{"id":75909,"date":"2019-10-16T14:32:43","date_gmt":"2019-10-16T12:32:43","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=75909"},"modified":"2019-10-18T10:19:09","modified_gmt":"2019-10-18T08:19:09","slug":"interesse-weltanschauung-diplomazia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/10\/interesse-weltanschauung-diplomazia\/","title":{"rendered":"Interesse nazionale e Weltanschauung: ruolo diplomazia"},"content":{"rendered":"<p>Il 17 marzo 1861, nelle ore immediatamente successive alla proclamazione del Regno d\u2019Italia, il conte di Cavour stese di suo pugno le istruzioni per l\u2019ambasciatore a Londra. La lettera, prima richiesta di riconoscimento ufficiale del nuovo Regno e quasi \u201catto di nascita\u201d\u00a0dell\u2019Italia come Stato-nazione, testimonia il rapporto che aveva legato in quelle formidabili circostanze Cavour e gli ambasciatori sabaudi presso le principali capitali europee, rapporto di stretta collaborazione ma anche di condivisione del travaglio diplomatico e della visione che ne era sottesa: \u201cavrete, ne sono certo, tanta soddisfazione a svolgere tale compito almeno quanta ne ho io a conferirvelo\u201d. La diplomazia svolse un ruolo fondamentale nel Risorgimento e successivamente nel neo-costituito Regno d\u2019Italia per il consolidamento, pi\u00f9 o meno riuscito, di un\u2019Italia ancora debole e attraversata da fratture gravissime: regionali e sociali, di sviluppo economico (agricolo e industriale), burocratiche e di cultura dell\u2019amministrazione, linguistiche e, naturalmente, religiose con la questione romana a tracciare un solco nelle coscienze dei cattolici italiani per oltre 50 anni. Lo stesso ruolo fu assicurato, di fronte a sfide di enorme portata, dalla diplomazia della Repubblica.<\/p>\n<p><strong>Il contributo della diplomazia<\/strong><br \/>\nIn oltre 150 anni di storia, l\u2019Italia ha attraversato eventi tragici, come il fascismo e i due conflitti mondiali, e felici come l\u2019adesione alla Nato e alla costruzione europea, l\u2019ingresso nelle Nazioni Unite, e la ricostruzione di un Paese semi-distrutto dal secondo conflitto mondiale tornato alla fine degli Anni Sessanta &#8211; grazie al Piano Marshall, al mercato unico e, soprattutto, ai sacrifici e al lavoro in Italia e all&#8217;estero del suo popolo &#8211; tra le grandi potenze economiche.<\/p>\n<p>In questo secolo e mezzo, pur con le inevitabili luci e ombre, la diplomazia italiana ha dato un contributo determinante alla sicurezza e prosperit\u00e0 del nostro Paese. E in alcuni casi ha dimostrato di saper interpretare il proprio ruolo e la propria funzione anche meglio dei propri governanti.<br \/>\nBasti pensare a figure come <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Filippo_de_Grenet\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Filippo de Grenet<\/a> (eroe della Resistenza trucidato alle Fosse ardeatine), al ruolo svolto da alcuni diplomatici italiani per salvare migliaia di ebrei dalle persecuzioni durante il conflitto mondiale, all&#8217;azione svolta in Cile durante il colpo di Stato del generale Pinochet e a tutti coloro che hanno posto e pongono tuttora consapevolmente a rischio la loro vita nel servizio allo Stato. De Grenet e tanti altri funzionari del Ministero degli esteri sentirono senza dubbio, in circostanze eccezionali, il dilemma tra l\u2019obbedienza agli ordini e l\u2019adesione a valori fondamentali quali la sacralit\u00e0 della persona umana e la sua dignit\u00e0. Nelle loro scelte non dimostrarono soltanto eroismo e coraggio, ma anche di <strong>saper interpretare<\/strong> al meglio e in maniera molto pi\u00f9 profonda il senso del servizio allo Stato, che \u00e8 innanzitutto servizio ai valori pi\u00f9 alti che esso dovrebbe incarnare. Non in una visione messianica o hegeliana, ma nel senso di un patriottismo olistico, nel quale l\u2019interesse nazionale viene sussunto nell&#8217;identit\u00e0 costituzionale e valoriale della nazione.