{"id":85571,"date":"2020-11-23T01:23:02","date_gmt":"2020-11-23T00:23:02","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=85571"},"modified":"2020-11-30T08:29:52","modified_gmt":"2020-11-30T07:29:52","slug":"lamerica-di-biden-e-harris","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/11\/lamerica-di-biden-e-harris\/","title":{"rendered":"L&#8217;America di Biden e Harris"},"content":{"rendered":"<p>Gioved\u00ec 19 novembre si \u00e8 tenuto il webinar organizzato dallo <strong>IAI<\/strong> e dalla rivista <strong>AffarInternazionali<\/strong> sulle <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/speciali\/elezioni-usa-2020-verso-il-3-novembre\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">elezioni americane<\/a>, dal titolo &#8220;<strong>L&#8217;America di Biden e Harris<\/strong>&#8220;.<br \/>\nSono intervenuti sul tema: <strong>Riccardo Alcaro<\/strong> (coordinatore delle ricerche e responsabile del programma \u201cAttori globali\u201d dello IAI), <strong>Mario Del Pero<\/strong> (professore di Storia internazionale e storia della politica estera statunitense all\u2019Institut d\u2019\u00e9tudes politiques\/SciencesPo a Parigi), <strong>Serena Di Ronza<\/strong> (corrispondente per l&#8217;Ansa da New York), <strong>Lorenzo Pregliasco<\/strong> (co-fondatore e partner dell\u2019agenzia di ricerche sociali e comunicazione politica Quorum e direttore del magazine YouTrend).<\/p>\n<p>L&#8217;incontro \u00e8 stato moderato da <strong>Francesco De Leo<\/strong> (reponsabile della Comunicazione dello IAI e direttore di AffarInternazionali) e ha visto la partecipazione con domande e curiosit\u00e0 delle redazioni de <strong>Lo Spiegone<\/strong>,<strong> Scomodo <\/strong>ed<strong> Elezioni USA2020<\/strong>. L&#8217;evento si \u00e8 svolto in collaborazione con <strong>YouTrend<\/strong>.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/widget.spreaker.com\/player?episode_id=42071751&amp;theme=light&amp;playlist=false&amp;playlist-continuous=false&amp;autoplay=false&amp;live-autoplay=false&amp;chapters-image=true&amp;episode_image_position=right&amp;hide-logo=false&amp;hide-likes=false&amp;hide-comments=false&amp;hide-sharing=false&amp;hide-download=true\" width=\"100%\" height=\"200px\" frameborder=\"0\"><\/iframe><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>GLI INTERVENTI DEI NOSTRI OSPITI<\/strong><\/p>\n<p><b>Riccardo Alcaro:\u00a0<\/b>&#8220;Racconter\u00f2 le <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/11\/le-tre-storie-di-usa2020\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>tre storie di Usa 2020<\/strong><\/a>, elezioni del presidente e del Congresso degli Stati Uniti.\u00a0La prima storia \u00e8 quella che \u00e8 emersa subito, durante la notte dell&#8217;elezione, cio\u00e8 la <strong>forza residuale, o resilienza, del trumpismo<\/strong> e dello stesso presidente <strong>Donald Trump<\/strong>. I sondaggi, prima dell&#8217;elezione, davano una forbice di vantaggio a <strong>Joe Biden<\/strong> superiore a quella che poi \u00e8 risultata. Non tanto nel voto popolare, quanto nella sfida degli Stati chiave dove Biden ha prevalso non di molto, anzi, per certi aspetti di un margine inferiore a quello che aveva permesso a Trump di prevalere su Hillary Clinton nel 2016. Quindi, non c&#8217;\u00e8 stato quello che in molti si auguravano, cio\u00e8 un ripudio del trumpismo. Invece, Trump \u00e8 risultato essere il <strong>candidato repubblicano presidenziale di maggior successo della storia<\/strong>; \u00e8 in assoluto il secondo candidato per numero di voti in tutta la storia delle presidenziali americane, preceduto solo da <strong>Joe Biden<\/strong>. Soprattutto, <strong>ha espanso la base elettorale<\/strong> che lo aveva premiato nel 2016 di circa 10 milioni di voti. \u00c8 una performance straordinaria. Quindi <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/11\/trump-a-waterloo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">il trumpismo non \u00e8 un