{"id":8040,"date":"2008-04-21T00:00:00","date_gmt":"2008-04-20T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/zimbabwe-lotta-dura-tra-mugabe-e-tsvangirai\/"},"modified":"2017-11-03T15:40:49","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:49","slug":"zimbabwe-lotta-dura-tra-mugabe-e-tsvangirai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/04\/zimbabwe-lotta-dura-tra-mugabe-e-tsvangirai\/","title":{"rendered":"Zimbabwe: lotta dura tra Mugabe e Tsvangirai"},"content":{"rendered":"<p>Lo Zimbabwe ha votato il 29 marzo per rinnovare le due camere del Parlamento e per eleggere il capo dello Stato e queste elezioni si sono trasformate in una crisi senza precedenti del sistema politico nazionale. Novit\u00e0 assoluta nella storia dall\u2019indipendenza, la maggioranza dei seggi parlamentari non \u00e8 andata \u2013 per quanto di stretta misura \u2013 al partito dell\u2019ottantaquatrenne presidente Robert Mugabe, leader anti-coloniale, in carica ininterrottamente dal 1980, dopo la fine negoziale della lunga guerra civile, che per la maggioranza nera era stata una lotta di liberazione dal regime razzista bianco di Ian Smith che aveva sostituito nel 1965 il potere britannico.<\/p>\n<p> I risultati relativi alla camera bassa (House of Assembly), resi noti subito dopo la chiusura dei conteggi, hanno attribuito infatti solo 97 seggi su 210 alla forza di Governo, la Zimbabwe African National Union \u2013 Patriotic Front (Zanu-Pf), contro i 99 guadagnati dall\u2019opposizione del Movement for Democratic Change (Mdc) di Morgan Tsvangirai, da anni il principale antagonista di Mugabe \u2013 dopo essere passato all\u2019opposizione nel 1992 \u2013 quando era il principale leader sindacale del paese \u2013 risultato sconfitto nelle precedenti elezioni del 2002. Dieci seggi sono poi andati all\u2019altra forza di opposizione, uno a un indipendente e i restanti tre seggi saranno da attribuire attraverso suppletive. <\/p>\n<p>Qualche giorno dopo sono stati resi pubblici i risultati per il Senato: 30 seggi alla Zanu-Pf, 24 all\u2019Mdc di Tsvangirai, 6 all\u2019altra opposizione. Ma la maggioranza in questa camera \u00e8 una questione pi\u00f9 complicata; infatti, in base alla Costituzione, il capo dello Stato ha il diritto di nomina di 10 membri di sua scelta al Senato, mentre altri 10 vengono nominati dai capi tradizionali, che fino ad oggi sono stati espressione del forte consenso delle aree rurali per Mugabe. \u00c8 quindi evidente che la battaglia per il controllo Senato, che sar\u00e0 decisa solo dopo l\u2019elezione del nuovo presidente, diviene nel contesto attuale una posta politica assolutamente cruciale e che aiuta a comprendere certe modalit\u00e0 di comportamento dei protagonisti della crisi in atto.<\/p>\n<p><b>Svolta epocale<\/b><br \/>Non c\u2019\u00e8 molto da discutere sul fatto che i dati elettorali finora pubblicati segnano una svolta epocale per lo Zimbabwe che, per la prima volta, non ha votato con stragrande maggioranza a favore di Mugabe, padre fondatore della patria, ma la cui enorme popolarit\u00e0 passata, certo declinata durante anni di autocrazia personalistica, \u00e8 stata ulteriormente scossa dal vero e proprio tracollo economico che il paese ha subito nel corso dell\u2019ultimo decennio. La crisi ha determinato una vera e propria fuga della disperazione verso le nazioni vicine, che secondo alcune stime coinvolge oggi fino a un terzo della popolazione, causando specialmente al Sud Africa, ma anche agli altri meno floridi confinanti gravi problemi di gestione di questo esodo per