{"id":77738,"date":"2020-01-31T06:09:16","date_gmt":"2020-01-31T05:09:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=77738"},"modified":"2020-01-31T07:39:54","modified_gmt":"2020-01-31T06:39:54","slug":"londra-e-lafrica-scenari-post-brexit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/01\/londra-e-lafrica-scenari-post-brexit\/","title":{"rendered":"Londra e l\u2019Africa: scenari post-Brexit"},"content":{"rendered":"<p>Il fatto che rinvigorire i rapporti tra il <strong>Regno Unito<\/strong> e l\u2019<strong>Africa<\/strong> fosse una tappa necessaria sulla strada della <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/speciali\/lora-della-brexit\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Brexit<\/strong><\/a> l\u2019aveva capito anche <strong>Theresa May<\/strong>, spinta a visitare <strong>Sudafrica, Nigeria<\/strong> e <strong>Kenya<\/strong> nell&#8217;estate del 2018. Il rilancio delle relazioni, per\u00f2, per adesso appare rigido almeno quanto <a href=\"https:\/\/www.theguardian.com\/politics\/video\/2018\/aug\/30\/theresa-may-dances-with-scouts-in-kenya-video\">i balletti in terra africana<\/a> della ex premier.<\/p>\n<p>Chiaramente, il Regno Unito ha evidenti rapporti storici e privilegiati con molti Paesi africani, cos\u00ec come a livello globale con i 53 paesi del <strong>Commonwealth<\/strong>. Allo stesso tempo, gli Stati africani hanno oggi pi\u00f9 di un\u2019alternativa per partnership, investimenti e cooperazione. Come si sta muovendo il governo di Sua Maest\u00e0 oggi in questo contesto? A prima risposta, viene da dire che sta pagando un po\u2019 d\u2019ansia di aprire in fretta nuove piste post-Brexit e rischia di muoversi in modo poco lungimirante, a partire dalle scelte che sta facendo su <strong>investimenti<\/strong> e <strong>cooperazione allo sviluppo<\/strong>.<\/p>\n<p>Effettivamente, di lungimiranza verso l\u2019Africa Londra nel recente passato ne ha avuta poca. Certo, <strong>Boris Johnson<\/strong> nei suoi due anni da ministro degli Esteri ha visitato il continente 11 volte, con buona pace dei suoi <a href=\"https:\/\/blogs.spectator.co.uk\/2016\/07\/boris-archive-africa-mess-cant-blame-colonialism\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">approcci coloniali<\/a> di inizio millennio. Se consideriamo per\u00f2 il decennio 2008-2018, la leadership britannica ha preso l\u2019aereo verso l\u2019Africa soltanto 23 volte e il viaggio precedente a quello di Theresa May del 2018 era (di David Cameron) del 2013. Nel frattempo, i leader del governo cinese avevano visitato 43 Paesi del continente.<\/p>\n<p><strong>Quali investimenti in Africa?<br \/>\n<\/strong>In questo quadro, il 20 gennaio scorso si \u00e8 svolto a Londra l&#8217;<strong><a href=\"https:\/\/www.gov.uk\/government\/topical-events\/uk-africa-investment-summit-2020\"><em>Uk-Africa Investment Summit 2020<\/em><\/a><\/strong>. Cercando di recuperare il tempo perduto e accelerare i tempi, il governo britannico ha annunciato al summit <strong>investimenti e iniziative per 1 miliardo e mezzo di sterline<\/strong>, compresi 350 milioni per infrastrutture. Allo stesso tempo, Londra ha chiuso <strong>accordi commerciali<\/strong> con 12 Paesi e con le regioni economiche del Sud ed Est Africa.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 per\u00f2 effettivamente una mancanza di lungimiranza nel comportamento di Londra. A pi\u00f9 riprese, ha ribadito da una parte il suo impegno e interesse per il continente, ma, dall&#8217;altro, <strong>al summit sono stati invitati soltanto 21 dei 54 Paesi del continente<\/strong>: meno della met\u00e0. La logica non appare chiara e rischia di rilanciare gli investimenti soltanto dove, in realt\u00e0, i canali sono gi\u00e0 stabiliti. Lo stesso summit rischia di essere un evento <em>una tantum<\/em> senza grande continuit\u00e0.