fenomeno passeggero<\/a> della politica americana; \u00e8, invece, senz&#8217;altro il presente, e probabilmente anche il prossimo futuro, anche se ci sono una serie di variabili che ora non possiamo del tutto prevedere della destra americana, cio\u00e8 del partito repubblicano, perch\u00e9 ormai questo \u00e8 quasi per intero un partito conservatore, molto conservatore. La <strong>retorica ultranazionalista<\/strong>, con queste forti venature xenofobe, tendenzialmente autoritarie, mirata alla demonizzazione dell&#8217;avversario, alla disinformazione, alla delegittimazione di ogni pratica o istituzione democratica che possa risultare nociva alla popolarit\u00e0 del presidente e alla presa di Trump sull&#8217;elettorato. In questo senso l&#8217;elettorato gli \u00e8 andato dietro: non sono bastati l&#8217;<strong>impeachment<\/strong> per abuso dei poteri presidenziali dovuto alla pressione esercitata sull&#8217;Ucraina affinch\u00e9 gettasse fango sul figlio di Biden, o la <strong>gestione della pandemia<\/strong> che, per usare un eufemismo, \u00e8 stata una mancata gestione, oppure l&#8217;<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/10\/non-solo-dribbling-della-tasse-i-debiti-di-trump-e-il-nodo-sicurezza-nazionale\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>opacit\u00e0 delle finanze di Trump<\/strong><\/a> sui cui trascorsi fiscali esistono molti pi\u00f9 punti interrogativi che certezze e gli innumerevoli conflitti di interesse che hanno caratterizzato la sua presidenza. Quindi, il trumpismo, non soltanto come discorso, ma anche come ora (protezionismo, chiusura all&#8217;immigrazione, tasse bassissime, smantellamento delle protezioni sociali, deregolamentazione finanziaria, ambientale, aggressivo unilateralismo in politica estera, e diplomazia molto concentrata sulla coercizione e non sulla persuasione, non solo sui rivali ma anche con gli alleati) per adesso \u00e8 qualcosa che non fa parte di una fase episodica della storia del partito repubblicano, ma invece <strong>\u00e8 il presente e il prossimo futuro<\/strong>, uno dei poli attorno al quale la politica americana continuer\u00e0 a girare anche prossimamente.<br \/>\nL&#8217;altra grande storia dell&#8217;elezione 2020 \u00e8 quella dell&#8217;<strong>inadeguatezza del sistema<\/strong>\u00a0per eleggere il presidente degli Stati Uniti. Avrete ormai imparato che non c&#8217;\u00e8 un&#8217;unica elezione del presidente degli Stati Uniti ma <strong>51 elezioni<\/strong>, una per Stato pi\u00f9 il <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/06\/washington-dc-51-stato-il-dilemma-degli-stati-uniti\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">distretto della Columbia<\/a>, ognuna delle quali produce un numero di grandi elettori, variabile a seconda della popolazione, ma che comunque ha uno <strong>sbilanciamento strutturale a favore degli Stati demograficamente pi\u00f9 piccoli<\/strong>, che in questa fase storica tendono a votare compattamente per i repubblicani, il che produce questa stranezza per cui due volte, dal 2000 in poi, abbiamo avuto un presidente eletto nonostante fosse stato sconfitto sul piano del voto popolare: <strong>Bush di 500mila voti nel 2000, Trump di quasi 3 milioni nel 2016<\/strong>.\u00a0Trump \u00e8 andato vicinissimo a essere riconfermato nonostante accusi uno svantaggio rispetto a Biden che in questo momento \u00e8 gi\u00e0 superiore ai 5 milioni di voti, e probabilmente \u00e8 destinato a crescere ancora man mano che si finiscono finalmente di contare i voti in uno Stato per esempio molto popoloso e a forte trazione democratica come New York. Questo sistema elettorale ha chiaramente un <strong>problema di legittimit\u00e0<\/strong>, perch\u00e9, se pensate che in tutta la storia degli Stati Uniti, pi\u00f9 di 230 anni, si \u00e8 registrato solo 5 volte questa stranissima circostanza di un presidente di minoranza, tre delle quali nel XIX secolo, mai nel XX, e due (quasi tre) nel XXI secolo, iniziato da appena vent&#8217;anni. Quindi <strong>c&#8217;\u00e8 un problema di legittimit\u00e0 che deve farci riflettere<\/strong> quando valutiamo la performance di Trump, che \u00e8 stata formidabile senz&#8217;altro, ma ha portato Trump a essere vicino alla conferma solo per questa particolarit\u00e0 del sistema elettorale americano, fondato sul collegio elettorale.