fame. <\/p>\n<p>Ma i risultati resi noti a tutt\u2019oggi tratteggiano solo una parte del nuovo quadro politico che, secondo logica di democrazia, dovrebbe emergere dalle elezioni del 29 marzo scorso. L\u2019altra met\u00e0 del panorama \u00e8 invece tuttora avvolta da incertezza. Infatti, a pi\u00f9 di due settimane dal voto, la commissione elettorale non ha ancora pubblicato i dati delle consultazioni presidenziali. Fonti non ufficiali e osservatori indipendenti sostengono che la gara per la presidenza sarebbe stata persa da Robert Mugabe e che Tsvangirai sarebbe di diritto il nuovo capo dello Stato. Questo \u00e8 anche ci\u00f2 che sostiene l\u2019Mdc: Tsvangirai avrebbe ottenuto il 50,3% dei suffragi e Mugabe solo il 42,8%. Anche fonti della stessa Zanu-Pf concedono che Tsvangirai ha effettivamente avuto pi\u00f9 voti del presidente in carica, ma non avrebbe comunque superato la soglia del 50%, indispensabile per evitare il ballottaggio elettorale. \u00c8 appunto su questo tema che si \u00e8 incentrata la messa in discussione dei risultati da parte della forza di Governo che, denunciando sospetti di broglio e accusando l\u2019Mdc di aver corrotto alcuni membri della Commissione elettorale nazionale, ha chiesto un nuovo conteggio delle schede in alcune circoscrizioni, prefigurando la necessit\u00e0 di andare a un secondo turno elettorale. <\/p>\n<p>Mentre l\u2019opposizione si \u00e8 appellata subito all\u2019Alta corte dello Zimbabwe perch\u00e9 ordinasse la pubblicazione immediata dei dati delle presidenziali, il 12 aprile il Governo ha ordinato un nuovo conteggio delle schede per le presidenziali e la House of Assembly in 23 circoscrizioni, invitando osservatori interni e internazionali.<\/p>\n<p>Solo il 14 aprile l\u2019Alta corte finalmente si pronuncia sulla richiesta dell\u2019Mdc con una sentenza che l\u2019opposizione definisce \u201cridicola\u201d, decretando che la pubblicazione dei dati delle presidenziali potr\u00e0 avvenire solo dopo che sar\u00e0 stata appurata la consistenza delle irregolarit\u00e0 denunciate dalla Zanu-Pf: vale a dire dopo il nuovo conteggio parziale ordinato dal Governo a partire dal 19 aprile. La massima istanza giudiziaria del paese riesce insomma a garantire al gruppo di potere un congruo lasso di tempo, che ne sta corposamente accrescendo i margini di manovra e la possibilit\u00e0 di ridefinire in maniera sostanziale i termini del confronto con l\u2019opposizione, andando a un secondo turno di spareggio sulla presidenza se non addirittura, come temono alcuni, dichiarare puramente e semplicemente la vittoria di Mugabe attraverso una manipolazione dei dati.<\/p>\n<p><b>Schiaffo alla democrazia<\/b><br \/>Tsvangirai si \u00e8 detto indisponibile a cedere a quello che definisce un palese schiaffo non solo ai suoi diritti  di candidato, ma a tutto il paese e alla democrazia, ma tuttavia la strategia del Governo \u00e8 chiaramente efficace. Le dilazioni sistematiche hanno gi\u00e0 sortito l\u2019effetto di sgonfiare l\u2019aspetto di urgenza mostrato dalla crisi nella sua prima settimana. La via della mediazione da parte dei governi della Southern Africa Development Community (Sadc), in primo luogo il Sud Africa e lo Zambia \u2013 del resto gi\u00e0 seguita senza alcun successo nei mesi precedenti le elezioni \u2013 non ha fino ad ora sortito effetti tangibili, se non quello di rafforzare un certo credito internazionale di Tsvangirai, fornendogli importanti palcoscenici, con la sua visita al presidente sudafricano Thabo Mbeki e con la sua presenza al summit Sadc di Lusaka. <\/p>\n<p>La