{"id":7760,"date":"2008-03-20T00:00:00","date_gmt":"2008-03-19T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/un-banco-di-prova-per-lintransigenza-cinese\/"},"modified":"2017-11-03T15:40:53","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:53","slug":"un-banco-di-prova-per-lintransigenza-cinese","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/03\/un-banco-di-prova-per-lintransigenza-cinese\/","title":{"rendered":"Un banco di prova per l\u2019intransigenza cinese"},"content":{"rendered":"<p>Di fronte al coro di proteste internazionali per la repressione in Tibet, il governo centrale di Pechino risponde che \u201cLa Repubblica popolare difender\u00e0 risolutamente la sua sovranit\u00e0 nazionale e la sua integrit\u00e0 territoriale\u201d, confermando che la sovranit\u00e0  rimane componente essenziale del nazionalismo cinese. Questa trova le sue basi intellettuali nel pensiero di Liang Qichao, le cui concezioni dello Stato, del sistema mondiale e della collocazione della Cina in quest\u2019ultimo sono ancora presenti nell\u2019immaginario nazionale cinese. \u00c8 vero che queste formulazioni originarie sono state riviste in virt\u00f9 dell\u2019introduzione del marxismo-leninismo e dell\u2019interpretazione di Marx fornita da Mao, cos\u00ec come dal \u00absocialismo con caratteristiche cinesi\u00bb di Deng Xiaoping e, infine, dal contributo ideologico di Jiang Zemin al pensiero dei \u00abtre rappresentanti\u00bb. Tuttavia, la sovranit\u00e0 nell\u2019interpretazione datane dai primi nazionalisti \u00e8 rimasta il nucleo della politica cinese e Pechino continua a definire il Tibet una questione relativa alla sovranit\u00e0 cinese. E, che si accetti o meno la base normativa su cui tale tesi poggia, essa pone dei vincoli molto chiari al novero di possibili soluzioni al conflitto sino-tibetano.<\/p>\n<p><b>Le minoranze etniche in Cina  <\/b><br \/>La Repubblica Popolare Cinese \u00e8 un paese multi-etnico; la sua popolazione ammonta a circa 1,3 miliardi di persone, di cui circa il 91,96% appartiene al gruppo cinese Han, mentre l&#8217;8,04%  appartiene a 57 gruppi etnici diversi. Dall\u2019avvento al potere del comunismo nel 1949, il governo cinese ha varato una serie di provvedimenti in materia di autonomia, comprendenti in particolare il Programma comune della Conferenza politica consultiva del popolo cinese del 1949 (con le successive modifiche approvate tra il 1954 ed il 1978) e il Programma generale per l\u2019attuazione dell\u2019autonomia regionale delle nazionalit\u00e0 del 1952. Tali leggi sono state poi superate dalla Costituzione della Repubblica Popolare Cinese del 1982 e dalla legge del 1984 sull\u2019Autonomia regionale delle nazionalit\u00e0, ovvero la principale legge sull\u2019attuazione delle disposizioni costituzionali in materia di autonomia (con le successive modifiche del 2001). Le norme sull\u2019autonomia vigenti in Cina, si applicano alle cinque zone ad autonomia etnica &#8211; Inner Mongolia (creata nel 1947), Xinjiang (1955) Guangxi (creata nel 1958), Ningxia (1958) Tibet (1965) &#8211; cos\u00ec come a 30 prefetture autonome e 124 distretti autonomi, sul cui territorio risiedono nazionalit\u00e0 di minore consistenza.<\/p>\n<p>Si tratta di forme di autonomia piuttosto di facciata, perch\u00e9 sia la costituzione, sia la legge del 1984, anche nella sua versione rivista, insistono in maniera esplicita sull\u2019unit\u00e0 della Cina e sul fatto che le aree etniche costituiscono tutte parte integrali del territorio cinese.. Il nucleo persistente della politica cinese sulle minoranze \u00e8 la promozione e il mantenimento dell\u2019unit\u00e0 nazionale e della stabilit\u00e0 politica. Questa politica viene condotta in primo luogo in maniera persuasiva, tramite la concessione di autonomia regionale e governo autonomo alle regioni di minoranza, fornendole di trattamenti favorevoli e preferenziali; in secondo luogo, essa viene attuata in maniera coercitiva, quando lo si ritiene necessario, con misure molto severe nei confronti delle rivendicazioni separatiste.. <\/p>\n<p>\u00c8 per questo che negli ultimi 50 anni, in parallelo con politiche di ricompensa per le minoranze, si \u00e8 continuato a sopprimere le espressioni di dissenso. Il risultato di questo \u00e8 che la diversa situazione delle minoranze etniche della Cina \u00e8 ormai divenuta evidente. Molte di esse, specialmente quelle che risiedono nelle regioni centrali e sud-orientali, hanno mostrato uno stabile atteggiamento di coesistenza pacifica con gli Han, e fra di loro. Ma a differenza delle minoranze del sud-est, lo Xinjiang e il Tibet sono due regioni dove il senso d\u2019indipendenza \u00e8 stato tradizionalmente forte.