<br \/>\nLa terza grande storia \u00e8 <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/11\/joe-biden-alla-casa-bianca\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">la <strong>forza del candidato Joe Biden<\/strong><\/a>.\u00a0Una forza inattesa dai pi\u00f9, ma non certo dai democratici visto che \u00e8 stato selezionato dalle primarie esattamente perch\u00e9 \u00e8 stato considerato il candidato che poteva attrarre non solo il voto della sinistra e del centro democratico, ma anche qualcosa dall&#8217;elettorato indipendente e forse qualcosina pure da quello repubblicano. Se la <strong>performance<\/strong> di Trump \u00e8 stata formidabile, allora quella di Biden \u00e8 stata <strong>straordinaria<\/strong>, visto che \u00e8 riuscito a prevalere anche sull&#8217;iniquit\u00e0 del collegio elettorale; \u00e8 riuscito a riconquistare i tre Stati dei Grandi Laghi (Michigan, Wisconsin e Pennsylvania), che avevano dato la vittoria a Trump a sorpresa nel 2016, ed erano tre roccaforti blu ora tornate in campo democratico; e soprattutto ha strappato ai repubblicani due Stati come l&#8217;Arizona e la Georgia, che invece sono due bastioni conservatori. La <strong>Georgia<\/strong> \u00e8 diventata una storia particolarmente interessante, visto che l\u00ec si giocher\u00e0 la <strong>maggioranza in Senato<\/strong> (ci sono due ballottaggi a gennaio; se i democratici li vincono entrambi possono ottenere la maggioranza nella Camera Alta). Biden \u00e8 stato molto forte come candidato, ma sar\u00e0 altrettanto efficace come presidente? Qui gli ostacoli sono enormi, le sfide veramente gigantesche&#8221;.<\/p>\n<p><b>Mario Del Pero:\u00a0<\/b>&#8220;Credo che Biden abbia di fronte a s\u00e9 un <strong>compito immane<\/strong>, anche in conseguenza dell&#8217;esito di questo voto e non solo. Questo voto ci rivela alcune cose: rivela un&#8217;<strong>America iper-polarizzata<\/strong>, ci rivela una capacit\u00e0 inattesa dei repubblicani di ampliare un bacino elettorale che noi tutti pensavamo fosse fisiologicamente pi\u00f9 costretto e ridotto, e ci rivela un precisa traduzione politico istituzionale di questo risultato elettorale.\u00a0La traduzione politico istituzionale \u00e8 quella di un <strong>governo che quasi certamente potrebbe essere diviso<\/strong>.\u00a0Nel senso che il Senato potrebbe rimanere nelle mani dei repubblicani; laddove invece ci sarebbe una maggioranza democratica sarebbe estremamente fragile e si dovrebbe affidare al voto della vicepresidente, una maggioranza quindi non sufficiente per immaginare grandi e ambiziose agende che passino per via legislativa. Ci rivelano anche una <strong>dialettica tra potere federale e potere statale<\/strong> destinata a farsi ancora pi\u00f9 intensa. Se sono andati bene i repubblicani nelle elezione del Congresso, sono andati ancora meglio per le tante assemblee legislative, i tanti congressi statali, per cui si \u00e8 votato-\u00a0 circa l&#8217;85% delle camere basse e i 2\/3 di quelle alte -, e che i democratici speravano di sottrarre ai repubblicani (i liberal hanno investito tantissimo per la campagna elettorale). Queste assemblee sono tuttavia rimaste per la gran parte repubblicane, in un contesto polarizzato di estrema stabilit\u00e0: ci sono stati pochissimi passaggi di maggioranza di un&#8217;assemblea legislativa all&#8217;altra &#8211; 49 Stati su 50 hanno sistemi bicamerali. Il New Hampshire \u00e8 l&#8217;unico stato che ha cambiato maggioranza e lo hanno perso i democratici. Quindi, ecco la dialettica intensa tra potere statale e potere federale.