{"id":7870,"date":"2008-03-28T00:00:00","date_gmt":"2008-03-27T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/tra-mercato-e-valori\/"},"modified":"2017-11-03T15:40:53","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:53","slug":"tra-mercato-e-valori","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/03\/tra-mercato-e-valori\/","title":{"rendered":"Tra mercato e valori"},"content":{"rendered":"<p>Continua la repressione del governo cinese nei confronti della rivolta tibetana iniziata a Lhasa  a met\u00e0 marzo e ora estesasi alle province vicine del Qinghai, Gansu e Sichuan. I fatti delle ultime settimane rappresentano la pi\u00f9 grave crisi d\u2019immagine per la Cina dai tempi del massacro di Piazza Tiananmen nel 1989. I Giochi Olimpici di quest\u2019estate avrebbero dovuto presentare al mondo una Cina nuova e moderna. L\u2019immagine della ritrovata potenza cinese e della sua \u201cascesa pacifica\u201d. L\u2019attuale gestione della rivolta e delle richieste del popolo tibetano di maggiore autonomia sta rivelando una Cina autoritaria e chiusa sul piano politico. Molto distante da quell\u2019apertura economica che ha trasformato la Cina, negli ultimi decenni, nella seconda economia del mondo e nella prima potenza esportatrice. Un\u2019economia talmente trainante che, nonostante i recenti tumulti in Tibet, ha portato la maggioranza della popolazione taiwanese a scegliere, durante libere elezioni svoltesi sabato 22 marzo, un presidente che si \u00e8 impegnato a ristabilire relazioni cordiali con la Cina e a metter fine alle continue provocazioni lanciate all\u2019indirizzo di Pechino dal suo predecessore. <\/p>\n<p>Per Pechino, Tibet e Taiwan sono parte integrante della Cina. Di un\u2019unica Cina. Il Tibet essendone una regione autonoma. L\u2019Isola di Taiwan una provincia ribelle che se, non fosse per gli Stati Uniti, che ne garantiscono la sicurezza e l\u2019indipendenza, sarebbe gi\u00e0 stata ricongiunta alla madrepatria. Tibet, Taiwan, ma anche lo X&#299;nji&#257;ng (dove le spinte secessioniste delle popolazioni musulmane di origine turcomanna continuano a essere represse nel sangue) sono questioni di ordine interno per la dirigenza cinese. <\/p>\n<p>Se dunque un paese straniero decide di incontrare il Dalai Lama, invitare un esponente uiguri del movimento indipendentista dello X&#299;nji&#257;ng, ricevere una delegazione ufficiale taiwanese, si tratta di azioni che vengono considerate indebite ingerenze negli affari interni della Cina e sentite come un\u2019offesa dalla stragrande maggioranza della popolazione Han, il gruppo cinese maggioritario che rappresenta circa il 92% della popolazione. La Cina \u00e8 un impero multi-etnico, come ben descritto in un <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=776\"><b><u>recente articolo<\/u><\/b><\/a>, dove le spinte di autonomia e libert\u00e0 continuano a venir represse. Spinte che per\u00f2 trovano ascolto e appoggio tra le opinioni pubbliche e i parlamenti delle democrazie, i cui governi devono per\u00f2 fare i conti con l\u2019impetuosa crescita cinese e le innumerevoli opportunit\u00e0 del suo grande mercato. Una tensione, quella tra interessi economici da una parte e appoggio a rivendicazioni indipendentiste e libertarie dall\u2019altra, che sta caratterizzando sempre pi\u00f9 le relazioni della Cina con le democrazie, occidentali e non. E che spiega, in parte, i tentennamenti e le sottigliezze diplomatiche di questi giorni.