<\/p>\n<p><b>La questione tibetana<\/b><br \/>Per quanto riguarda il Tibet, che <i>de facto<\/i> storicamente \u00e8 stato indipendente, la nascita della \u201cquestione tibetana\u201d risale all\u2019esodo del Dalai Lama dal Tibet in India, dopo la fallita ribellione all\u2019autorit\u00e0 cinese a Lhasa nel 1959. In pi\u00f9 di due decenni di colloqui continui, Pechino e Dharamsala sono rimasti in disaccordo su che cosa sia &#8211; o dovrebbe essere &#8211; in discussione. La dirigenza tibetana in esilio ha sempre avanzato due richieste essenziali: l\u2019unificazione di tutte le aree abitate da tibetani e una \u00abreale autonomia\u00bb. Da parte sua, Pechino \u00e8 stata chiarissima ed esplicita sul fatto che non c\u2019\u00e8 alcuna \u00abquestione tibetana\u00bb da discutere. Piuttosto, da parte loro la disputa \u00e8 stata descritta esclusivamente come la questione relativa al ritorno personale del Dalai Lama.<\/p>\n<p>Sulla prima questione, a partire dall\u2019inizio degli anni \u201850, i tibetani hanno richiesto di unificare tutte le aree abitate da tibetani in una unit\u00e0 singola dal punto di vista amministrativo e politico: il Tibet comprenderebbe tutto l\u2019altopiano, incluse le aree tradizionalmente tibetane di U-Tsang, Kham e Amdo, un\u2019area che equivale ad un quarto del territorio della Repubblica popolare cinese. Oltre alla Regione autonoma del Tibet, il \u00abgrande Tibet\u00bb includerebbe la maggior parte della provincia di Qinghai e parti di Gansu, Sichuan e Yunnan, aree dove il 53 per cento dei tibetani della Repubblica popolare vivono in mezzo a cinesi han e altri gruppi etnici. <\/p>\n<p>Il governo della Repubblica ha detto con chiarezza che il \u00abgrande Tibet\u00bb \u00e8 un\u2019entit\u00e0 astorica e irrealizzabile, anche a causa della vastit\u00e0 del territorio in questione e dei differenti stadi socio-economici delle varie aree tibetane. Sulla seconda questione, dal 1988 il Dalai Lama ha rinunciato all\u2019indipendenza in cambio di una \u201csostanziale autonomia\u201d con un controllo politico effettivo sui propri affari interni, specialmente in campo culturale, riservando alla Repubblica popolare il controllo della difesa del Tibet e degli affari esteri, preservando cos\u00ec la propria integrit\u00e0 territoriale.<\/p>\n<p><b>Pechino e il governo tibetano in esilio<\/b><br \/>Senza dubbio, uno dei fattori chiave che hanno influenzato le relazioni fra Pechino e il Dalai Lama sono state le pressioni internazionali. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare stando alla letteratura teorica sulla diffusione delle norme, come anche tenendo conto delle intenzioni di chi preme sulla Cina per mutare la politica cinese in Tibet (Ong, governi stranieri, il governo tibetano in esilio), le pressioni esterne hanno avuto la tendenza a prolungare l\u2019intransigenza cinese a questo riguardo (rendendo pi\u00f9 profondi i timori relativi alla perdita della sovranit\u00e0 cinese sul Tibet) e si pu\u00f2 pensare che esse abbiano finito per impedire l\u2019attuazione di una politica pi\u00f9 flessibile.<\/p>\n<p>Data la sensibilit\u00e0 di Pechino all\u2019influenza straniera nei propri affari interni, per qualsiasi dirigente cinese sarebbe una mossa pessima, dal punto di vista politico, aprire colloqui con il Dalai Lama solo a causa della censura occidentale. Inoltre, la critica internazionale della politica sul Tibet costituisce tutto sommato solo un elemento di disturbo minimo nelle relazioni cinesi con i governi stranieri. Al contrario, in quanto potenza in ascesa, la Cina si \u00e8 guadagnata il sostegno della comunit\u00e0 internazionale per il mantenimento dei suoi confini territoriali riconosciuti. Nondimeno, la critica proveniente dall\u2019estero tocca un nervo importante della dirigenza cinese. Cos\u00ec, perch\u00e9 il processo di dialogo continui e progredisca, la pressione internazionale su Pechino deve protrarsi. <\/p>\n<p>Un altro fattore da non sottovalutare \u00e8 rappresentato dall\u2019incertezza sulla sostenibilit\u00e0 delle attuali condizioni in Tibet. La stabilit\u00e0 della regione tibetana \u00e8 stata assicurata a un costo straordinariamente elevato, e Pechino sa che quest\u2019investimento indotto per ragioni politiche ha liberato un insieme complesso di forze sociali ed economiche le cui ripercussioni sono ancora sconosciute.