{"id":74006,"date":"2019-05-14T11:25:04","date_gmt":"2019-05-14T09:25:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=74006"},"modified":"2019-05-14T11:26:31","modified_gmt":"2019-05-14T09:26:31","slug":"sudan-prospettive-transizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/05\/sudan-prospettive-transizione\/","title":{"rendered":"Sudan: deposto Bashir, prospettive per la transizione"},"content":{"rendered":"<p>Non sono stati n\u00e9 il prezzo del pane n\u00e9 quello della benzina, bench\u00e9 proibitivi, i fattori scatenanti della <strong><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/04\/sudan-attivista-esercito-bashir\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">protesta sudanese<\/a><\/strong>; al contrario, \u00e8 stata la presa d&#8217;atto che il <strong>regime dittatoriale<\/strong> di Omar <strong>al-Bashir<\/strong> era giunto al termine, nell&#8217;i<strong>mpossibilit\u00e0<\/strong> manifesta e incontrovertibile <strong>di soddisfare i bisogni del proprio popolo<\/strong>. Non potevano essere pi\u00f9 chiare le prime battute di un incontro organizzato dal St Antony&#8217;s College dell&#8217;Universit\u00e0 di Oxford per approfondire le criticit\u00e0 sul piano istituzionale, sociale e geopolitico che il Paese africano sta affrontando in questi giorni.<\/p>\n<p><strong>Crisi politica e alimentare<\/strong><br \/>\nSpiega Ahmed Al-Shahi, antropologo sociale e co-fondatore del <em><a href=\"https:\/\/www.sudaneseprogramme.org\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Sudanese Programme<\/a><\/em>, che\u00a0 la vita politica del Paese \u00e8 stata spesso monopolizzata da conglomerati chiamati \u201cpartiti\u201d, ma che in realt\u00e0 erano scatole vuote. Etichette qualsiasi &#8211; fossero esse Partito del congresso nazionale o Partito nazionale del popolo &#8211; coprivano centri di potere la cui preoccupazione era sistemare impiegati pubblici e boiardi in ogni angolo disponibile.<\/p>\n<p>Una volont\u00e0 di affrontare i problemi sociali, etnici e religiosi che si sono accumulati nel tempo non si \u00e8 mai vista. In assenza di consenso sulle scelte, l&#8217;unica cosa che poteva aumentare era la frammentazione; e il Sudan si \u00e8 ritrovato povero, diviso e tribalizzato. La crisi alimentare \u00e8 stata la conseguenza, non la causa, della crisi politica; e quando la promessa del dittatore di togliere il blocco delle importazioni dall&#8217;Egitto, nell\u2019ottobre 2018, non ha dato risultati, allo sconforto \u00e8 seguita la disperazione.<\/p>\n<p>Il Sudan ha per\u00f2 una componente reattiva numerosa, che nei momenti pi\u00f9 duri \u00e8 storicamente scesa in piazza ad esprimere il proprio dissenso. \u00c8 accaduto in passato in occasione dei <em>coup d&#8217;etat<\/em> e si \u00e8 ripetuto nel dicembre scorso, quando le file per trovare dei generi alimentari diventavano sempre pi\u00f9 lunghe e dure da sopportare. Non protestavano solo giovani disoccupati, ma donne d&#8217;ogni estrazione sociale e professionisti, medici innanzitutto; queste presenze hanno destato interesse tra i media europei.<\/p>\n<p><strong>Fra medici e ufficiali <\/strong><br \/>\n\u00c8 Sara Abdelgalil, pediatra e presidente dell&#8217;associazione dei <a href=\"https:\/\/www.sdu.org.uk\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">medici sudanesi nel Regno Unito<\/a>, a fornirne i dettagli. Negli ultimi anni, il sistema sanitario sudanese \u00e8 divenuto progressivamente pi\u00f9 esclusivo, e la scarsit\u00e0 di fondi (le casse statali languono, da qui la fine dei sussidi e l&#8217;innalzamento dei prezzi al consumo) ha reso il servizio impossibile da espletare. Gli scioperi nel dicembre scorso hanno visto studenti universitari e medici nelle strade; le immagini delle violenze ai loro danni sono note.<\/p>\n<p>Meno si sa di coloro i quali sono stati torturati nelle carceri; l&#8217;associazione ha accertato 117 morti e alcune centinaia di feriti nel solo dicembre 2018. Le manifestazioni sono andate avanti tra alti e bassi sino al febbraio successivo, quando il presidente ha decretato lo stato d&#8217;emergenza, rimosso ministri e governatori regionali; da l\u00ec in poi la situazione \u00e8 peggiorata, con la particolarit\u00e0 che gli alti ranghi dell&#8217;esercito sono rimasti fedeli al regime mentre le leve medie e basse si sono unite alle proteste (ma tra l&#8217;esercito, le forze di polizia e gli apparati dei servizi segreti si \u00e8 registrata tensione).<\/p>\n<p><strong>Evitare il rischio di un nuovo Egitto<\/strong><br \/>\nInsomma, in piazza ci si sono ritrovati tutti: e l&#8217;unione ha fatto la forza. Bashir \u00e8 stato incarcerato e al suo posto si \u00e8 insediato un consiglio militare transitorio composto da otto generali, guidati da Abdel-Fattah al-Burhan. Il consiglio ha presto rimosso i massimi livelli dei servizi di sicurezza e liberato i prigionieri politici, ed ha un mandato di tempo limitato. Ma chi potr\u00e0 garantire il passaggio di consegne all&#8217;organismo formato da civili richiesto dai manifestanti? Come si potr\u00e0 prevenire che i gruppi di potere cementatisi attorno al vecchio regime non si ripropongano tali e quali sotto l&#8217;egida di un altro despota, come \u00e8 accaduto in Egitto?