<\/p>\n<p>In una <a href=\"https:\/\/www.globaljustice.org.uk\/news\/2020\/jan\/15\/open-letter-government-uk-africa-investment-summit\">lettera aperta<\/a>, inoltre, 12 organizzazioni della societ\u00e0 civile hanno criticato il governo di interessarsi soltanto degli interessi di business britannici e non dello sviluppo africano, tra l\u2019altro finanziando ospedali e scuole private e non servizi pubblici e accessibili a tutti.<\/p>\n<p>Un ulteriore aspetto che ha suscitato dibattito \u00e8 legato agli investimenti in <strong>energie non rinnovabili<\/strong>. Mentre, infatti, il governo dichiarava al summit che non avrebbe investito in carbone, investimenti in gas e petrolio facevano la parte del leone, contraddicendo altri impegni sul fronte della lotta ai\u00a0<strong>cambiamenti climatici<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Il futuro cooperazione allo sviluppo con Bruxelles<br \/>\n<\/strong>Tra investimenti e supporto allo sviluppo sembra regnare confusione, ben rappresentata dallo scambio a distanza dei giorni scorsi sulle colonne del <em>Guardian<\/em> tra <strong>Tony Blair<\/strong> e il giornalista Peter Beaumont. Mentre Blair, nel giorno del lancio dell&#8217;<em>Uk-Africa Investment Summit<\/em>, snocciolava le sue classiche ricette neoliberali con toni salvifici, Beaumont poche ore dopo lo criticava sotto vari aspetti, tra i quali la visione di una quarta rivoluzione industriale che dovrebbe sradicare la povert\u00e0.<\/p>\n<p>Non stanno mancando, tra l\u2019altro, i tentativi della <em>development community<\/em> di tenere ancorata in qualche modo Londra a Bruxelles sulla cooperazione allo sviluppo. <a href=\"https:\/\/www.simonmaxwell.eu\/blog\/theses-for-the-european-re-formation.html\">Simon Maxwell<\/a>, storico volto della cooperazione inglese, \u00e8 convinto che un accordo sullo sviluppo sarebbe una soluzione <em>win-win.<\/em>\u00a0\u201cI problemi che affrontiamo non possono essere risolti senza <strong>cooperazione internazionale<\/strong>: i cambiamenti climatici, la degradazione ambientale, la prosperit\u00e0 di tutti nella globalizzazione, i conflitti\u201d. Ma, allo stesso tempo, \u201cpartnership non pu\u00f2 significare una parte subordinata alle procedure e alle responsabilit\u00e0 dell\u2019altra, ma azione e obiettivi comuni su sfide come la crescita in Africa\u201d.<\/p>\n<p>Tutto questo dipender\u00e0 dalla volont\u00e0 politica di entrambe le parti, ma anche dai possibili cambiamenti del governo britannico, come la possibilit\u00e0 ventilata di far convergere lo storico <em>Department for International Development (Dfid)<\/em> nel <em>Foreign and Commonwealth Office<\/em>. Un\u2019ipotesi che probabilmente non aiuterebbe l\u2019emergere di ragionamenti innovativi sulla cooperazione allo sviluppo. E, intanto, i Paesi africani difficilmente rimarranno a guardare e ad aspettare il Vecchio continente.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il fatto che rinvigorire i rapporti tra il Regno Unito e l\u2019Africa fosse una tappa necessaria sulla strada della Brexit l\u2019aveva capito anche Theresa May, spinta a visitare Sudafrica, Nigeria e Kenya nell&#8217;estate del 2018. Il rilancio delle relazioni, per\u00f2, per adesso appare rigido almeno quanto i balletti in terra africana della ex premier. 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