e un po\u2019 tutti i maggiori paesi alleati) \u00e8 impegnata in una discussione sul come rinnovare ed aggiornare il suo \u201cconcetto strategico\u201d alla luce dei molti avvenimenti e delle esperienze fatte in questi anni.<\/p>\n<p><b>Lacune strategiche<\/b><br \/>Ma \u00e8 proprio qui, purtroppo, che lo studio mostra le maggiori carenze. Di fronte all\u2019incompiuto dramma iracheno, alle difficolt\u00e0 che sta sperimentando la Nato in Afghanistan, alle molte problematiche irrisolte delle missioni di pace e di gestione delle crisi, ci si sarebbe aspettati un\u2019analisi impietosa degli errori commessi e una serie di proposte per evitarli in futuro, e per uscire da quelli in cui siamo ancora impantanati. Su tutto questo invece abbiamo ben poco. Dopo un\u2019analisi tutto sommato tradizionale delle minacce e dei rischi cui si deve far fronte e che spazia dal terrorismo alla Cina e dagli stati in crisi alla rinascita della Russia, solo tre modeste paginette sono dedicate alle esperienze fatte, e non sono neanche molto precise.<\/p>\n<p>Come si fa, ad esempio, a dire (pagina 78) che le \u201cnazioni occidentali sono entrate in operazioni nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq senza definire chiaramente i fini e gli obiettivi e senza avere alcun reale approccio strategico integrato e comune\u201d, ignorando le enormi differenze politiche tra questi tre conflitti? Affermare che gran parte del problema dipende dall\u2019egoismo burocratico e dalla miopia settoriale dei vari dipartimenti impegnati nelle operazioni \u00e8 probabilmente vero, ma anche piuttosto riduttivo.<\/p>\n<p>Grottesca \u00e8 poi l\u2019affermazione (pagina 79) che i nostri problemi deriverebbero dal fatto che i nostri avversari sarebbero \u201cirrazionali\u201d, almeno nei termini della nostra razionalit\u00e0 \u201coccidentale\u201d. Sarebbe patetico, se non fosse una grave distorsione della realt\u00e0, sostenere che i nostri avversari non si lasciano sconfiggere, come dovrebbero \u201crazionalmente\u201d fare, e anzi ci mettono in grave difficolt\u00e0, perch\u00e9 non sono intellettualmente \u201conesti\u201d.<\/p>\n<p>L\u2019analisi contiene naturalmente anche molte altre osservazioni giuste e di buon senso. Ma la questione dell\u2019irrazionalit\u00e0 degli avversari non \u00e8 stata messa l\u00ec a caso: \u00e8 purtroppo al centro del ragionamento strategico dei nostri neo-filosofi della guerra. Infatti essi finiscono per usare questa argomentazione per giustificare l\u2019accettazione di una strategia di guerra preventiva (anche nucleare), cos\u00ec come ipotizzato dal Presidente George W. Bush nei <a href= \"http:\/\/www.whitehouse.gov\/nsc\/nss\/2006\/\" target= \"blank\"><b><u> documenti strategici <\/u><\/b><\/a> da lui pubblicati.<br<<br \/>Come \u00e8 noto, il governo americano ha \u201cinnovato\u201d il vocabolario distinguendo tra azioni \u201cpre-emptive\u201d (noi potremmo tradurre con \u201canticipatrici\u201d) e azioni preventive vere e proprie. Le prime sono giustificate dall\u2019evidenza di un attacco che sta per avere luogo e che viene in tal modo bloccato o sconfitto. Le seconde invece sarebbero giustificate dalla conoscenza di piani d\u2019attacco che non hanno ancora raggiunto la fase operativa, e si basano quindi su una lettura unilaterale delle intenzioni dell\u2019avversario e sulle informazioni raccolte dai propri servizi. Di fatto questa seconda ipotesi \u00e8 oggi considerata ingiustificata e illegale dal diritto internazionale, sia da quello consuetudinario che, a maggior ragione, da quello societario elaborato in ambito Onu.