<\/p>\n<p>Fattori di complicazione sono anche i mutamenti in corso nell\u2019equilibrio strategico regionale. In particolare, la crescente preminenza indiana nell\u2019Asia meridionale probabilmente influenzer\u00e0 la strategia cinese in Tibet. Dopo l\u2019istituzione del governo tibetano in esilio in India, nel 1959, il significato del Tibet nelle relazioni sino-indiane si \u00e8 accresciuto drammaticamente, producendo un conflitto di confine nel 1962. Per quanto l\u2019India abbia da molto tempo riconosciuto la sovranit\u00e0 cinese sul Tibet e fornito ripetutamente assicurazioni formali che \u00abnessuna attivit\u00e0 politica anti-cinese\u00bb sar\u00e0 permessa in India, la presenza del governo tibetano in esilio a Dharamsala fornisce all\u2019India un certo peso nelle sue relazioni con la Cina. Nel 2003, il governo indiano, ha riconosciuto che la regione autonoma del Tibet \u00e8 parte della Cina. In cambio, la Cina ha riconosciuto il Sikkim come parte dell\u2019India. <\/p>\n<p>Accanto a questo miglioramento delle relazioni sino-indiane, c\u2019\u00e8 stato l\u2019enorme accrescimento della posizione dell\u2019India come potenza regionale. La crescente statura dell\u2019India ha portato a una riconsiderazione della posizione strategica della Cina nell\u2019Asia meridionale. Nonostante la recente espansione dei legami diplomatici, militari e commerciali fra India e Cina, queste due nazioni sono sempre pi\u00f9 in competizione per la preminenza politica, economica e strategica nella regione. Che l\u2019India si allei con gli Usa \u00abper la causa della democrazia\u00bb contro la Cina, o con la Cina in una \u00aballeanza geostrategica <i>de facto<\/i> per contenere l\u2019Occidente\u00bb, \u00e8 chiaro che il mutamento di relazioni fra i due competitori nella regione avr\u00e0 un ruolo centrale nel prossimo decennio. \u00c8 probabile che aumenti, dunque, anche per questo aspetto, la necessit\u00e0 per Pechino di trovare una soluzione duratura alla questione del Tibet.<\/p>\n<p><b>Quale futuro per il Tibet?<\/b><br \/>Se si guarda agli sviluppi recenti nel mondo, \u00e8 evidente che lo <i>status quo<\/i> non prevale sempre e che il cambiamento \u00e8 possibile. Il centro dell\u2019ordine mondiale non sar\u00e0 pi\u00f9 lo Stato nazione con finalit\u00e0 onnipervasive tipico del passato, ma piuttosto una pluralit\u00e0 di livelli molteplici di governo, profondamente interconnessi fra loro. In questa nuova prospettiva, la questione tibetana potrebbe trovare anch\u2019essa una soluzione positiva. Infatti, il Tibet rappresenterebbe un banco di prova ideale per l\u2019attuazione di una \u201creale autonomia\u201d all\u2019interno della Repubblica popolare cinese. In virt\u00f9 del carattere distintivo conferitogli dalla sua storia come Stato-civilt\u00e0 separata, emersa parallelamente, ma indipendentemente, rispetto al mondo culturale cinese, il Tibet \u00e8 un\u2019entit\u00e0 <i>sui generis<\/i> all\u2019interno della Cina moderna. <\/p>\n<p>Se non si potr\u00e0 sviluppare una misura di vera autonomia per il Tibet, allora \u00e8 difficile credere che un principio di governo locale si possa significativamente istituire nel resto della Cina. Una genuina autonomia, inoltre, porrebbe fine alle violazioni dei diritti umani e delle libert\u00e0 fondamentali dei tibetani. Promuoverebbe anche la pace e la sicurezza internazionale, perch\u00e9, anche se la Repubblica controllerebbe ancora la difesa del Tibet, una regione tibetana che si autogoverna fornirebbe una regione economicamente e socialmente pi\u00f9 stabile di quella esistente adesso, in un punto di confine fra Cina, India e Pakistan. L\u2019autonomia, probabilmente, preverrebbe l\u2019insorgenza di un movimento secessionista pi\u00f9 violento che invece potrebbe essere un esito possibile se la Repubblica continuer\u00e0 a frustrare ogni autodeterminazione del popolo tibetano.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di fronte al coro di proteste internazionali per la repressione in Tibet, il governo centrale di Pechino risponde che \u201cLa Repubblica popolare difender\u00e0 risolutamente la sua sovranit\u00e0 nazionale e la sua integrit\u00e0 territoriale\u201d, confermando che la sovranit\u00e0 rimane componente essenziale del nazionalismo cinese. 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