{"id":78327,"date":"2020-02-16T18:07:52","date_gmt":"2020-02-16T17:07:52","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=78327"},"modified":"2020-02-17T10:15:54","modified_gmt":"2020-02-17T09:15:54","slug":"libia-se-allitalia-e-alleuropa-manca-una-visione-di-insieme","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/02\/libia-se-allitalia-e-alleuropa-manca-una-visione-di-insieme\/","title":{"rendered":"Libia: se all&#8217;Italia (e all&#8217;Europa) manca una visione di insieme"},"content":{"rendered":"<p>In <strong>Libia<\/strong> la <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/01\/libia-dopo-la-conferenza-di-berlino\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Conferenza di Berlino<\/a> non ha dato i frutti sperati. Non mancavano, del resto, indizi di un mutamento delle regole del gioco, tali da suggerire un cambio di rotta: dal via libera del Parlamento turco alla missione militare a sostegno del governo di Tripoli (Gan), all\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/12\/libia-turchia-spartizione-zee\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">accordo sulla delimitazione dei confini marittimi fra lo stesso governo di accordo nazionale e la Turchia<\/a>; dal <strong>forzato rinvio della missione europea<\/strong> fortemente promossa da Italia e Germania, causato dalla scelta di Haftar di proseguire la sua offensiva, all\u2019ingresso di Putin fra i primattori della crisi col bilaterale russo-turco di Istanbul l\u20198 gennaio.<\/p>\n<p>Non che a Berlino fossero mancati progressi. L\u2019avere indotto i player pi\u00f9 coinvolti nel conflitto a sottoscrivere impegni precisi era stato un risultato, pur raggiunto al prezzo di adattarsi a una <strong>gemmazione libica dello schema siriano<\/strong>: un patto fra due potenze, Turchia e Russia, mosse da confliggenti ambizioni strategiche sul Mediterraneo ma dalla convenienza reciproca a contemperarle; l\u2019<strong>America in ritirata<\/strong>, concentrata sul <em>big match<\/em> geostrategico con Pechino; un\u2019<strong>Europa divisa<\/strong>, inefficace, condannatasi all\u2019irrilevanza per le rivalit\u00e0 fra i suoi membri che hanno beneficiato <em>spoiler <\/em>esterni alla comunit\u00e0 euroatlantica, disinvolti e lontani dai valori occidentali.<\/p>\n<p>Eppure, sia il cessate-il-fuoco fra il Gan e l\u2019Esercito Nazionale di Haftar, che l\u2019avvio dei lavori su un progetto di risoluzione del CdS per coinvolgere gli <em>stakeholder<\/em> decisivi sembravano schiudere una dinamica nuova, presupposto all\u2019avvio di un vero processo politico. Ma gli impegni sono stati rinnegati, i principi di Berlino violati, mentre l\u2019Onu ha dato mostra di forzata inazione e <strong>la situazione sul campo ha continuato a deteriorarsi<\/strong>. Con l\u2019aggravante della sospensione delle esportazioni di greggio.<\/p>\n<p>L\u2019avere vissuto la <strong>Libia come banco di prova della capacit\u00e0 di tutelare i nostri interessi nazionali <\/strong>ha esasperato i nostri limiti pi\u00f9 che incoraggiarci a una visione strategica. Messi alla prova prima, nella rinegoziazione con Gheddafi del complesso retaggio post-coloniale, poi, nella <em>hard choice<\/em> tra interesse nazionale e lealt\u00e0 alleata nel conflitto del 2011, infine, nella gestione di una transizione degenerata in guerra civile, <strong>abbiamo letto la Libia attraverso il prisma \u2013 doveroso ma limitativo \u2013 dei flussi migratori<\/strong>, con le correlate scelte emergenziali di frenarli e di prezzi troppo cari per l\u2019ambizione di avere un ruolo incisivo nella sua stabilizzazione.<\/p>\n<p>Si \u00e8 poi sfumato come la sfida per i nostri <strong>interessi energetici<\/strong> sia anche nel Mediterraneo orientale, dove le prospezioni petrolifere dell\u2019Eni ci candidano a un ruolo primario e dove, in un\u2019ottica di diversificazione delle fonti, \u00e8 essenziale interloquire con tutti gli attori del <strong>progetto Eastmed<\/strong>. Si \u00e8 perfino smorzata, almeno nel dibattito pubblico, la luce dei riflettori sul rischio, pur concreto, di un nuovo <em>surge <\/em>jihadista nel Sud desertico.