linea di Mugabe \u00e8 stata quella di continuare a sottrarsi agli appelli al confronto e alla trattativa, ad esempio mancando l\u2019appuntamento istituzionale di Lusaka, resistendo alle pressioni sudafricane e, anzi, rinfacciando al governo di Mbeki i rapporti con il suo avversario. Nell\u2019immediato questa tattica ha certamente avuto un certo successo: il Sud Africa dell\u2019Anc non pare disposto a rompere i rapporti col suo antico amico e alleato di Harare. Nella riunione dei capi di Stato della regione convocata presso il Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu proprio dal Sud Africa, nella sua qualit\u00e0 di Presidente di turno, Thabo Mbeki, di fronte alle richieste preoccupate di pubblicazione urgente dei risultati elettorali rivolte al governo dello Zimbabwe da Ban-Ki-Moon, da Londra, da Washington e dai leader dei paesi confinanti, ha invece del tutto smorzato i giudizi sulla gravit\u00e0 e l\u2019urgenza della crisi in Zimbabwe. Ci\u00f2 ha suscitato da un lato la reazione di Tsvangirai, che ha chiesto alla Sadc di sollevare il governo di Pretoria dal ruolo di mediazione fin qui svolto e, d\u2019altra parte, sostanzialmente riconsegnandone per parte sua la soluzione a un percorso di <i>appeasement <\/i>nazionale. <\/p>\n<p>Del resto \u00e8 proprio sul piano interno che si giocano i rapporti di forza che contano veramente in questo conflitto. Una spia chiara della situazione \u00e8 data dal fatto che le espressioni di protesta sono state finora tutto sommato limitate. Lo sciopero generale proclamato dall\u2019Mdc per il 15 aprile \u00e8 del tutto fallito e sembra che tutta quella vastissima sezione della stessa popolazione della capitale e dei principali centri urbani che non ha accesso alla rete non fosse nemmeno informata dell\u2019avvenimento.<\/p>\n<p><b>Controllo assoluto<\/b><br \/>La realt\u00e0 \u00e8 che il quadro di controllo di cui pu\u00f2 disporre il regime di Mugabe sullo Stato e sul territorio \u00e8 effettivamente di grado inusitato nella maggior parte dei paesi africani. La fedelt\u00e0 delle forze armate al Governo sembra per ora saldissima e propiziata da una serie di significative attenzioni dal presidente, come la recente decisione di quintuplicare gli stipendi di alcune categorie di ufficiali dell\u2019esercito. Le aree rurali gli hanno tradizionalmente garantito una base di consenso compatta, specialmente le regioni di lingua shona, ma anche parti importanti delle campagne abitate dal gruppo ndebele. In questo quadro, la questione dell\u2019acquisizione del controllo governativo sulle grandi aziende agricole di propriet\u00e0 dei coloni bianchi \u2013 prevista e regolata negli accordi di pace di Lancaster House, del 1979, che chiusero la lunga guerra civile aprendo la via all\u2019indipendenza dello Zimbabwe \u2013 ha rivestito ovviamente un\u2019importanza cruciale.<\/p>\n<p>Lo \u201czoccolo duro\u201d dei sostenitori di Mugabe \u00e8 tradizionalmente formato dai cosiddetti \u201cveterani\u201d della guerra di liberazione (molti in realt\u00e0 sono figli, discendenti e famigliari dei combattenti di tre o quattro decenni fa), destinatari privilegiati della redistribuzione delle terre espropriate ai bianchi. Anche se oggi, il processo di restituzione \u00e8 sulla via del completamento (i \u201cfarmer\u201d bianchi che ancora rimangono nel paese non sono pi\u00f9 di 400 contro i 6 mila del passato), questa fascia della societ\u00e0 garantisce ancora un serbatoio di mobilitazione fondamentale per il regime.