{"id":8090,"date":"2008-04-29T00:00:00","date_gmt":"2008-04-28T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/lamerica-che-in-iraq-non-vuole-perdere\/"},"modified":"2017-11-03T15:40:48","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:48","slug":"lamerica-che-in-iraq-non-vuole-perdere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/04\/lamerica-che-in-iraq-non-vuole-perdere\/","title":{"rendered":"L\u2019America che in Iraq non vuole perdere"},"content":{"rendered":"<p>\u201cIl pubblico americano pu\u00f2 mal sopportare il protrarsi della guerra in Iraq. Ma sia chiaro: ci\u00f2 che realmente detesta \u00e8 la prospettiva di una sconfitta militare\u201d. Uno dei pi\u00f9 noti e controversi interpreti della storia recente del Medio Oriente, e tra gli intellettuali americani che hanno maggiormente influenzato la politica estera dell\u2019amministrazione Bush dal 2001 ad oggi, <a href= \"http:\/\/apps.sais-jhu.edu\/faculty_bios\/faculty_bio1.php?ID=24\" target= \"blank\"><b><u> Fouad Ajami<\/u><\/b><\/a> fa un primo bilancio della situazione mediorientale odierna, a cominciare dall\u2019Iraq. Del resto, il Medio Oriente rester\u00e0 in cima alle priorit\u00e0 del governo americano, chiunque sia a varcare la soglia della Casa Bianca dopo le elezioni presidenziali del prossimo novembre.<\/p>\n<p><b>Prof. Ajami, per quanto la guerra in Iraq impegni l\u2019America da 5 anni e il suo esito sia ancora molto incerto, la campagna presidenziale si \u00e8 per ora concentrata su temi considerati ancora pi\u00f9 urgenti, come l\u2019economia. Si prepara il terreno per il ritiro?<\/b><br \/>\u00c8 innegabile che da qualche tempo l\u2019economia ha rimpiazzato l\u2019Iraq come principale fonte di preoccupazione pubblica negli Stati Uniti. Questo era, del resto, nella natura delle cose. Quando la gente fatica a conservare il proprio benessere materiale, ogni impegno preso oltre confine, ogni spedizione militare, sembrano improvvisamente dei beni di lusso superflui. Detto questo, io ribadisco che la guerra in Iraq \u00e8 perfettamente sostenibile finanziariamente anche in queste condizioni. Stiamo spendendo il 4,5 % del nostro prodotto interno lordo per la difesa. Questo \u00e8 molto meno di quanto spendemmo durante la guerra di Corea e durante la guerra del Vietnam.<\/p>\n<p><b>Il candidato Repubblicano John McCain ha continuato a tessere le lodi della guerra al terrorismo anche ora che si parla di recessione; sar\u00e0 penalizzato per questo?<\/b><br \/>I Democratici combatterono per il controllo del Congresso nel 2006, e vinsero, sulla questione dell\u2019Iraq. Il 2008 \u00e8 un\u2019altra cosa. Come ho scritto di recente sul \u201cWall Street Journal\u201d, sia i sostenitori che gli oppositori della guerra sono svenati dalla dura contrapposizione di questi anni. Ma sia chiaro: il pubblico americano pu\u00f2 mal sopportare il protrarsi della guerra in Iraq, ma aborrisce la prospettiva di una sconfitta militare. Il Senatore McCain, un sostenitore della prima ora del \u201csurge\u201d del Generale Petraeus, ha buone chance di essere eletto presidente.<\/p>\n<p><b>L\u2019era Bush giunge al termine ed \u00e8 tempo di bilanci. Lei \u00e8 stato tra i pi\u00f9 stretti consiglieri dell\u2019amministrazione proprio nei mesi cruciali della decisione della guerra. Pi\u00f9 in generale, \u00e8 stato presentato come uno dei massimi esponenti del pensiero neoconservatore. Qual\u2019\u00e8 il suo giudizio su questa presidenza che sta per chiudersi?<\/b><br \/>Mi sono riconosciuto in questi anni nella diplomazia e nell\u2019immagine che l\u2019amministrazione Bush ha inteso dare di s\u00e9. Ho pensieri gentili per il presidente Bush, per il suo vice Cheney, e per il Segretario alla Difesa Donald Rumsefeld. Ho avuto accesso regolare a queste persone e pi\u00f9 in generale alla Casa Bianca, e non mi sentirei di disconoscere quanto hanno fatto, n\u00e9 tanto meno di minimizzare ora l\u2019enorme fardello che si sono trovati sulle spalle all\u2019indomani dell\u201911 settembre. La loro \u00e8 stata una sfida di entit\u00e0 colossale: difendere la posizione degli Stati Uniti nel mondo combattendo contro i nemici che hanno portato morte e rovina nelle strade dell\u2019America. Se si prende questa prova di leadership e la si contrasta con quella di Bill Clinton e la sua fede \u201csolare\u201d ma vuota nella \u201cglobalizzazione\u201d e in un mondo senza confini, non posso che essere orgoglioso di essere associato al presidente Bush e ai suoi luogotenenti.