<br \/>\nSistema polarizzato &#8211; lo mostrano bene le esperienze di Obama e Trump &#8211; \u00e8 un sistema dove \u00e8 estremamente difficile, quasi impossibile, dare codificazione legislativa all&#8217;iniziativa politica e alle politiche pubbliche che l&#8217;amministrazione vuole promuovere. E allora le amministrazioni cosa fanno? Usano e abusano di strumenti altri, che sono <strong>strumenti esecutivo-amministrativi<\/strong>: ordini esecutivi, decreti presidenziali, ovvero invasive indicazioni attuative alle agenzie federali competenti su come interpretare e applicare una determinata legge, spesso stravolgendone il significato. Lo ha fatto Obama e lo ha fatto Trump, qual \u00e8 il problema? Il problema \u00e8 innanzitutto che si lascia un&#8217;<strong>eredit\u00e0 tracciata nella sabbia<\/strong>, disposta a qualsiasi mareggiata elettorale, tant&#8217;\u00e8 che l&#8217;imponente ambizioso apparato regolamentatore di Obama sull&#8217;ambiente \u00e8 stato travolto con due colpi di penna da Trump.<br \/>\nIl secondo problema \u00e8 che questi ordini esecutivi, privi di codificazione legislativa, generano <strong>la reazione, la risposta e la resistenza degli Stati<\/strong>, che possono cercare di bloccarli ricorrendo alla terza gamba del sistema di potere statunitense, ossia il <strong>potere giudiziario<\/strong>. Quel potere giudiziario fatto di corti federali, corti d&#8217;appello, corti distrettuali, riempite di giudici conservatori giovani da Trump. Dico giovani perch\u00e9 rimarranno in carica a lungo: i tre della Corte Suprema nominati da Trump sono i pi\u00f9 giovani del plenum. Quindi, <strong>un terzo della Corte Suprema \u00e8 nominata da Trump<\/strong>, e sono i tre giudici pi\u00f9 giovani che, augurando a loro lunga vita, resteranno in carica fino al 2050\/2055.\u00a0Quindi, Biden governer\u00e0, e lo ha gi\u00e0 annunciato, per via esecutiva; credo che lo far\u00e0 su alcuni temi forti: clima, sanit\u00e0 (oggi c&#8217;\u00e8 una forte richiesta di sanit\u00e0 pubblica anche a destra), e ovviamente l&#8217;emergenza economica da affrontare. Lo far\u00e0 con ordini esecutivi, per\u00f2 si trova a fronteggiare un contesto davvero molto complicato. \u00c8 un lavoro immane quello che aspetta il presidente eletto&#8221;.<\/p>\n<p><b>Serena Di Ronza:\u00a0<\/b>&#8220;Il panorama televisivo e mediatico americano \u00e8 completamente diverso da quello italiano. Secondo me si pu\u00f2 partire da una frase che pu\u00f2 essere emblematica dell&#8217;importanza e della forza che hanno i media negli Usa, sono alcune parole pronunciate da Trump poco prima delle elezioni, quando ha detto che <strong>la maggiore differenza tra le elezioni del 2016 e quelle del 2020 \u00e8 Fox<\/strong>. Sono parole che danno un quadro della <strong>forza dei network televisivi americani<\/strong>, quelli che si assumono la responsabilit\u00e0 di dichiarare il vincitore alle urne. Una responsabilit\u00e0 enorme. Negli Usa non c&#8217;\u00e8 un omologo del Viminale italiano che comunica i risultati, poi diffusi dai media. Negli Usa<strong> sono gli stessi network a dichiarare il vincitore delle elezioni<\/strong> nei singoli Stati e a decretare poi il presidente. Lo fanno sulla base di dati diversi: Abc, Cbs, Cnn e Nbc fanno parte del National Election Poll, che consegna loro degli exit poll condotti da Edison Research. L&#8217;Associated Press invece dichiara il vincitore sulla base dei sondaggi che poi incrociano con i dati pubblici disponibili on-line. Una differenza sul poll di dati a cui accedono che \u00e8 emersa chiaramente quest&#8217;anno, con Fox che ha assegnato a Joe Biden l&#8217;Arizona gi\u00e0 nella notte elettorale tra il 3 e il 4 novembre, mentre la Cnn, la prima a dichiarare Biden presidente eletto, lo ha fatto solo pochi giorni dopo. Una differenza di alcuni giorni sostanziale, che non \u00e8 sfuggita alla Casa Bianca e sulla quale Trump si \u00e8 infuriato, soprattutto perch\u00e9 la notizia \u00e8 arrivata da Fox, un tempo la sua tv preferita. Tanto \u00e8 che il presidente ha