{"id":75589,"date":"2019-09-25T18:18:38","date_gmt":"2019-09-25T16:18:38","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=75589"},"modified":"2019-09-27T08:25:36","modified_gmt":"2019-09-27T06:25:36","slug":"dighe-quando-acqua-nasconde-rischi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/09\/dighe-quando-acqua-nasconde-rischi\/","title":{"rendered":"Dighe in Italia: quando l\u2019acqua nasconde dei rischi"},"content":{"rendered":"<p>L\u2019edificazione di sbarramenti e <strong>dighe<\/strong> \u00e8 un uso antico che risponde ad esigenze comuni di irrigazione, controllo delle acque e produzione energetica. Essi sono parte normale del paesaggio antropizzato di tutti i continenti; e forse proprio tale ordinariet\u00e0 ne ha fatto sottovalutare diffusione e rischi.<\/p>\n<p>Solo negli ultimi cento anni i disastri originati da incidenti connessi a dighe e sbarramenti hanno causato circa 300 mila morti, oltre a danni a beni e cose, con oltre 11 milioni di persone che hanno perso l\u2019abitazione. In media, <strong>oltre 2mila morti ogni anno<\/strong>, cio\u00e8 quasi sei al giorno.\u00a0 Eppure, quando si parla di disastri e catastrofi, si pensa prevalentemente a terremoti, eruzioni, maremoti, incendi, esplosioni o altri eventi; raramente alle inondazioni collegate a dighe e sbarramenti. Gli incidenti ed i disastri, per\u00f2, ci sono, riguardano tutti i continenti e coinvolgono tanto Paesi ricchi quanto Paesi poveri. Alcune realt\u00e0 hanno una maggiore diffusione di tali rischi: l\u2019<strong>Italia<\/strong> \u00e8 tra queste, poich\u00e9 il nostro territorio \u00e8 costellato di dighe e sbarramenti di ogni tipo. Si va dalle gigantesche dighe che sbarrano i corsi d\u2019acqua per alimentare le centrali idroelettriche alle piccole dighe che creano invasi per uso irriguo o potabile.<\/p>\n<p><strong>Numeri e difformit\u00e0 <\/strong><br \/>\nIn Italia si contano <strong>532 <\/strong><strong>grandi dighe<\/strong> (nel mondo sono oltre 40.000) e circa 10.000 piccole dighe; le grandi dighe sono quelle con sbarramenti alti pi\u00f9 di 15 metri e\/o con un invaso di oltre 1 milione di metri cubi (i criteri di classificazione sono cambiati nel corso degli anni, nel 2008 si contavano 903 grandi dighe). Purtroppo, secondo i dati attualmente disponibili, delle 532 grandi dighe di <strong>interesse nazionale e con vigilanza statale<\/strong>, il 60% ha pi\u00f9 di 50 anni, alcune hanno ormai compiuto il secolo di vita ed un centinaio fra esse non sono ancora operative al 100% perch\u00e9 non collaudate in modo definitivo, con tutto ci\u00f2 che ne deriva.<\/p>\n<p>Inoltre, il 90% \u00e8 stato costruito prima dell\u2019entrata in vigore delle attuali norme tecniche e il 70% \u00e8 stato progettato senza prendere in considerazione l\u2019attivit\u00e0 sismica, perch\u00e9 al momento della costruzione non esistevano norme in tal senso. Aggiungiamo a questi dati la forte concentrazione demografica del territorio italiano e possiamo intuire l\u2019alto livello di pericolosit\u00e0, non di rado trascurata, ma anche i segnali di <strong>cambiamento climatico<\/strong> in corso &#8211; con l\u2019aumentato rischio di piogge improvvise ed estremamente abbondanti -, il <strong>disboscamento<\/strong>, la scarsa cura di spazi rurali una volta agricoli e &#8211; non ultimo ed altrettanto grave &#8211; il fatto che il passaggio alle Regioni del controllo di una parte di tali infrastrutture ha prodotto norme di controllo e sicurezza diverse da un luogo all\u2019altro.<\/p>\n<p>Non solo, alcune Regioni non hanno completato il censimento delle piccole dighe per cui, incredibilmente, il numero esatto non \u00e8 noto. I nomi di Gleno, Vajont, Molare, Val di Stava &#8211; per citare i pi\u00f9 noti &#8211; si associano in Italia ad eventi abnormi, a danni molto ingenti, a centinaia di morti, ma anche a controlli tecnici non adeguati, a scarsa cura per l\u2019ambiente, a norme di gestione del territorio carenti e poco omogenee (attualmente solo le grandi dighe sono sotto controllo statale).