{"id":8170,"date":"2008-05-19T00:00:00","date_gmt":"2008-05-18T22:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/liraq-aspetta-il-nuovo-presidente-americano\/"},"modified":"2017-11-03T15:40:46","modified_gmt":"2017-11-03T14:40:46","slug":"liraq-aspetta-il-nuovo-presidente-americano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2008\/05\/liraq-aspetta-il-nuovo-presidente-americano\/","title":{"rendered":"L\u2019Iraq aspetta il nuovo presidente americano"},"content":{"rendered":"<p>Nel dicembre 1967 il generale Westmoreland informava un pubblico americano inquieto che la situazione militare in Vietnam stava evolvendo molto positivamente. Ma il 31 gennaio del 1968, in coincidenza con la festa vietnamita del Tet, i vietcong lanciarono una offensiva generale impegnando nell\u2019operazione 80.000 soldati e prendendo di sorpresa sia l\u2019esercito che la popolazione americana. Dopo l\u2019iniziale sbandamento, la reazione Usa sul terreno fu micidiale, la met\u00e0 addirittura degli attaccanti vennero uccisi; ciononostante quello fu il giorno a cominciare dal quale gli Stati Uniti iniziarono inesorabilmente a perdere la guerra. Da allora, infatti, l\u2019opposizione a quel conflitto in America aument\u00f2 ogni giorno di pi\u00f9 e quella importante vittoria tattica si tramut\u00f2 in una completa sconfitta strategica. <\/p>\n<p>Il generale David Petraeus, che ha preso un dottorato a Princeton con il lavoro \u201cThe American Military and the lessons of Vietnam\u201d, ha profondamente interiorizzato la lezione di non creare aspettative impossibili. E recentemente ha di nuovo affermato al Congresso che la situazione della sicurezza in Iraq migliora, ma si aspettano ancora prove durissime e tempi lunghi. \u201cWe haven\u2019t yet see any ligths at the end of the tunnel\u201d, ha precisato.<\/p>\n<p><b>La situazione militare<\/b><br \/>Comunque nel secondo semestre del 2007 l\u2019operazione \u201cSurge\u201d, l\u2019aumento delle forze statunitense sul campo, ha avuto successo. Il merito \u00e8 senza dubbio dello stesso generale Petraeus e dei suoi colleghi al Pentagono, i quali non solo hanno fornito a uno screditato presidente Bush una nuova base politica per poter inviare in Iraq alcune decine di migliaia di preziosi soldati in pi\u00f9, ma hanno anche introdotto grandi cambiamenti nella loro utilizzazione. I militari americani non sono pi\u00f9 rinchiusi in trinceratissimi campi, isolati dalla popolazione, ma sono usciti nei campi e nelle strade con nuove direttive e dotati di mezzi per fornire aiuti diretti alla popolazione e alle milizie locali alleate. <\/p>\n<p>Petraeus stesso ha curato la redazione di un nuovo manuale di comportamento con i civili, al quale i disciplinati militari americani cercano di obbedire. Gli ufficiali operanti sul terreno, gi\u00e0 dal grado di capitano, sono stati dotati di somme elevate di cui disporre liberamente per costruire infrastrutture civili e militari e costruirsi la propria rete di intelligence. Una \u201cterritorializzazione\u201d di tale successo da generare un nuovo problema: abbandono dell\u2019Esercito da parte di ufficiali di grado intermedio richiesti da imprese civili alla ricerca di persone capaci di importanti decisioni autonome.<\/p>\n<p>Ma soprattutto Petraeus ha ignorato tutta l\u2019ideologia che aveva diretto la politica statunitense in Iraq sino ad allora, ha cio\u00e8 accettato il paese per quello che \u00e8, non per quello che Washington avrebbe voluto che fosse. Alla ricerca di un ordine accettabile, Petraeus si \u00e8 alleato con chiunque poteva aiutarlo a raggiungere questo obiettivo. Nella regione di Anbar, per combattere efficacemente le forze di Al Quaeda \u00e8 nata un\u2019alleanza con i capi locali sunniti, invece di cercare di utilizzare le forze armate irachene, composte in grande maggioranza di sciiti e curdi. Col tempo si \u00e8 addirittura creato un aggiuntivo miniesercito sunnita di 90.000 miliziani addestrati, pagati e diretti dallo stesso comando Usa, indipendentemente dal governo a Bagdad. <\/p>\n<p>Al nord l\u2019autonomia curda \u00e8 stata rafforzata, piuttosto che semplicemente confermata, e nel sud sciita \u00e8 stato abbandonata l\u2019idea di un governo imparziale e si \u00e8 fatto una scelta in favore delle forze dello \u201cIslamic Supreme Council of Iraq\u201d (Isci) diretto daAbdul Aziz al-Hakim. Le sue \u201cBadr Brigades\u201d sono anche favorite come fonte da cui attingere truppe per l\u2019esercito nazionale. Ma pure con le forze rivali sciite, quelle della Muqtada al-Sadr Mahdi Army, Petraeus ha raggiunto degli accordi, tanto che a Bagdad le forze statunitensi cercano di colpire solo le forze \u201ccriminali\u201d della Mahdi Army, quelle cio\u00e8 sfuggite al controllo di al-Sadr, al quale si \u00e8 tacitamente lasciato il controllo di molte aree sciite della capitale. <\/p>\n<p>Le perdite militari e civili in Iraq sono sempre alte e accanto ai miglioramenti nella situazione militare non si vede alcun progresso in quella politica. Tuttavia il Congresso, ascoltati Petraeus e l\u2019ambasciatore a Bagdad Ryan Cook, ha in pratica approvato in aprile questo nuovo corso. In realt\u00e0 i membri del Congresso sono divisi tra falchi e colombe e hanno rimandato ogni ulteriore decisione a dopo l\u2019elezione del nuovo presidente.