tentato senza successo di chiedere che Fox ritrattasse l&#8217;assegnazione dello Stato. Il &#8220;no&#8221; di Fox ha scatenato l&#8217;ira di Trump e della sua campagna elettorale, concludendo cos\u00ec un&#8217;alleanza che era durata per anni. Fox \u00e8 stato infatti il suo palcoscenico privilegiato da quando Trump si \u00e8 candidato nel 2015. Talmente privilegiato che il presidente ha ritenuto il network di Rupert Murdoch un suo strumento personale di comunicazione. Un rapporto che per\u00f2 aveva incominciato ad incrinarsi nelle settimane precedenti al voto, quando Fox ha iniziato a mandare in onda anche i comizi di Biden. Per Trump \u00e8 stato un tradimento, l&#8217;inizio della fine di una lunga partnership. A nulla sono valse le spiegazioni del network di volere fornire al pubblico l&#8217;informazione completa; Trump le ha respinte seccamente, scaricando la tv di\u00a0Murdoch. Ora Fox per forza si apre a una nuova era per la quale serve una nuova anima. Tutto nella consapevolezza che il presidente potrebbe annunciare una sfida con un suo network, nel quale vorrebbe Sean Hannity, Tucker Carson e Laura Ingraham, tre dei volti pi\u00f9 noti di Fox e fortissimi sostenitori di Trump. Il <strong>legame tra Fox e Trump<\/strong> mostra come il presidente non abbia solo sconvolto la politica americana, ma anche i media e la rete di\u00a0Murdoch, che \u00e8 l&#8217;unico grande network conservatore, ma non \u00e8 l&#8217;unico a doversi reinventare. In campo liberal la situazione \u00e8 simile ma con una maggiore concorrenza, <strong>Cnn, Abc e Cbs hanno fatto la guerra a Trump per quattro anni<\/strong>. Una guerra senza tregua che ha attirato loro molto pubblico e quindi molti ricavi. Ora con Trump verso l&#8217;uscita si trovano a doversi reinventare consapevoli che l&#8217;etichetta di <em>fake news media<\/em>\u00a0che il presidente ha affibbiato loro non sar\u00e0 facile da rimuovere, soprattutto per i 70 milioni di americani che hanno votato per Trump. Per loro quindi si prospetta una battaglia su pi\u00f9 fronti. Dettata anche dal riaffacciarsi a una realt\u00e0 ben diversa da quella sfarzosa degli anni di Trump. Si torna infatti verso una Casa Bianca presumibilmente pi\u00f9 normale e istituzionale, meno sfavillante di quella di Trump che ha consentito una copertura mediatica quasi da reality show, in grado di attirare pubblico e pubblicit\u00e0. Un effetto Trump \u00e8 evidente non solo per le televisioni ma anche per la <strong>carta stampata<\/strong>, lo ha ammesso il New\u00a0York\u00a0Times, come lo aveva ammesso nel 2016 il numero uno di Cbs replicando a chi gli chiedeva spiegazioni per la copertura spropositata di Trump da parte dell&#8217;emittente. Aveva detto: &#8220;Attenti, probabilmente non fa bene all&#8217;America, ma a noi fa molto bene&#8221;. In attesa che <strong>Trump conceda la vittoria a Biden<\/strong> e che il presidente Biden si insedi, si rincorrono gi\u00e0 voci sul futuro di queste emittenti televisive, soprattutto sulla Cnn, la <em>fake news media<\/em>\u00a0per eccellenza secondo Trump. Indiscrezioni dicono che la sua propriet\u00e0 la voglia vendere e qualcuno sostiene anche che <strong>Jeff Bezos<\/strong> possa essere interessato&#8221;.<\/p>\n<p><b>Lorenzo Pregliasco:\u00a0<\/b>&#8220;Mi concentrer\u00f2 su tre punti, provando a descrivere e aggiungere qualche elemento di analisi rispetto a <strong>chi ha votato chi<\/strong>.