\u00a0 Nel Paese, infatti, non c&#8217;era\u00a0 stato spazio per altri leader politici; e quelli che c&#8217;erano stati avevano avuto vita breve. Eliminare rendite di posizione consolidate, e i loro detentori, sar\u00e0 difficilissimo; tanto pi\u00f9 che i confinanti, anzitutto l&#8217;Egitto, hanno espresso apprezzamento per i militari al potere e preferirebbero mantenerli dove sono.<\/p>\n<p>Tocca a Richard Barltrop, esperto di relazioni internazionali e autore di un volume sul Darfur, il compito di capire se vi siano le condizioni per una <strong>transizione pacifica<\/strong>. Tutti chiedono un cambiamento: ma se i partiti esistenti sono delegittimati e le istituzioni deboli, che tipo di aspettative si possono avere ragionevolmente? Il rischio, infatti, \u00e8 che si crei una situazione simile a quella della Tunisia dopo la fuga del dittatore Ben Ali, nella quale le speranze di un cambiamento tempestivo e generale si spensero gradualmente quando ci si rese conto che le difficolt\u00e0 da affrontare a livello giuridico, istituzionale e politico erano cos\u00ec profonde da richiedere tempo, consapevolezza e mezzi al di fuori della propria portata.<\/p>\n<p><strong>Le posizioni degli attori regionali<\/strong><br \/>\nIn Sudan, <strong>sauditi<\/strong> ed <strong>emiratini<\/strong> parteggiano per il consiglio di transizione militare; a met\u00e0 aprile scorso sono stati tra i primi a congratularsi ed incontrare i leader del consiglio, e hanno proposto un pacchetto di \u201caiuti\u201d di un valore che potrebbe arrivare sino a tre miliardi di dollari, 500 milioni dei quali sarebbero stati temporaneamente depositati presso la Banca Centrale. La proposta, per\u00f2, non ha incontrato i favori di una parte consistente dei manifestanti, i quali temono che accettandola si acquisirebbero obblighi indesiderati piuttosto che facilitazioni. Simile \u00e8 la posizione dell&#8217;Egitto, ribadita nel forum dell&#8217;Unione africana recentemente tenutosi proprio al Cairo per via della presidenza di turno.<\/p>\n<p>L&#8217;Ua, dal canto suo, ha preferito estendere il limite temporale di passaggio dei poteri dalla giunta militare ad un organismo civile da due settimane a due mesi.\u00a0 La presenza russa attira attenzione, soprattutto dopo che foto scattate in loco avrebbero ritratto personale e mezzi della compagnia di mercenari Wagner Group pronti ad intervenire in sostegno di Bashir (cosa poi non avvenuta: il pragmatismo russo sembra aver prevalso, almeno sinora).<\/p>\n<p>Curiosamente non si \u00e8 parlato n\u00e9 di Qatar n\u00e9 tantomeno di Turchia, uno dei pochissimi Paesi cooperanti con il regime sudanese militarmente e politicamente, nonostante il satrapo Erdogan abbia definito la cacciata di Bashir un \u201cattacco diretto alla Turchia da parte dell&#8217;Occidente e di alcuni Paesi arabi\u201d. Sembra essere sfumato, infatti, il progetto di installare una base militare turca sull&#8217;isola di Suakin, che avrebbe conferito ai turchi un punto d&#8217;accesso sul Mar Rosso centrale straordinario; e si \u00e8 dissolto anche il trattamento di favore che i membri egiziani della Fratellanza Musulmana, invisa al regime di al-Sisi, avevano trovato sotto la protezione di Bashir.\u00a0 Poco o nulla da segnalare da parte di Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, Lega Araba, o dal trio Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. E l&#8217;Unione europea? Finora l\u2019Alto rappresentante Federica Mogherini si \u00e8 limitata ad un comunicato stampa.<\/p>\n<p><strong>Il futuro del Paese<\/strong><br \/>\nQuello che emerge, insomma, \u00e8 un quadro in cui una presenza militare continuativa e un mantenimento dello <em>status quo<\/em> \u2013 probabilmente con i vecchi notabili nella stessa posizione di forza \u2013 sarebbero visti con favore da tutti i Paesi con interessi in Sudan. Ma \u00e8 una contro-rivoluzione ci\u00f2 di cui il Paese ha bisogno? L&#8217;esperienza, soprattutto quella dei vicini Yemen ed Egitto, indurrebbe a dire di no.<\/p>\n<p>Quantomeno al momento, per\u00f2 \u2013 concordano i relatori -, il consiglio temporaneo non sembra avere n\u00e9 priorit\u00e0 nascoste n\u00e9 interessi particolari da perseguire. C\u2019\u00e8 ancora spazio per credere che all&#8217;interno e al di fuori dei confini nazionali il Sudan possa dar vita ad un processo inclusivo, in cui ad una partecipazione effettiva seguano degli obblighi che si possano perseguire e ottemperare.<\/p>\n<p><em>Foto di copertina\u00a0\u00a9 Mohamed Khidir\/Xinhua via ZUMA Wire<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non sono stati n\u00e9 il prezzo del pane n\u00e9 quello della benzina, bench\u00e9 proibitivi, i fattori scatenanti della protesta sudanese; al contrario, \u00e8 stata la presa d&#8217;atto che il regime dittatoriale di Omar al-Bashir era giunto al termine, nell&#8217;impossibilit\u00e0 manifesta e incontrovertibile di soddisfare i bisogni del proprio popolo. 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