<\/p>\n<p><b>Voci in ordine sparso<\/b><br \/>Dopo due settimane di silenzio dall\u2019inizio della rivolta tibetana, mercoled\u00ec 26 marzo \u00e8 intervenuto il presidente americano George W. Bush. Durante una telefonata al presidente cinese, Hu Jintao, Bush ha invitato Pechino ad impegnarsi in un dialogo sostanziale con i rappresentanti del Dalai Lama e a consentire l\u2019accesso in Tibet a giornalisti e diplomatici stranieri. Precisando, per\u00f2, che gli Stati Uniti non hanno intenzione di boicottare i Giochi Olimpici, n\u00e9 di disertare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi. <\/p>\n<p>Un\u2019iniziativa quest\u2019ultima che \u00e8 stata, invece, presa in seria considerazione dal Parlamento Europeo durante una seduta straordinaria convocata sul Tibet mercoled\u00ec 26 marzo. Il Presidente dell\u2019Europarlamento, Hans-Gert Poettering ha espressamente invitato i capi di Stato e di Governo dell\u2019Ue a considerare un eventuale boicottaggio della cerimonia inaugurale. Un gesto meno forte e offensivo del boicottaggio dei Giochi, ma pi\u00f9 mirato sul piano politico. Un\u2019iniziativa che neppure il presidente francese, Nicolas Sarkozy, solitamente attento a non offendere la sensibilit\u00e0 cinese, si \u00e8 sentito questa volta di escludere. E mentre il primo ministro polacco, Donald Tusk, e il presidente della Repubblica Ceca, Vaclav Havel, hanno gi\u00e0 annunciato che non andranno a Pechino a causa delle repressione cinese in Tibet, Gordon Brown, Primo Ministro britannico, ha ribadito che lui ci andr\u00e0. Un\u2019Europa in ordine sparso, dunque.<\/p>\n<p>L\u2019Italia, insieme all\u2019Olanda, \u00e8 stata tra i primi paesi a reagire alla repressione cinese in Tibet. Il ministro degli Esteri Massimo d\u2019Alema ha convocato l\u2019ambasciatore cinese a Roma alla Farnesina dopo poche ore dall\u2019inizio della repressione cinese. Un\u2019azione seguita da molte altre cancellerie europee e asiatiche. A oriente, voci preoccupate e richieste di chiarimenti riguardo la situazione in Tibet si sono levate da Yasuo Fukuda, primo ministro giapponese, Lee Myung-bak, nuovo presidente sudcoreano, Manmohan Singh, primo ministro indiano e da Kevin Rudd, primo ministro australiano. Quest\u2019ultimo, considerato alquanto filo-cinese, ha promesso di sollevare la questione Tibet durante la sua visita di stato a Pechino dal 9 al 12 aprile. <\/p>\n<p>Tutte queste voci, sebbene importanti in quanto provenienti dai massimi livelli, non sembrano per\u00f2 voler prendere una chiara posizione su eventuali ritorsioni e\/o pressioni sul governo cinese. E questo perch\u00e9 il mercato cinese e i suoi capitali sono diventati una componente troppo importante per l\u2019economia mondiale. Quali paesi, soprattutto ora in una fase caratterizzata da bassa crescita e preoccupazioni legate al peggioramento del tenore di vita di ampie fasce della popolazione, potrebbero permettersi serie ritorsioni diplomatiche nei confronti di Pechino senza temere contraccolpi sulla loro bilancia commerciale? <\/p>\n<p><b>Taiwan: tra indipendenza e riconciliazione <\/b><br \/>Questa tensione, tra opportunit\u00e0 del mercato cinese (e dei suoi capitali) e richiamo ai valori, si \u00e8 fatta sentire prepotentemente anche nelle scelte elettorali della provincia \u201cribelle\u201d di Taiwan. Mentre la gestione della rivolta tibetana sta causando seri danni d\u2019immagine a Pechino, l\u2019attrattivit\u00e0 del mercato cinese ha spostato gli equilibri a Taiwan. Dopo otto anni di opposizione, il Kuomintang, il vecchio partito dei Nazionalisti di Chiang Kai-shek, ha riconquistato il potere sull\u2019isola. Ma Ying-jeou, l\u2019ex sindaco di Taipei, si \u00e8 aggiudicato una schiacciante maggioranza, oltre il 58%, nelle elezioni presidenziali di sabato 22 marzo. <\/p>\n<p>In campagna elettorale, Ma aveva promesso di ristabilire relazioni cordiali con la Cina in maniera da rilanciare i legami economici tra l\u2019isola e la madrepatria e trarre profitto dalla crescita cinese. Questo nuovo corso non deve per\u00f2 