<\/p>\n<p><b>Quali sono, secondo lei, i principali successi di Bush? Quali gli errori?<\/b><br \/>  Non sempre vi sono state la consapevolezza e sensibilit\u00e0 culturale necessarie per capire i popoli musulmani. Come uomo di origine araba, sono tuttavia riconoscente al presidente Bush per aver coraggiosamente sfidato l\u2019idea che gli arabi sono destinati al dispotismo. La sua fede nella libert\u00e0 ha rotto con il senso comune che gli arabi non hanno semplicemente la libert\u00e0 nel loro Dna. Tra i successi, metterei prima di tutto la distruzione del regime dei Talebani. Poi la rimozione di Saddam Hussein e la fine della sua dittatura. Il ruolo che la diplomazia americana ha giocato nel Libano \u00e8 un altro punto cruciale: il timore di Bush \u00e8 stato il fattore centrale che ha portato la Siria a lasciare il Libano nell\u2019aprile 2005, dopo un dominio che si era protratto per quasi trenta anni.<\/p>\n<p><b>Nessun errore, allora? O rimpianto?<\/b><br \/>Non si pu\u00f2 certo essere orgogliosi dell\u2019appoggio che gli Stati Uniti hanno dato al regime di Mubarak al Cairo. Quell\u2019uomo ha ottenuto ancora il gettone dell\u2019America anche se mantiene in piedi un regime autoritario terribile. \u00c8 impossibile fare quadrato con la sincera fede nella libert\u00e0 di Bush e l\u2019indulgenza concessa a Mubarak. L\u2019appoggio che gli Stati Uniti danno a quel leader non era necessario. In Egitto si doveva fare meglio. Questa \u00e8 una macchia nella nostra diplomazia della libert\u00e0.<\/p>\n<p><b>Il Medio Oriente rimarr\u00e0 una priorit\u00e0 strategica degli Usa chiunque diventi il prossimo presidente. Come si sono mossi finora i candidati su questo punto?<\/b><br \/>Ci sarebbe sicuramente una certa continuit\u00e0 tra Bush e McCain se quest\u2019ultimo fosse eletto presidente. McCain, tuttavia, \u00e8 un nazionalista americano. Non credo che condividerebbe appieno quella speranza per la libert\u00e0 degli arabi e degli islamici che \u00e8 stata cos\u00ec cara all\u2019attuale presidente. Come Bush, McCain difenderebbe gli interessi degli Stati Uniti nella regione, proseguirebbe la guerra al terrore, e rimarrebbe in Iraq. Ma la fede quasi religiosa nella libert\u00e0 che ha animato la diplomazia di Bush non sopravviver\u00e0 alla sua presidenza.<\/p>\n<p><b>Come vede invece il favorito dei Democratici, Barack Obama?<\/b><br \/>Obama \u00e8 un\u2019entit\u00e0 sconosciuta. Alcune delle persone che lo circondano, tuttavia, come Antony Lake che serv\u00ec come Consigliere per la sicurezza nazionale di Clinton e Brzezinski degli anni di Carter, non ispirano molta fiducia. Il mondo al di l\u00e0 delle coste dell\u2019America sar\u00e0 un test cruciale per Obama, che lo voglia o meno. Ma il giovane senatore \u00e8 sveglio e abile. I suoi istinti potrebbero suggerirgli giusto.<\/p>\n<p><b>E Hillary Clinton?<\/b><br \/>\u00c8 proprio difficile indovinare cosa pensi e dove si collochi la senatrice Clinton. Presumibilmente, riuscirebbe a schivare il fuoco dei cecchini anche durante la prossima visita in Bosnia \u2026 In ogni caso, chiunque sia il prossimo Presidente, il nuovo inquilino della Casa Bianca trover\u00e0 una buona eredit\u00e0: il mondo ha bisogno dell\u2019America e della sua leadership, anche se lo nega.<\/p>\n<p><b>Come commenta l\u2019idea di Obama di parlare con i nemici dell\u2019America, a cominciare dall\u2019Iran?