\u00a0\u00a0 Il rischio connesso con la presenza sul territorio delle dighe minori \u00e8 spesso trascurato, ipotizzando che esso sia direttamente proporzionale alla dimensione dell\u2019opera. Tale ipotesi \u00e8 fuorviante: in territori con alta densit\u00e0 d\u2019insediamenti urbani e\/o infrastrutturali sarebbe opportuno prestare grande attenzione anche alle piccole dighe (che aumento di numero), il cui esercizio non \u00e8 sempre accompagnato dalla raccolta di adeguate informazioni.<\/p>\n<p><strong>Principali cause di collasso<\/strong><br \/>\nIn base alla casistica internazionale si pu\u00f2 affermare che le principali cause di collasso sono dovute a: 1) materiali e tecniche di costruzione non adeguati; 2) errori di progettazione; 3) instabilit\u00e0 geologica; 4) cattiva manutenzione; 5) afflusso eccessivo di acqua; 6) scivolamento di grandi masse da pendii circostanti; 7) terremoti; 8) erosioni interne; 9) errori umani. Per definire le strategie operative di azione per allertamento, prevenzione, gestione dell\u2019emergenza e assistenza alla popolazione si formulano dei Piani di emergenza dighe (Ped) che devono prevedere il ventaglio di rischi ed interventi in caso di collasso dell\u2019invaso o di emergenze minori. I Ped differenziano l&#8217;area d&#8217;impatto in tre zone distinte, secondo la gravit\u00e0 dell\u2019impatto stesso:<\/p>\n<p>La <strong>prima zona<\/strong> \u00e8 la zona di sicuro impatto. \u00c8 limitata alle immediate adiacenze dell\u2019impianto e caratterizzata dalla maggiore gravit\u00e0 dell\u2019impatto e della probabile mortalit\u00e0. Tale zona dovrebbe essere interdetta a qualsiasi tipo di insediamento. La <strong>seconda zona<\/strong> \u00e8 la zona di danno. Sono possibili danni a persone che non realizzino le corrette misure di autoprotezione ed alle persone maggiormente vulnerabili. L&#8217;intervento di protezione principale dovrebbe consistere nella rapida evacuazione La <strong>Terza zona<\/strong> \u00e8 zona di attenzione. Sono possibili danni, generalmente meno gravi, su soggetti particolarmente vulnerabili e reazioni delle persone che possono determinare situazioni di turbamento tali da richiedere interventi di ordine pubblico; le autorit\u00e0 dovranno prevedere azioni mirate nei punti di aggregazione e concentrazione della popolazione (scuole, ospedali, ecc.) e il controllo del traffico.<\/p>\n<p><strong>Normativa italiana<\/strong><br \/>\nCon la Direttiva del presidente del Consiglio dei ministri &#8220;Grandi Dighe&#8221; del luglio 2014, finalmente si \u00e8 previsto che preliminare alla redazione dei piani di emergenza sia l&#8217;aggiornamento di tutti i <strong>documenti di protezione civile<\/strong> che governano la gestione delle dighe.\u00a0 Inoltre, si sono distinte due tipologie di rischio:<\/p>\n<ul>\n<li>il &#8220;<strong>rischio diga<\/strong>&#8220;, cio\u00e8 rischio idraulico indotto dalla diga, conseguente ad eventuali problemi di sicurezza della diga, ovvero nel caso di eventi, temuti o in atto, coinvolgenti l&#8217;impianto di ritenuta o una sua parte e rilevanti ai fini della sicurezza della diga e dei territori di valle;<\/li>\n<li>il &#8220;<strong>rischio idraulico a valle<\/strong>&#8220;, cio\u00e8 rischio idraulico non connesso a problemi di sicurezza della diga ma conseguente alle portate scaricate a valle, ovvero con portate per l&#8217;alveo di valle che possono produrre fenomeni di onda di piena e rischio esondazione.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Due anni dopo, nel 2016, \u00e8 stato varato il \u201cPiano di messa in sicurezza delle grandi dighe\u201d. Con il suo aggiornamento, avvenuto nel 2018, sono previsti e finanziati oltre 130 interventi, ma le procedure di attuazione, ad oggi, sono ancora molto lente e poco uniformi nelle varie aree d\u2019Italia.<\/p>\n<p>Foto di copertina \u00a9 TPG via ZUMA Press<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019edificazione di sbarramenti e dighe \u00e8 un uso antico che risponde ad esigenze comuni di irrigazione, controllo delle acque e produzione energetica. Essi sono parte normale del paesaggio antropizzato di tutti i continenti; e forse proprio tale ordinariet\u00e0 ne ha fatto sottovalutare diffusione e rischi. 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