<\/p>\n<p><b>I tre candidati presidenziali<\/b><br \/>Nella campagna presidenziale il problema dell\u2019Iraq \u00e8 stato posto in secondo piano dalle preoccupazioni economiche e le considerazioni tattiche su chi e quali argomenti siano i pi\u00f9 adatti a garantire un vittoria elettorale. Ma nello sfondo esso \u00e8 sempre presente e riaffiora quando il numero dei morti americani ritorna a livelli elevati, come nel caso dei 50 soldati caduti in aprile. Le posizioni sulla questione possono essere schematicamente cos\u00ec riassunte: il repubblicano McCain insiste sulla necessit\u00e0 di una vittoria militare, la Clinton parla di un ritiro delle truppe nei modi e nei tempi dettati dalle circostanze, Obama su di un ritiro le cui caratteristiche siano preventivamente annunciate. Ma naturalmente la crisi irachena \u00e8 collegata a tutta la difficile situazione del Medio Oriente. Su questo argomento tutti e tre i candidati non si sentono legati dalle decisioni prese dal presidente Bush, tuttavia il candidato repubblicano ha ripetutamente manifestato la sua ostilit\u00e0 a un politica di <i>appeasement <\/i>nei confronti dell\u2019Iran. <\/p>\n<p>Comunque non \u00e8 affatto scontato che il nuovo presidente segua poi quanto detto ora. Infatti, a latere della campagna elettorale, il dibattito \u00e8 intenso tra chi sottolinea l\u2019impossibilit\u00e0 strategica di ritirarsi lasciando il paese nel caos e chi ricorda che la \u201cguerra lunga\u201d si auto-perpetua per la violenta opposizione locale alla presenza di truppe straniere. Fenomeno accentuato nel mondo musulmano sulla base di una tesi religiosa, da applicare all\u2019area che fu il cuore del dominio musulmano, come predicato da Osama Bin Laden, mentore del terrorismo internazionale contro gli americani perch\u00e9 mantenevano delle basi in Arabia saudita. Non manca inoltre chi insiste sulla necessit\u00e0 di impegnarsi nuovamente in Afghanistan, invece che in Iraq. Al Pentagono, infine, sono forti le preoccupazioni per l\u2019usura a cui \u00e8 sottoposto l\u2019esercito in Iraq, con la conseguente riduzione delle capacit\u00e0 belliche americane in altre parti del mondo.<\/p>\n<p><b>Le forze armate americane <\/b><br \/>Nel caso del Vietnam il collasso politico e morale che colp\u00ec la societ\u00e0 americana si riflesse integralmente nelle sue forze armate. In Iraq niente di tutto questo si \u00e8 verificato. I militari, sottoposti sul terreno a prove terribili, hanno tenuto bene, anzi hanno finito per imporre tacitamente a Washington la \u201cloro\u201d politica, perfino quella estera, quando si \u00e8 trattato di impedire un allargamento del conflitto all\u2019Iran. Ma l\u2019esercito americano non \u00e8 quello che si \u00e8 battuto in Vietnam e ancor meno quello della seconda guerra mondiale, che aveva coinvolto, per numero e per necessit\u00e0 materiali, l\u2019intera popolazione degli Stati Uniti. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 un esercito di coscritti, ma un esercito di volontari, di professionisti se la parola  \u201cmercenari\u201d \u00e8 ritenuta inappropriata, comunque niente a che vedere con quella di cittadini-soldati che era stata precedentemente la sua caratteristica. <\/p>\n<p>In effetti il presidente Bush, appelli alla nazione e al mondo a parte, ha sempre avuto politicamente ben chiaro che l\u2019appoggio del pubblico americano alla guerra in Iraq era condizionato al non chiedere una partecipazione pubblica diretta, n\u00e9 finanziaria n\u00e9 ancor meno personale. La spesa della guerra \u00e8 cos\u00ec stata enorme, ma pagata con debiti e svalutazioni, e nessuno ha dovuto fuggire all\u2019estero per non fare il servizio militare. L\u2019America \u00e8 dunque formalmente una nazione in guerra in Iraq, ma in realt\u00e0 \u00e8 una nazione nella quale solo i suoi militari sono in guerra. <\/p>\n<p>Questo rivoluzionario cambiamento non mette in pericolo il solido regime democratico americano, ma ha introdotto un elemento nuovo che non potr\u00e0 essere ignorato dal nuovo presidente. Lo studioso americano <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/articolo.asp?ID=809\"><b><u>   Fouad Ajami <\/u><\/b><\/a>ha affermato, in una intervista ad \u201cAffarInternazionali\u201d, che il pubblico americano detesta la prospettiva di una sconfitta militare pi\u00f9 di quella di un protrarsi della guerra. Forse questa opinione non \u00e8 esatta per gli americani in generale. Ma lo \u00e8 certamente per l\u2019establishment militare, e questi gode attualmente di un appoggio altissimo nella popolazione americana, sentimento basato anche sul suo senso di colpa per avere delegato ad \u201caltri\u201d il compito di morire per loro.<\/p>\n<p>. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel dicembre 1967 il generale Westmoreland informava un pubblico americano inquieto che la situazione militare in Vietnam stava evolvendo molto positivamente. Ma il 31 gennaio del 1968, in coincidenza con la festa vietnamita del Tet, i vietcong lanciarono una offensiva generale impegnando nell\u2019operazione 80.000 soldati e prendendo di sorpresa sia l\u2019esercito che la popolazione americana. 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