{"id":79103,"date":"2020-03-27T10:32:31","date_gmt":"2020-03-27T09:32:31","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=79103"},"modified":"2020-04-17T07:46:23","modified_gmt":"2020-04-17T05:46:23","slug":"eccentrica-concreta-politica-estera-trump","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/03\/eccentrica-concreta-politica-estera-trump\/","title":{"rendered":"Eccentrica ma concreta: la politica estera secondo Trump"},"content":{"rendered":"<p>Robert Blackwill, professore alla John Hopkins University e senior fellow del <em>Council on Foreign Relations<\/em>, ha parlato della <strong>politica estera di Donald Trump<\/strong> come di una \u201c<em>large bowl of spaghetti bolognese dumped and spread on a white canvas<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>Sebbene puntellata da dichiarazioni massimaliste &#8211; da \u201cresa incondizionata\u201d &#8211; estranee ad una concezione coscienziosa e moderna della conduzione degli affari esteri, <strong>negare qualsiasi logica alla politica statunitense degli ultimi anni vorrebbe dire perdere di vista le trasformazioni strutturali<\/strong> che al giorno d\u2019oggi caratterizzano quella che, a tutti gli effetti, sembrerebbe essere una nuova fase <strong>della politica estera americana<\/strong>.<\/p>\n<p>Tale direttrice si inserisce all\u2019interno di un solco tracciato dall\u2019amministrazione Obama sin dal giugno del 2015 quando, all\u2019interno della <em>National Military Strategy<\/em>, si intravide nel ritorno alla <strong>competizione tra grandi potenze<\/strong> il fulcro attorno al quale sarebbe ruotato l\u2019asse del nuovo sistema delle relazioni internazionali. Un cambiamento notevole dopo anni di attenzione spasmodica nei riguardi del fenomeno terroristico.<\/p>\n<p>Ribadita sotto l\u2019amministrazione Trump dalla <em>National Security Strategy<\/em> del 2017 e dalla <em>National Defense Strategy<\/em> del gennaio 2018, tale asserzione non rappresent\u00f2 un auspicio bens\u00ec un tentativo di riorientare l\u2019azione statunitense verso canali classici di confronto con le altre grandi potenze che, vuoi a causa di fattori endogeni che esogeni all\u2019azione americana, avevano nel frattempo eroso parte di ci\u00f2 che rimaneva del \u201cmomento unipolare\u201d degli anni \u201990.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 significa una rinnovata enfasi su una serie di elementi.<\/p>\n<p>Dal ritrovato ruolo della diplomazia nucleare (la mancata firma del trattato Inf, che mise fine alla crisi degli euromissili nel 1987, ne \u00e8 un esempio), alla necessit\u00e0 da parte di Washington e dei suoi alleati asiatici di riuscire a far fronte al percepito espansionismo di Pechino nella regione indo-pacifica, fino ad arrivare alla capacit\u00e0 militare Nato di contrastare la supposta aggressivit\u00e0 russa in Europa. Da qui, proseguendo con le esercitazioni in merito alla cd. <em>high-end conventional warfare<\/em>, una guerra su larga scala, ad alta intensit\u00e0 e con l\u2019utilizzo di tecnologie sofisticate e la <em>supply chains security<\/em> \u2013 l\u2019attivit\u00e0 di riduzione della dipendenza dalle catene del valore militari e civili russe e, soprattutto, cinesi sino a giungere, in ultimo, alla competizione per la primazia sulla \u201cfrontiera tecnologica\u201d, primazia sul ritmo e qualit\u00e0 dell\u2019innovazione, vuoi in ambito militare convenzionale che civile.<\/p>\n<p>Questa lenta ma energica rivisitazione della strategia americana si inserisce all\u2019interno di un periodo, quello attuale, che sembrerebbe essere transitorio, nella misura in cui le due grandi potenze starebbe al momento cercando nuove modalit\u00e0 di coesistenza, una \u201ccoesistenza competitiva\u201d, \u00a0fatta di crescenti rivalit\u00e0 nei domini economico-tecnologico e politico-militare.<\/p>\n<p><strong>Risvolti domestici<\/strong><br \/>\nA queste circostanze <strong>Trump aggiunge un tocco personalistico, spesso caricaturale e inadatto<\/strong>, ma tremendamente concreto. Ad esempio, tutelare gli interessi del tessuto economico manifatturiero, specialmente quello che lo ha eletto negli <em>swing States <\/em>della<em> Rust Belt <\/em>(Indiana, Ohio, Pennsylvania, Iowa) \u00e8 divenuto uno dei caratteri principali dell\u2019azione politica dell\u2019attuale amministrazione. La recente decisione di imporre dazi commerciali sulle importazioni di acciaio e alluminio non ha rappresentato naturalmente una coincidenza.<\/p>\n<p>Importanti complessi siderurgici sono infatti presenti proprio in Indiana, Ohio e Pennsylvania, gestiti da importanti aziende quali la US Steel e la ArcelorMittal US. Come dimostrato da alcuni economisti (Acemoglu e Restrepo), queste ed altre aree della <em>East Coast<\/em> sono state \u201cspiazzate\u201d dalle importazioni d\u2019origine cinese e messicana, dall\u2019<em>offshoring <\/em>e dalla routinarizzazione del lavoro, il che rende pi\u00f9 facilmente sostituibili alcuni tipi di lavoratori con macchinari e\/o intelligenza artificiale (la cosiddetta <strong>disoccupazione tecnologica<\/strong>).