<\/p>\n<p>Tutto questo, col risultato di uno sbilanciamento a favore dell\u2019Ovest che ha contribuito ad appannare la nostra percezione di <strong>quel che la Libia \u00e8 diventata: luogo d\u2019elezione per lo scontro<\/strong>, interno alla galassia sunnita, fra due modelli d\u2019Islam, l\u2019uno politico (Qatar, Turchia), l\u2019altro laicizzante (Egitto, Emirati Arabi); laboratorio per l\u2019attivismo degli attori non statali (trib\u00f9, milizie, Citt\u00e0-Stato); terreno fertile per la regionalizzazione delle sigle jihadiste.<\/p>\n<p>Di tali dinamiche la pressione migratoria sulle sponde settentrionali del Mediterraneo \u00e8 sottoprodotto abbastanza collaterale, al cui contenimento non tutti saranno mai interessati egualmente. La <strong>posta in gioco riguarda l\u2019insieme degli equilibri geopolitici<\/strong> e dei rapporti di forza in Africa e nella regione mediorientale, che dipenderanno dall\u2019assetto istituzionale della Libia futura, e comprende interessi non sempre confessabili quali la ripartizione dei proventi energetici, la lucrosa gestione delle partecipazioni finanziarie e il controllo <strong>degli innumerevoli traffici<\/strong> illeciti (non solo di esseri umani) che proliferano nelle vaste \u201cterre di nessuno\u201d libiche.<\/p>\n<p>\u00c8 per questi motivi che, sin dallo scoppio della guerra civile, la crisi si \u00e8 dipanata su tre livelli: <strong>livello intralibico<\/strong>, i cui protagonisti sono tutti gli attori che esercitano un controllo effettivo sul territorio; livello dei player regionali arabi ed islamici; livello delle politiche di potenza dei nostri partner pi\u00f9 direttamente interessati a <strong>disegnare nuovi equilibri nello scacchiere<\/strong>. Azzardato, dunque, \u00e8 giocare per vincere da soli una partita su terreni a noi non congeniali, per di pi\u00f9 nell\u2019illusione di tamponare l\u2019emergenza migratoria. Improvvido, poi, l\u2019investimento eccessivo nelle Nazioni Unite senza sorreggerne l\u2019azione e senza riservar loro l\u2019unico ruolo che possono svolgere efficacemente, quello di garante di intese costruite fuori dello schema multilaterale.<\/p>\n<p>Le <strong>chiavi della crisi libica sono sempre state fuori dalla Libia, tra Stati<\/strong>: democrazie \u201cguidate\u201d come <strong>Turchia e Russia<\/strong>, libere di condurre senza scrupoli iniziative militari e coperte, se ne sono rese conto con scaltrezza e ne hanno approfittato concretamente, rispetto a liberaldemocrazie occidentali come <strong>Italia e Francia<\/strong>, impegnate in un\u2019inconcludente competizione a perdere che le ha portate a essere spiazzate dagli eventi. Nondimeno, il sostanziale fallimento dell\u2019esercizio berlinese ci obbliga ad abbandonare ogni alibi e la <em>comfort zone<\/em> dei formati variamente inclusivi. \u00c8 innegabile che la <strong>logica di potenza di Ankara e Mosca ha riempito il vuoto lasciato dagli occidentali<\/strong>; ma ci\u00f2 non toglie che stia ancora a noi incidere sugli effettivi margini di azione loro e degli altri guastatori regionali. Ci manca la loro spregiudicatezza e la <strong>possibilit\u00e0 d\u2019inviare <em>boots on the ground<\/em><\/strong>, se non sotto forma di presenza militare internazionale di <em>monitoring<\/em>, per la quale, oggi, non vi sono le condizioni. Ma sussistono ancora margini per rilanciare la nostra azione.<\/p>\n<p>\u00c8 probabilmente <strong>tardi per un vero \u201cconcerto delle Potenze\u201d<\/strong>, che livelli la capacit\u00e0 di condizionamento sugli eventi di USA, Europa, Russia, Turchia e dei tre principali <em>player<\/em> di area (non fosse altro perch\u00e9 Mosca e Ankara si sono spinte molto avanti). Un\u2019architettura siffatta avrebbe dovuto edificarsi, possibilmente a trazione italo-francese, prima dell\u2019offensiva su Tripoli di Haftar.