indurre a pensare a un inizio di riunificazione con la madrepatria. Al contrario, come sottolineato da alcuni <a href= \"http:\/\/www.tp.org.tw\/eletter\/story.htm?id=20012525\" target= \"blank\"><b><u>osservatori<\/u><\/b><\/a>, un processo di elaborazione dell\u2019identit\u00e0 nazionale taiwanese ha attecchito anche all\u2019interno del Kuomintang, tradizionalmente meno sensibile ai richiami indipendentisti. Inoltre, Ma si \u00e8 preoccupato di sottolineare, all\u2019indomani dell\u2019esito elettorale, di essere disponibile a riprendere subito i negoziati di pace con la Cina a patto che \u201cPechino ritiri i missili puntati su Taiwan\u201d.<\/p>\n<p>Sotto la continua minaccia delle testate cinesi puntate su Formosa, alla fine la maggioranza degli elettori taiwanesi non si \u00e8 lasciata neppure influenzare pi\u00f9 di tanto dagli eventi tibetani e ha scelto la strada della riconciliazione con Pechino. Rifiutando l\u2019equazione Tibet-Taiwan fatta propria dal candidato del Partito Democratico Progressista (Pdp), Frank Chang-ting Hsieh, durante gli ultimi giorni della campagna elettorale. Hsieh aveva infatti cercato di cavalcare i tragici eventi di Lhasa a favore della linea indipendentista del Pdp arrivando a dichiarare che se \u201cfaremo la pace con la Cina, Taiwan far\u00e0 la fine del Tibet\u201d. Una linea in sintonia con il suo predecessore, Chen Shui-bian, presidente dell\u2019isola dal 2000 al 2008 le cui continue provocazioni all\u2019indirizzo di Pechino hanno caratterizzato i suoi otto anni al potere.<\/p>\n<p>L\u2019ultima \u201cprovocazione\u201d di Chen sono stati due referendum consultativi anti-cinese, tenutisi in concomitanza con le elezioni presidenziali di sabato, nei quali si chiedeva agli elettori se avessero voluto sostenere la candidatura dell\u2019isola per un seggio alle Nazioni Unite. Una chiara provocazione nei confronti di Pechino e una deviazione dal principio cardine che sulla faccia della terra esiste una sola e indivisibile Cina. Solo poco pi\u00f9 del 36% degli elettori \u00e8 andato a votare per i referendum i quali, non avendo raggiunto il quorum del 50%, sono falliti. E questo ha fatto tirare un sospiro di sollievo non solo a Pechino, ma nelle cancellerie di tutto il mondo. Risolvendo la tensione tra valori indipendentisti e libertari e l\u2019attrazione del mercato cinese a favore di quest\u2019ultimo. Per il momento. Perch\u00e9 tale tensione continuer\u00e0 a persistere nelle relazioni tra Cina e democrazie. E a riguardare tutti noi.<\/p>\n<p><b>L\u2019interesse nazionale italiano<\/b><br \/>Per L\u2019Italia sarebbe opportuno cominciare una serie riflessione strategica su questi temi. Chiedendosi dove sta l\u2019interesse nazionale di fronte alle violazioni dei diritti umani e delle libert\u00e0 fondamentali. In un momento storico che vede l\u2019ascesa del gigante cinese e la prospettiva di enormi opportunit\u00e0 per il nostro sistema paese e delle imprese. Trovare forme e modi di conciliare il mercato e i valori nel nostro rapporto con la Cina contribuirebbe non solo a rilanciare la politica estera italiana, ma anche a mandare un messaggio forte a quanti, dentro e fuori la Cina, lottano perch\u00e9 a fianco della crescita economica e della lotta alla povert\u00e0, ci possa anche essere maggiore libert\u00e0. <\/p>\n<p> .<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Continua la repressione del governo cinese nei confronti della rivolta tibetana iniziata a Lhasa a met\u00e0 marzo e ora estesasi alle province vicine del Qinghai, Gansu e Sichuan. I fatti delle ultime settimane rappresentano la pi\u00f9 grave crisi d\u2019immagine per la Cina dai tempi del massacro di Piazza Tiananmen nel 1989. 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