<\/p>\n<p><b>La legalit\u00e0 internazionale<\/b><br \/>Il documento afferma in linea di principio sia la necessit\u00e0 del rispetto della legalit\u00e0 internazionale, sia quella dei diritti umani (nonch\u00e9 l\u2019opportunit\u00e0 di un largo consenso nell\u2019ambito quanto meno dell\u2019Alleanza Atlantica). Tuttavia, per quel che riguarda la prevenzione, si limita ad osservare (pagina 98) che \u201cla questione della legalit\u00e0 dell\u2019uso preventivo della forza rimane ad oggi irrisolta\u201d: \u00e8 decisamente troppo poco.<\/p>\n<p>Questa ambiguit\u00e0 \u00e8 rafforzata dall\u2019importanza attribuita alla necessit\u00e0 di \u201cagire in modo asimmetrico\u201d, ivi incluso il campo della strategia nucleare. La Nato ha sempre mantenuto fermo il principio del possibile \u201cuso per primi\u201d dell\u2019arma nucleare in caso di guerra, considerando per\u00f2 tale strategia come un elemento necessario per l\u2019eventuale ristabilimento di una dissuasione in crisi, e cio\u00e8 per evitare, non per combattere, una guerra.<\/p>\n<p>Gli estensori del documento invece sposano acriticamente la tesi avanzata dall\u2019amministrazione Bush, secondo la quale la dissuasione non pu\u00f2 funzionare contro nemici \u201cirrazionali\u201d quali sarebbero appunto i terroristi, gli stati canaglia o gli stati falliti. La cosa in realt\u00e0 \u00e8 ben lungi dall\u2019essere provata. Al contrario, l\u2019unica volta che si \u00e8 applicata una strategia dissuasiva contro uno stato canaglia (l\u2019Iraq di Saddam Hussein) essa ha avuto grande successo: come si \u00e8 visto dopo l\u2019invasione dell\u2019Iraq, infatti, quel paese non aveva pi\u00f9 n\u00e9 armi chimiche, n\u00e9 biologiche, n\u00e9 tanto meno nucleari, n\u00e9 le aveva usate contro Israele o contro gli alleati quando ancora le aveva, durante la prima guerra del Golfo. Non si capisce quindi perch\u00e9 la dissuasione non dovrebbe funzionare anche in altre occasioni.<\/p>\n<p>Di pi\u00f9, sposando l\u2019idea di una guerra non dissuasiva (anzi, potenzialmente preventiva), e collegando questa anche al possibile uso di armi nucleari, si compie un gigantesco balzo in avanti logico verso la banalizzazione di queste armi di distruzione di massa (e divengono risibili, in tale contesto, le osservazioni presenti nel documento stesso circa la necessit\u00e0 di limitare al massimo i \u201cdanni collaterali\u201d). <\/p>\n<p>\u00c8 un vero peccato che questo documento si sia impantanato in una simile diatriba, che probabilmente finir\u00e0 per mettere in secondo piano le molte conclusioni positive che esso contiene, in particolare nell\u2019esame delle diverse fasi di una strategia di gestione delle crisi (primo: la riduzione delle cause di conflitto; secondo: la gestione dinamica della crisi; terzo: l\u2019applicazione della forza; quarto: la stabilizzazione). Non \u00e8 certo un caso se un giornale attento come <a href= \"http:\/\/www.lemonde.fr\/\" target= \"blank\"><b><u>\u201cLe Monde\u201d <\/u><\/b><\/a>, nel presentare ai suoi lettori questo rapporto con ben tre articoli, li ha intitolati rispettivamente: \u201cRiflessioni militari occidentali sull\u2019uso preventivo dell\u2019arma nucleare\u201d, \u201cRipensare la logica della dissuasione\u201d e \u201cLa prospettiva di un mondo senza armi nucleari si allontana\u201d. <\/p>\n<p>Purtroppo, ancora una volta, e malgrado il valore di questi autori, sembrerebbe confermato il vecchio adagio che \u201cla guerra \u00e8 cosa troppo seria per farla fare ai militari\u201d o almeno per fargliela teorizzare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un gruppo di alti ufficiali, che hanno ricoperto le pi\u00f9 alte cariche di vertice nella Nato e nelle Forze Armate dei loro Paesi, ha pubblicato recentemente uno studio che vorrebbe essere la traccia di una nuova \u201cgrande strategia\u201d per un mondo pieno di incertezze. 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