\u00a0Iniziamo con una chiave geografica. Le mappe del New York Times mostrano alcuni elementi particolarmente significativi. Risulta evidente come ci siano state <strong>due tendenze opposte<\/strong>: da un lato, tendenze pro-Biden molto marcate, come \u00e8 avvenuto nei pressi di Atlanta, in Georgia, nella Virginia settentrionale, e nei dintorni di Denver in Colorado &#8211; queste sono tutte testimonianze di <em>shift<\/em> pro-Biden nelle zone suburbane, lo stesso vale anche per vari punti del Texas, intorno a Dallas, Houston e nelle citt\u00e0 maggiori. Dall&#8217;altra per\u00f2 abbiamo assistito agli <em>shift<\/em> a favore di Trump, sparsi per il Paese, tra cui parti della Florida, e le famose contee del Rio Grande fra Texas e Messico, le quali testimoniano che almeno in questa parte di comunit\u00e0 ispaniche Trump sia riuscito a recuperare un quantitativo ingente di voti. Questo <strong>non significa che Trump abbia vinto tra gli ispanici<\/strong>;\u00a0tutt&#8217;altro: tra gli ispanici nel complesso Biden ha vinto di pi\u00f9 di 20 punti, ma significa che Trump \u00e8 riuscito a ridurre il margine che lo separava dai democratici presso gli elettori ispanici e in particolare in queste aree, meno in Arizona, nella California meridionale, per esempio.<br \/>\nQuesto ci d\u00e0 <strong>un disegno non solo geografico ma anche sociale<\/strong>, perch\u00e9 i <em>suburbs<\/em> del ceto medio americano, che fino al 2012 sono stati un bacino tradizionalmente repubblicano, hanno completato una transizione a favore dei democratici che si era gi\u00e0 vista nel 2016 e nel voto di\u00a0<em>midterm<\/em> del 2018, e qui si trova un altro fattore che \u00e8 quello <strong>socio-economico<\/strong>. Si pu\u00f2 dire che queste elezioni, come ci mostra un&#8217;analisi molto interessante dell&#8217;economista Jed Kolko, abbiano approfondito il <strong>solco tra America rossa e America blu<\/strong>, dal punto di vista economico. I dati mostrano una correlazione molto interessante tra la crescita di Trump e le zone economicamente pi\u00f9 in difficolt\u00e0, sia in termini di proiezione di crescita dell&#8217;occupazione, sia in termini di sostituibilit\u00e0 del lavoro: si vede come le contee che hanno una percentuale elevata di <em>routine jobs<\/em>, quindi di occupazioni sostituibili potenzialmente da robot, siano tra quelle nelle quali Trump ha fatto meglio, in cui c&#8217;\u00e8 una correlazione negativa con gli <em>shift<\/em> negativi di Trump, tra 2016 e 2020.<br \/>\nL&#8217;ultimo aspetto che mi sembra utile toccare \u00e8 quello della <strong>demografia<\/strong>: gli<strong> over 65<\/strong>, che sembrano aver diviso a met\u00e0 le loro preferenze di voto tra Trump e Biden, bench\u00e9 le previsioni prima del voto e molti sondaggi avessero evidenziato un potenziale importante per Biden in questa fascia. Altra cosa interessante \u00e8 il fatto che tra i <strong>bianchi<\/strong>, in particolare tra le <strong>donne bianche<\/strong>, permane una sostanziale divisione tra repubblicani e democratici. Si era detto che il segmento delle donne bianche fosse molto pi\u00f9 favorevole a Biden che non a Hillary Clinton: i dati di cui disponiamo sembrano dire che quello sfondamento non c&#8217;\u00e8 stato, e che quindi, da un certo punto di vista, l&#8217;<strong>America bianca abbia effettivamente svoltato ulteriormente verso i democratici<\/strong>. Mi riferisco al ceto medio, alle persone pi\u00f9 urbanizzate o con livelli professionali medio-alti, ma questo <strong>non \u00e8 valso per tutti<\/strong>;\u00a0anzi, tra i bianchi della\u00a0<em>working class<\/em>, tendenzialmente residenti in piccoli centri e aree rurali, non abbiamo visto quel recupero da parte di Biden che alcuni invece immaginavano fosse probabile dopo la disfatta del 2016 proprio in questo segmento&#8221;.<\/p>\n<p><strong>GUARDA IL VIDEO DEL WEBINAR<\/strong><\/p>\n<div align=\"center\"><iframe loading=\"lazy\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/sgO7K4sI_44\" width=\"640\" height=\"360\" frameborder=\"0\" allowfullscreen=\"allowfullscreen\"><span data-mce-type=\"bookmark\" style=\"display: inline-block; width: 0px; overflow: hidden; line-height: 0;\" class=\"mce_SELRES_start\">\ufeff<\/span><\/iframe><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gioved\u00ec 19 novembre si \u00e8 tenuto il webinar organizzato dallo IAI e dalla rivista AffarInternazionali sulle elezioni americane, dal titolo &#8220;L&#8217;America di Biden e Harris&#8220;. 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