<\/b><br \/>Ho detto appunto che il mondo sar\u00e0 un test per Obama. E l\u2019Iran lo deluder\u00e0. Quel regime \u00e8 radicale e non ha alcun interesse in un dialogo con gli Stati Uniti. Nel 1989, Bush padre cerc\u00f2 un dialogo ma invano. Madeleine Albright si scus\u00f2 per l\u2019operazione Ajax che ribalt\u00f2 il regime di Mohamed Mussadegh e gli iraniani non apprezzarono la sua diplomazia. Obama non riuscir\u00e0 a fare meglio. C\u2019e\u2019 una certa stabilit\u00e0 in questa assenza di dialogo tra Iran e Stati Uniti.  Non vi sar\u00e0 guerra e non vi sar\u00e0 accordo. Vi sar\u00e0 invece il protrarsi di questo stagnante status quo. Questo per\u00f2 \u00e8 l\u2019esito che gli attuali governanti dell\u2019Iran preferiscono.<\/p>\n<p><b>Cosa pensa del regime delle sanzioni? Dovrebbe l\u2019Europa procedere anche unilateralmente?<\/b><br \/>Le sanzioni contro l\u2019Iran non hanno funzionato. Il mercato del petrolio odierno d\u00e0 all\u2019Iran ampi margini di manovra. L\u2019Europa non accetter\u00e0 mai delle sanzioni di tipo diverso, ancora pi\u00f9 dure. Le sanzioni attuali sono viste come un sostituto di un confronto militare con l\u2019Iran. Gli iraniani bluffano. Se gli Stati Uniti chiedessero di buttare gi\u00f9 le carte e optassero per una seria campagna militare, sarebbe un colpo devastante per loro.<\/p>\n<p><b>L\u2019Italia \u00e8 da tempo impegnata in Libano, una terra a lei molto cara. Come vede la situazione li?<\/b><br \/>Amo il Libano. \u00c8 dove sono nato. Ma \u00e8 un paese suicida. Un diplomatico francese che conosceva il paese molto bene, disse, nei primi anni del \u2018900, che i libanesi avrebbero dato fuoco alle loro case pur di accendersi una sigaretta. La Rivoluzione dei Cedri \u00e8 stata nobile, ma doveva portare gli sciiti dentro il circolo delle persone rispettabili e non \u00e8 successo. Una scelta importante attende gli sciiti: votarsi sinceramente al futuro del Libano, o continuare ad aggrapparsi al legame usurato e deleterio siriano-iraniano. L\u2019Unione Europea pu\u00f2 giocare un ruolo molto importante, data la prossimit\u00e0 della Francia e dell\u2019Italia al territorio libanese. La campagna per un Libano libero dall\u2019egemonia siriana \u00e8 appena cominciata. E richieder\u00e0 tanta fatica.<\/p>\n<p><b>Lei \u00e8 un uomo di origine araba che vive e lavora da tanto in America. Due mondi che sembrano far fatica a comunicarsi ma che sembrano ineluttabilmente legati. Come li descriverebbe?<\/b><br \/>\u00c8 vero. Sono un uomo del mondo arabo e ora anche, e profondamente, un americano. Vivo letteralmente sulla faglia, e provo a spiegare l\u2019America agli arabi e gli arabi all\u2019America. Per gli americani il mio messaggio \u00e8 stato che le terre del mondo arabo-musulmano non sono il Kansas o il Minnesota. La vita \u00e8 dura in quelle terre difficili. Nel deserto devi sapere distinguere tra il miraggio e la realt\u00e0 se vuoi sopravvivere. Prova a spiegare la differenza tra l\u2019Islam sunnita e quello sciita a un valido e onesto soldato del Missouri. Sulle coste dell\u2019America la destinazione \u00e8 il futuro, nelle terre arabe il passato ha un potere tremendo, spesso letale. Dalla spedizione americana in Libano nel 1982-83 fino all\u2019attuale Guerra in Iraq ho cercato di ricordare agli americani di non dare sempre retta a coloro che reclamano l\u2019appoggio e la difesa dell\u2019America. L\u2019America si trova su una terra innocente. Ma quei 19 giovani arabi che la mattina crudele dell\u201911 settembre si sono trovati sul suo cammino, hanno offerto agli Stati Uniti una lezione terribile. La realt\u00e0 ha pi\u00f9 facce nelle terre arabe: serve pazienza e accortezza per capire che i giovani egiziani che professano il loro odio per l\u2019America al mattino, sono gli stessi che al pomeriggio fanno la fila davanti all\u2019Ambasciata americana per ottenere il visto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cIl pubblico americano pu\u00f2 mal sopportare il protrarsi della guerra in Iraq. Ma sia chiaro: ci\u00f2 che realmente detesta \u00e8 la prospettiva di una sconfitta militare\u201d. 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