<\/p>\n<p>La diplomazia italiana ha il ruolo fondamentale di interprete e promotrice dei valori e interessi fondamentali della Repubblica. E ha la funzione chiave\u00a0di garantire che, nel quadro dell\u2019azione esterna del nostro Paese e in particolare nei rapporti con le organizzazioni internazionali e gli altri Stati, la promozione dell\u2019interesse nazionale sia in sintonia col sistema di valori della Repubblica e con le direttrici prioritarie della politica estera italiana: adesione a un ordine internazionale basato sulla pace, il rispetto dei diritti umani e dei principi dello stato di diritto; europeismo e atlantismo; stabilit\u00e0 e prosperit\u00e0 del Mediterraneo allargato; multilateralismo.<\/p>\n<p><strong>Una nuova agenda per un nuovo mondo<\/strong><br \/>\nNei prossimi anni la demografia, il mutamento degli equilibri geo-politici e geo-economici, i progressi dell\u2019innovazione tecnologica \u201cdisruptive\u201d e non, l\u2019ulteriore sviluppo della digitalizzazione dell\u2019informazione, la diffusione del potere nelle reti e snodi\u00a0 multi-livello e transnazionali (politica-amministrazione-media-societ\u00e0 civile), l\u2019aumento delle situazioni di tensione e conflitto tra stati e negli Stati, la crisi della rappresentativit\u00e0 politica indeboliranno ancora di pi\u00f9 l\u2019assetto dell\u2019ordine mondiale post-bellico, imporranno nuovi temi per l\u2019agenda multilaterale, ridisegneranno la stessa eco-sfera della politica estera e della diplomazia bilaterale e multilaterale.<\/p>\n<p>Come al termine delle guerre napoleoniche e dei due conflitti mondiali stiamo entrando progressivamente nell&#8217;epoca dell&#8217;\u201cinterregnum\u201d. Nella quale Antonio Gramsci vedeva la tensione tra il passato che non vuole morire e il futuro che non riesce a nascere. E nella quale, secondo la tradizione giuridica romana, venivano ridisegnate le regole del futuro da quella che sarebbe poi divenuta l&#8217;\u00e9lite dominante. Ne <em>La grande illusion<\/em>, Jean Renoir descrive con grande sensibilit\u00e0 e profondit\u00e0 di visione questa situazione di <strong>incertezza<\/strong> nelle figure dei due prigionieri francesi di un campo di prigionia tedesco: l\u2019aristocratico Pierre Fresnay e il borghese Jean Gabin. Si rispettano, combattono insieme, sono patrioti e solidali; ma non si capiscono in quanto espressione, appunto, l\u2019uno del mondo che sta morendo e l\u2019altro di quello che sta nascendo.<\/p>\n<p>E\u2019 in questo senso che va interpretata la dicotomia tra continuit\u00e0 e cambiamento nel quadro della politica estera italiana. La <strong>continuit\u00e0<\/strong> \u00e8 ineludibile: le direttrici gi\u00e0 citate sono identitarie e non possono mutare o essere abbandonate: diritti umani, Stato di diritto, Europa, atlantismo, mediterraneit\u00e0, multilateralismo, rappresentano quello che siamo stati, siamo ora e saremo nel futuro.<br \/>\nMa di fronte alla rapidit\u00e0 e alla portata dei cambiamenti in corso il sistema di politica estera italiano deve accettare le sfide del futuro: riformare, adattarsi, innovare. In sintesi, dobbiamo cambiare per restare noi stessi.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;Italia nel progetto europeo\u00a0<\/strong><br \/>\nL\u2019europeismo italiano \u00e8 stato dalle origini una forza trainante della <strong>costruzione europea<\/strong> per lo slancio ideale, la dinamicit\u00e0 e il pragmatismo; nella spinta verso forme pi\u00f9 avanzate di integrazione, ma sempre nel segno del realismo e della sostenibilit\u00e0 delle innovazioni. Nell&#8217;attuale situazione di stallo del processo di integrazione la strada maestra sarebbe quella dell\u2019avvio di un nuovo processo di riforma dei Trattati. Le ferite del 2005 (bocciatura del Trattato costituzionale nei referendum di Francia e Paesi Bassi) e del 2007 (bocciatura, poi superata, del Trattato di Lisbona nel referendum in Irlanda) sono per\u00f2 troppo recenti ed \u00e8 davvero difficile immaginare, nell&#8217;attuale situazione di frammentazione dell\u2019opinione pubblica europea ipotesi di riforme dei Trattati in grado di sopravvivere ai processi di ratifica in 27 (o 28?) Stati membri.<\/p>\n<p>L\u2019obiettivo prioritario nell&#8217;attuale fase storica deve essere quello di ricostruire gradualmente il senso di appartenenza e identificazione dei cittadini nel progetto europeo. Lo strumento (integrazione differenziata) \u00e8 gi\u00e0 disponibile. Rilancio della crescita, politiche sociali e lotta alle diseguaglianze, politiche migratorie, politica industriale rappresentano solo alcuni dei settori in cui, restando nel segno dell&#8217;inclusivit\u00e0, il successo di esperienze di cooperazione rafforzata tra alcuni Stati membri pu\u00f2 aprire la strada verso forme di integrazione pi\u00f9 avanzata e favorire il ravvicinamento dei cittadini alla costruzione europea.