<\/p>\n<p>Oltre a questa ragione, sussiste in parallelo la necessit\u00e0 di contenere direttamente ed in maniera energica l\u2019ascesa economica cinese, in continuit\u00e0 con quanto gi\u00e0 fatto dall\u2019amministrazione Obama. Fu questo il senso profondo dei negoziati TPP e del TTIP: tramite la costituzione di aree di scambio preferenziale, si voleva contenere l\u2019espansionismo economico di Pechino.<\/p>\n<p><strong>I diversi piani della competizione<\/strong><br \/>\nOltre alla questione della guerra valutaria (la manipolazione del tasso di cambio renminbi-dollaro), si \u00e8 aggiunta l\u2019annosa controversia sui diritti di propriet\u00e0 intellettuale e \u2013 non meno importante \u2013 il tentativo statunitense di impedire il consolidarsi del primato della cinese nella <em>Tech industry<\/em>. Come affermato dal famoso economista Nouriel Roubini: <em>\u201cThe US regards China\u2019s quest to achieve autonomy and then supremacy in cutting-edge technologies \u2013 including artificial intelligence, 5G, robotics, automation, biotech, and autonomous vehicles \u2013 as a threat to its economic and national security\u201d.<\/em><\/p>\n<p>Tale inclinazione non \u00e8 perci\u00f2 prerogativa esclusiva della scomposta diplomazia di Donald Trump: questa ha infatti natura bipartisan.<\/p>\n<p>In un importante ma poco noto studio (<em>Threats to the U.S. Research Enterprise: China\u2019s Talent Recruitment Plans<\/em>), il <em>Permanent Subcommittee on Investigations <\/em>del Senato, con alla testa un repubblicano ed un democratico, ha di recente denunciato gli \u201cabusi\u201d cinesi in materia di appropriazione indebita di propriet\u00e0 intellettuale e capitale umano (tramite programmi quali la \u201cPolitica dei Mille Talenti\u201d), accusando il colpevole ritardo statunitense nel far fronte a questa minaccia per la sicurezza nazionale.<\/p>\n<p>\u00c8 questa una sfumatura del nuovo clima internazionale di competizione tra grandi potenze, tra i diversi \u201cimperi tecnologici\u201d. Inoltre, tale indirizzo si \u00e8 declinato anche nelle pressioni del presidente Trump su una serie di industrie (hi-tech, automotive ed aerea) al fine di diversificare la propria produzione, muovendola al di fuori del territorio cinese.<\/p>\n<p><strong>Tali posizioni non sono frutto delle sparate di un presidente eccentrico<\/strong>. Esse sono frutto di un lento ma inesorabile ripensamento del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, un ripensamento che vedr\u00e0 verosimilmente la dominanza politica del dinamismo e economico americano.<\/p>\n<p>In sostanza, ci\u00f2 che il potere esecutivo potr\u00e0 mutare saranno i termini di confronto di una realt\u00e0 immanente, che confluir\u00e0 sempre pi\u00f9 nel pi\u00f9 ampio dilemma che affligge da oramai lunghi anni accademici e decisori politici statunitensi: come ripensare una <em>Grand Strategy<\/em> nel mutato clima internazionale che risponda adeguatamente alle nuove sfide che, nei domini illustrati, gli Stati Uniti si troveranno ad affrontare negli anni a venire.<\/p>\n<p>Come ha affermato Robert Kagan, gli Stati Uniti si limiteranno a comportarsi come una nazione \u201cnormale\u201d, che persegue i propri stretti interessi oppure, come invece vogliono alcune visioni \u201ceccezionaliste\u201d democratiche e repubblicane americane, Washington torner\u00e0 ad essere la \u201cnazione indispensabile\u201d, con interessi trasversali e con tutte le implicazioni (e responsabilit\u00e0) morali, politiche, militari ed economiche che inevitabilmente ne scaturiscono?<\/p>\n<p>***<\/p>\n<p><em><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/category\/news\/cara-ai-ti-scrivo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>\u201cCara AI Ti Scrivo\u201d<\/strong><\/a> \u00e8 la rubrica che offre ai pi\u00f9 giovani (studenti, laureandi, neolaureati e stagisti) la possibilit\u00e0 di cimentarsi con analisi e commenti sulla politica internazionale. Mandateci le vostre proposte:\u00a0<a href=\"mailto:affarinternazionali@iai.it\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">affarinternazionali@iai.it<\/a>.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Robert Blackwill, professore alla John Hopkins University e senior fellow del Council on Foreign Relations, ha parlato della politica estera di Donald Trump come di una \u201clarge bowl of spaghetti bolognese dumped and spread on a white canvas\u201d. 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