<\/p>\n<p><strong>Non \u00e8 per\u00f2 tardi per un \u201cmeccanismo\u201d di collaborazione tra Stati<\/strong>, teso a imbrigliare la proiezione di potenza dei due attori che determineranno il futuro della Libia. Va ribaltato il piano inclinato, costruendo i presupposti affinch\u00e9 <strong>rispettare l\u2019embargo sulle armi divenga pi\u00f9 conveniente<\/strong> che violarlo; a meno di non voler condannare il Paese a un permanente equilibrio precario \u2013 foriero di una progressiva bipartizione fra Tripolitania e Cirenaica con il Sud trasformato in pericoloso buco nero \u2013 e l\u2019Italia allo scenario peggiore, poich\u00e9 l\u2019integrit\u00e0 territoriale libica resta un nostro obiettivo strategico fondamentale.<\/p>\n<p>Difficile, tuttavia, configurare quei presupposti <strong>finch\u00e9 lo scontro fra<em> proxies<\/em> rimarr\u00e0 lo strumento pi\u00f9 profittevole<\/strong> per perseguire interessi, difendere linee rosse. Difficile, ma non impossibile, se un meccanismo credibile inducesse gli attori coinvolti a ricercare <strong>attorno a un tavolo un dividendo soddisfacente<\/strong> sul piano securitario, politico, economico ed energetico. Solo allora, potr\u00e0 essere avviato un nuovo dialogo intralibico che restituisca a quel popolo relativa padronanza del proprio futuro; prima di allora, i principi di <em>ownership <\/em>e di inclusivit\u00e0 sono destinati a rimanere semplici declamazioni. Paradossalmente, allora, se letto come ultimo avviso a non rimandare l\u2019esercizio della responsabilit\u00e0, <strong>l\u2019insuccesso di Berlino pu\u00f2 aiutare a invertire la rotta<\/strong>. Un esercizio che chiama in causa anzitutto l\u2019Italia, che pi\u00f9 di altri pu\u00f2 trarne beneficio.<\/p>\n<p>Assai meno attrezzati della Francia nel <em>decision making<\/em> interno, abbiamo pi\u00f9 di Parigi tutto l\u2019interesse a <strong>emanciparci dalla logica della competizione bilaterale<\/strong> strisciante. A noi pi\u00f9 che ad altri nell\u2019Europa post Brexit conviene c<strong>ointeressare Washington incoraggiandola a un ruolo pi\u00f9 profilato<\/strong>, richiamando la comune preoccupazione per la minaccia terroristica e per l\u2019espansionismo russo-turco. A noi pi\u00f9 che ai partner del progetto Eastmed \u00e8 utile <strong>un\u2019intesa strategica con Ankara<\/strong>: per ragioni di influenza dettate dai nostri interessi in Tripolitania, ma anche per motivi di sicurezza energetica e per l\u2019opportunit\u00e0 di svolgere un ruolo proattivo nel ridisegnarsi dei rapporti di forza nel nostro quadrante. Le condizioni per questa partita a tutto campo ci sarebbero. A impedirci di giocarla \u00e8 un <strong>deficit di fondo, che non attiene n\u00e9 all\u2019autorevolezza<\/strong>, che comunque conserviamo in Nord Africa e nel mondo arabo, n\u00e9 alla taglia della nostra economia, n\u00e9 alla conoscenza minuziosa del contesto, riconosciutaci unanimemente.<\/p>\n<p>Il deficit riguarda la nostra finora poca attitudine ad elaborare opzioni di <em>policy<\/em> coerenti e di perseguirle con determinazione, <strong>chiarendo gli obiettivi strategici, mettendo a sistema gli strumenti militari, diplomatici, di intelligence<\/strong>. Ha a che fare col medesimo autolesionismo che ci ha ricacciati nella trappola migratoria, facendoci smarrire la visione d\u2019insieme del problema libico. C\u2019\u00e8 da sperare che il fallimento di Berlino ci spinga a superare i nostri limiti: sarebbe questa la nostra vera prova di raggiunta maturit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: right;\"><em>Questo articolo \u00e8 stato pubblicato nell\u2019ambito\u00a0dell\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/speciali\/osservatorio-iai-ispi-politica-estera-italiana\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana<\/a>, realizzato anche grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.\u00a0<\/em><em>Le opinioni espresse dall\u2019autore\/autori sono strettamente personali e non riflettono necessariamente quelle dell\u2019ISPI o del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In Libia la Conferenza di Berlino non ha dato i frutti sperati. 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