<\/p>\n<p>Il rapporto transatlantico e la Nato non rappresentano per l\u2019Italia solo una coalizione politica e militare e un formidabile sistema di difesa collettiva. Rappresentano anche i fondamenti dell\u2019alleanza tra i due principali sistemi di riferimento della democrazia liberale. Nel momento in cui nuovi e vecchi attori globali, espressione di modelli di democrazia &#8216;diversamente liberali&#8217; e magari pi\u00f9 efficaci (ma solo nel breve termine), si riaffacciano da protagonisti sulla scena internazionale, le scelte di campo e le alleanze sono obbligate sia per gli Stati Uniti che per l\u2019Unione europea e i suoi Stati membri. Senza rinunciare alla propria sovranit\u00e0 e autonomia strategica, in particolare sugli scenari di crisi e instabilit\u00e0 che la riguardano direttamente, il rapporto con gli Stati Uniti \u00e8 iscritto nel dna dell\u2019Italia e dell\u2019Unione europea. A maggior ragione in un\u2019epoca in cui le minacce del terrorismo, dei conflitti ibridi, della disinformazione e dell&#8217;iper-tecnologia &#8216;deviata&#8217; attaccano direttamente il patrimonio comune dei diritti fondamentali e dei principi dello Stato di diritto e della democrazia rappresentativa.<\/p>\n<p><strong>La diplomazia &#8216;all&#8217;italiana&#8217;<\/strong><br \/>\nE\u2019 bene per\u00f2 sgombrare il campo da equivoci: c\u2019\u00e8 una differenza profonda tra lealt\u00e0 e fedelt\u00e0. Uno degli \u201catout\u201d principali della diplomazia italiana risiede nella capacit\u00e0 di comprensione dei contesti e di dialogo con tutti gli interlocutori, anche in funzione di valore aggiunto rispetto al raggiungimento degli obiettivi comuni. La lealt\u00e0 nei confronti dei nostri alleati non esclude intese a geometria variabile che, in determinati contesti e su dossier specifici, possano consentire di massimizzare l\u2019azione di promozione dei nostri valori e interessi, senza mettere n\u00e9 in discussione n\u00e9 a rischio il quadro europeo e transatlantico.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 vale a maggior ragione per il \u201c<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/08\/mediterraneo-mutamenti-politica-estera\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Mediterraneo allargato<\/a>\u201d, lo spazio che va dallo stretto di Gibilterra fino all&#8217;Iran e copre il bacino mediterraneo, il Medio Oriente, il Sahel, il Corno d\u2019Africa. E\u2019 un\u2019area fondamentale per il futuro dell\u2019Italia e dell\u2019Europa la cui stabilit\u00e0 e prosperit\u00e0 \u00e8 pre-condizione della nostra stabilit\u00e0 e prosperit\u00e0. Ed \u00e8 l\u2019area in cui Washington e la stessa Bruxelles hanno lasciato ampi spazi alla ritrovata assertivit\u00e0 degli attori regionali e di Mosca (che oscilla tra ossequio alla non-interferenza e sostegno a regimi\/figure autoritari) e alle dinamiche innescate dall&#8217;interesse, per ora principalmente geo-economico, di Pechino. Questa combinazione di omissione e attivismo si somma, con intensit\u00e0 diversa nei differenti Paesi, a fragilit\u00e0 demografiche, socio-economiche, generazionali, all&#8217;impatto delle nuove tecnologie, al ruolo dell\u2019Islam politico, alla cattiva amministrazione, alla corruzione e alle pratiche clientelari.<br \/>\nIl risultato finale \u00e8 una miscela ad altissima volatilit\u00e0.<\/p>\n<p>L\u2019Italia in seno all&#8217;Unione europea ha cercato, ben prima delle Primavere arabe, di evidenziare i rischi della situazione e la necessit\u00e0 che la stabilit\u00e0 e prosperit\u00e0 del Mediterraneo allargato figurino tra le priorit\u00e0 della politica estera e di sicurezza europea. Stabilit\u00e0 e prosperit\u00e0 di medio-lungo termine si raggiungono con politiche di sviluppo sostenibile e con il rafforzamento della <strong>resilienza istituzionale<\/strong> e socio-economica, ma anche con il rispetto dei diritti umani e con l\u2019affermazione dei principi della democrazia e dello Stato di diritto. L\u2019attuale narrativa a favore del &#8216;trade-off&#8217; tra sicurezza e democrazia non \u00e8 accettabile: \u00e8 sostanzialmente miope; \u00e8 sottilmente razzista; \u00e8, paradossalmente, foriera di instabilit\u00e0 nel medio-lungo periodo; ed \u00e8 infine controproducente, in quanto non fa altro che accentuare le fratture esistenti tra occidente e mondo islamico.