<\/p>\n<p>A fronte di questo quadro, i maggiori consensi per l\u2019opposizione sono venuti fino ad oggi dalla popolazione delle aree urbane, strozzata nel suo complesso dalla disastrosa recessione economica, dai dati tremendi della disoccupazione, dall\u2019inflazione a sei zeri. Politiche recenti del regime hanno ulteriormente colpito le fasce sociali inferiori della capitale, come quando, nel 2005, il governo ha deciso la \u201cripulitura\u201d \u2013 ma in realt\u00e0 la distruzione \u2013 delle grandi bidonville di Harare: di fatto privando dell\u2019abitazione forse 700 mila persone, che sono state espulse verso le campagne o che hanno preso la via dell\u2019emigrazione oltre-confine. Questa misura, abbastanza chiaramente diretta a colpire una componente della societ\u00e0 che sfugge per larga parte al controllo del regime, ha anche inflitto un colpo drammatico all\u2019enorme settore di economia sommersa che consente la sopravvivenza a una larga fetta della popolazione urbana. <\/p>\n<p>Tuttavia la \u201cripulitura\u201d ha avuto anche il l\u2019effetto di aggravare le condizioni di vita nelle zone rurali che hanno dovuto assorbire il trasferimento di popolazione. \u00c8 appunto il peggioramento della situazione delle campagne che, per la prima volta, ha determinato uno spostamento sensibile verso l\u2019opposizione all\u2019interno dell\u2019elettorato rurale: un segnale evidente di erosione della principale base sociale di consenso del regime e un campanello d\u2019allarme chiarissimo circa le reali possibilit\u00e0 dell\u2019opposizione di Tsvangirai, finora fondamentalmente urbana e radicata nelle fasce medie e medio-basse \u2013  impoverite \u2013 di Harare e degli altri centri maggiori, di costituirsi una vera base nazionale.<\/p>\n<p>La crisi elettorale che lo Zimbabwe sta attraversando non \u00e8 se non la manifestazione contingente \u2013 e la pi\u00f9 eclatante \u2013 di un\u2019ormai annosa impasse nella politica nazionale. Il bandolo del conflitto, \u00e8 chiaro a tutti, risiede nell\u2019incapacit\u00e0 o impossibilit\u00e0 del gruppo dirigente del paese di formulare al proprio interno un\u2019alternativa credibile al sistema di potere personale costruito dal presidente Robert Mugabe. Si sono fino ad oggi sempre dimostrate infondate le ipotesi circa la designazione di possibili eredi da parte del leader, che invece si \u00e8 mostrato in grado di tenere saldamente nelle proprie mani il controllo del potere. La candidatura nelle elezioni di marzo di Simba Makoni, un ex ministro e alto esponente del gruppo di vertice, presentatosi come alternativa d\u2019opposizione a Tsvangirai si \u00e8 tradotta in pratica in un flop elettorale.<\/p>\n<p>In questo senso la crisi elettorale dello Zimbabwe \u2013 sistema politico che non \u00e8 ancora riuscito a riconciliarsi con la logica della necessit\u00e0 di un\u2019alternanza al potere \u2013 \u00e8 ben diversa da quella attraversata nei mesi scorsi dal Kenya, espressione di un conflitto \u2013 per quanto dirompente e gravido di conseguenze minacciose \u2013 in un sistema abbastanza consolidato \u2013 istituzionalmente e in termini di cultura politica condivisa \u2013 di rotazione al vertice per vie democratiche all\u2019interno di un gruppo dirigente sufficientemente articolato e relativamente aperto.<\/p>\n<p>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo Zimbabwe ha votato il 29 marzo per rinnovare le due camere del Parlamento e per eleggere il capo dello Stato e queste elezioni si sono trasformate in una crisi senza precedenti del sistema politico nazionale. 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