<\/p>\n<p><strong>Rivoluzione tecnologica e azione riformatrice<br \/>\n<\/strong>La crisi dell\u2019ordine liberale post-bellico \u00e8 direttamente collegata alla definizione della nuova agenda multilaterale. Sono cambiati gli attori principali dell\u2019ordine. Sono cambiati i temi fondamentali dell\u2019agenda, che sar\u00e0 dettata dall&#8217;emergenza del cambiamento climatico e della crescita delle diseguaglianze nelle economie mature, e soprattutto dall&#8217;impatto delle innovazioni tecnologiche. Ogni rivoluzione tecnologica ha avuto effetti dirompenti.<\/p>\n<p>Basta pensare all&#8217;impatto delle successive rivoluzioni agricole, di quella industriale e della prima rivoluzione digitale sull&#8217;economia, la societ\u00e0, la politica e gli scenari globali. L\u2019intelligenza artificiale e le sue applicazioni pongono tuttavia una serie di interrogativi senza precedenti che riguardano l\u2019interazione tra la capacit\u00e0 di accumulare una quantit\u00e0 enorme di dati con possibilit\u00e0 straordinarie di elaborazione e razionalizzazione algoritmica. Interrogativi che riguardano, tra l\u2019altro, il vantaggio competitivo ormai accumulato da alcuni dei grandi attori internazionali pubblici e privati (in un sistema ormai oligopolistico) e lo iato crescente tra regimi autoritari e liberal-democratici.<\/p>\n<p>Forse ancora di pi\u00f9 che negli esempi precedenti, per l\u2019Italia e l\u2019Europa la continuit\u00e0 nell&#8217;adesione ai principi del multilateralismo deve essere associata al cambiamento e alla capacit\u00e0 di essere <strong>protagonisti<\/strong> nell&#8217;azione riformatrice. La priorit\u00e0 \u00e8 includere i nuovi attori nell&#8217;ordine e ridisegnare assieme a loro le regole affrontando con fermezza alcuni nodi fondamentali che riguardano direttamente e indirettamente le tecnologie &#8216;dirompenti&#8217; e il nuovo sistema normativo internazionale che dovrebbe disciplinarne l\u2019utilizzo: tra tutti, il futuro del lavoro, la dicotomia pubblico\/privato, il rispetto dei diritti umani, delle libert\u00e0 individuali e della privacy, il ruolo dello Stato nell&#8217;economia, gli standard sociali e ambientali.<\/p>\n<p>Questo obiettivo si raggiunge solo rifiutando la logica dello scontro a ogni costo e adottando invece la dinamica competizione\/collaborazione. L\u2019Italia e l\u2019Unione europea, assieme agli Stati Uniti, devono diventare pi\u00f9 forti cooperando e investendo sulle proprie infrastrutture materiali e immateriali (educazione, scienza, innovazione tecnologica, cultura, ricerca) per competere e cooperare su un piano di parit\u00e0 con le future superpotenze mondiali.<\/p>\n<p><strong>I &#8216;fantasmi&#8217; dell&#8217;interesse nazionale<\/strong><br \/>\nBasta scorrere i giornali italiani degli ultimi anni per notare come la promozione dell\u2019interesse nazionale sia oramai il &#8216;mantra&#8217; pi\u00f9 recitato nel dibattito di politica estera. Il messaggio comune (per una volta <em>bipartisan<\/em>) \u00e8 che \u00e8 ormai tempo che l\u2019Italia sia pi\u00f9 propositiva e assertiva, e che ponga l\u2019interesse nazionale come priorit\u00e0 della propria politica estera in particolare nei negoziati a Bruxelles.<br \/>\n\u201cPerch\u00e9? cosa credono che abbiamo fatto negli ultimi cinquant&#8217;anni?\u201d, commentava sarcasticamente con me un ambasciatore recentemente scomparso. La storia dell\u2019interesse nazionale tradito o mal difeso risponde a fantasmi pi\u00f9 profondi, quali quello della fragilit\u00e0 del nostro Stato-nazione e della supposta debolezza dell\u2019identit\u00e0 nazionale italiana. Non a caso tale narrativa trova poco riscontro nelle altre grandi democrazie europee.<\/p>\n<p>L\u2019ossessione italiana per l\u2019interesse nazionale nasce da un <strong>equivoco<\/strong> di fondo, dalla confusione tra due piani differenti che nella politica estera dei grandi Paesi dovrebbero sempre integrarsi nella categoria degli &#8216;interessi essenziali&#8217;: quelli dai quali, secondo Joseph Nye dipende la sopravvivenza dello Stato.<br \/>\nAppunto. La categoria dell\u2019interesse nazionale \u00e8 fine a se stessa se non \u00e8 collocata in un sistema che esprima complessivamente l\u2019identit\u00e0 della nazione, la sua visione del futuro e degli assetti internazionali, la coscienza del suo ruolo e della sua collocazione in un sistema di alleanze e solidariet\u00e0 che \u00e8 anche valoriale.<\/p>\n<p>Il dibattito sull&#8217;individuazione degli interessi nazionali senza una <em>Weltanschauung <\/em>rischia di tradursi in una &#8216;patafisica&#8217; in cui il particolare prevale sul generale e in cui tutto \u00e8 prioritario e niente \u00e8 prioritario. E viceversa. La sola <em>Weltanschauung<\/em> separata dagli interessi nazionali pu\u00f2 diventare una visione metafisica senza alcun impatto o connessione con la realt\u00e0.<\/p>\n<p>Pur tra tante luci e ombre, la diplomazia del Regno d\u2019Italia e quella della prima Repubblica \u2013 e pi\u00f9 in generale le \u00e9lite italiane dell\u2019epoca &#8211; ebbero netta la nozione del collegamento consustanziale tra visione\/identit\u00e0 della nazione e interessi nazionali.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;identit\u00e0 della politica estera italiana<\/strong><br \/>\nLa promozione dell\u2019interesse nazionale si colloca nel quadro disegnato dai principi fondamentali della Costituzione, in particolare gli articoli 1, 2, 3, 10 e 11, dalla scelta esistenziale di collocazione internazionale e valoriale maturata negli anni del dopoguerra, dalla nostra collocazione geo-politica e dalla rilevanza del nostro sistema economico-produttivo. In tal senso, diritti umani e stato di diritto, Europa, atlantismo, Mediterraneo allargato, multilateralismo, internazionalizzazione, ricerca del dialogo a ogni costo sono elementi identitari della nostra politica estera.<\/p>\n<p>Nella contemporaneit\u00e0 &#8211; e sempre pi\u00f9 nel futuro prossimo &#8211; la politica estera \u00e8 solo in parte il prodotto delle \u00e9lite politiche o diplomatiche. Le grandi reti che attraversano il mondo dell\u2019economia, dei media, della cultura, della ricerca, e gli stessi cittadini rivendicano un ruolo sempre maggiore nella definizione degli indirizzi di politica estera; ci\u00f2 nella consapevolezza dell\u2019incidenza che essa pu\u00f2 avere sulla loro sicurezza e prosperit\u00e0. Nel dibattito politico prevale spesso una visione limitata e utilitaristica degli interessi nazionali, proprio per l\u2019assenza della cornice di fondo nella quale vanno collocati.<\/p>\n<p>Non \u00e8 pi\u00f9 solo una questione di <em>bipartisanship<\/em> \u2013 che pure resta uno dei nodi irrisolti della nostra politica estera &#8211; ma \u00e8 una questione pi\u00f9 ampia di maturazione del dibattito pubblico italiano sui temi internazionali. Un dibattito che, per essere veramente costruttivo, deve finalmente compiere un salto di qualit\u00e0 nel senso della &#8216;educazione alla complessit\u00e0&#8217; e della comprensione del ruolo che l\u2019Italia e l\u2019Europa possono e devono svolgere nel mondo; della posta in gioco per tutti noi; e infine del sistema di principi e regole nei quali ci riconosciamo e che soli possono assicurare autorevolezza, coesione e efficacia alla nostra azione.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Questo articolo, che riprende alcuni dei concetti del saggio \u201cA Brave New World Disorder\u201d pubblicato nel volume The Road Ahead \u2013 The 21st Century World Order in the Eyes of Policy Planners (Fondazione de Gusmao 2018), \u00e8 stato realizzato nell&#8217;ambito dell&#8217;Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana. Le opinioni espresse dall&#8217;autore sono a lui solo riconducibili e non impegnano in alcuna maniera l&#8217;amministrazione di appartenenza.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il 17 marzo 1861, nelle ore immediatamente successive alla proclamazione del Regno d\u2019Italia, il conte di Cavour stese di suo pugno le istruzioni per l\u2019ambasciatore a Londra. 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