{"id":86469,"date":"2021-01-17T15:37:12","date_gmt":"2021-01-17T14:37:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=86469"},"modified":"2021-02-05T07:56:33","modified_gmt":"2021-02-05T06:56:33","slug":"libia-un-decennio-di-lenta-ma-inesorabile-disintegrazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/01\/libia-un-decennio-di-lenta-ma-inesorabile-disintegrazione\/","title":{"rendered":"Libia: un decennio di lenta ma inesorabile disintegrazione"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/speciali\/dieci-anni-dalle-primavere-arabe\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-86822 size-medium\" src=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Dieci-anni-dalle-Primavere-arabe_1200x640-300x160.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"160\" srcset=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Dieci-anni-dalle-Primavere-arabe_1200x640-300x160.jpg 300w, https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Dieci-anni-dalle-Primavere-arabe_1200x640-768x410.jpg 768w, https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Dieci-anni-dalle-Primavere-arabe_1200x640-1024x546.jpg 1024w, https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Dieci-anni-dalle-Primavere-arabe_1200x640-125x67.jpg 125w, https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/Dieci-anni-dalle-Primavere-arabe_1200x640.jpg 1200w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a>A pi\u00f9 di dieci anni dall\u2019intervento Nato in <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/09\/libia-al-serraj-in-bilico-e-il-rischio-di-una-nuova-incertezza\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Libia<\/strong><\/a>, rimane molto poco di un Paese che durante i primi anni 2000 vantava i migliori tassi di sviluppo e benessere nel continente africano. Dilaniato da un progressivo inasprirsi delle violenze, la distruzione e le ingerenze esterne, la Libia rappresenta oggi \u2013 e molto probabilmente per il medio futuro \u2013 un <strong>microcosmo di conflittualit\u00e0<\/strong>, frammentazione e criminalit\u00e0 e nel bel mezzo del Mediterraneo con significative ripercussioni per l\u2019Africa, l\u2019Europa e il Medioriente.<\/p>\n<p>La ripresa del processo diplomatico dopo la tregua di fine ottobre ha riacceso un barlume di speranza per la Libia ma <a href=\"https:\/\/www.crisisgroup.org\/middle-east-north-africa\/north-africa\/libya\/b80-fleshing-out-libya-ceasefire-agreement\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">sono molte le incognite future<\/a>. <strong>Mettere un freno alla disintegrazione libic<\/strong>a non sar\u00e0 facile, specialmente per via della frammentazione libica e la moltiplicazione di attori coinvolti, <a href=\"https:\/\/www.iai.it\/en\/pubblicazioni\/ceasefire-feet-clay-potential-spoilers-peace-libya\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">alcuni dei quali<\/a> non vedono nel processo diplomatico un veicolo per assicurare i propri interessi nel Paese.<\/p>\n<p>Non sono da escludere, quindi, nuove azioni che cerchino di minare il processo diplomatico, <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2019\/04\/libia-haftar-sarraj-italia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">come accaduto nell&#8217;aprile 2019<\/a>, quando <strong>Khalifa Haftar<\/strong>, autoproclamandosi capo dell\u2019esercito, con il sostegno di Francia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Russia, diede inizio all\u2019ultima fase del conflitto libico, avanzando verso Tripoli con l\u2019obiettivo di sovrastare il <strong>Governo di accordo nazionale<\/strong> (Gna) riconosciuto dall\u2019Onu ed emerso a fine 2015 dall\u2019Accordo politico libico mediato dalle Nazioni unite.<\/p>\n<p>Questo terzo capitolo del conflitto &#8211; che ha fatto seguito alle precedenti fasi della rivoluzione e all\u2019intervento Nato del 2011, e i violenti scontri che seguirono le seconde, contestate elezioni del 2014 -, \u00e8 terminato grazie all\u2019intervento della Turchia a sostenegno del Gna di Tripoli, che ha messo fine all\u2019avanzata di Haftar, ponendo le basi per un ribilanciamento delle forze militari e quindi per un cessate il fuoco tra il Gna e le forze di Haftar.<\/p>\n<p>Da allora sono lentamente ripresi i negoziati Onu con la promessa di spianare la strada alla creazione di un nuovo governo di accordo nazionale e la preparazione di <strong>elezioni annunciate per il dicembre 2021<\/strong>. Sar\u00e0 un percorso lungo e incerto, il fine del quale rischia per\u00f2 di dipendere meno dai libici stessi che dagli interessi dei vari attori extra-libici coinvolti nel conflitto.<\/p>\n<p><strong>L\u2019interferenza straniera<\/strong><br \/>\nIl processo diplomatico \u00e8 infatti tenuto in ostaggio non solo dalle milizie locali, che vedono nei negoziati una maniera per formalizzare i loro nuovi ruoli di influenza, ma anche dai propri <strong>sponsor esteri<\/strong>, che guardano a questi interlocutori come un veicolo per assicurare i propri interessi di medio e lungo periodo in Libia, spesso a discapito di una reale riconciliazione nazionale. Il rischio pi\u00f9 grande \u00e8 quello che gli sponsor esterni preferiscono la certezza di mantenere la propria influenza su una parte della Libia all\u2019incognita di quello che potrebbe accadere qualora emerga un governo nazionale, e che per questa ragione possano avere un interesse nel sovvertire il negoziato.<\/p>\n<p>Ma questo processo di lenta disintegrazione della Libia si rispecchia non soltanto nelle <strong>divisioni politico-militari tra est e ovest<\/strong>\u00a0e nel proliferare delle milizie, della corruzione e degli attori para-statali. L\u2019elemento pi\u00f9 preoccupante deriva invece dal progressivo declino di tutti gli indici socio-economici e di sviluppo in Libia, seppur con importanti distinzioni tra le diverse regioni del Paese. A pagare il prezzo pi\u00f9 alto \u00e8 quindi la popolazione che, insieme alle categorie pi\u00f9 vulnerabili, prime tra tutti i rifugiati \u2013 ad oggi pi\u00f9 di <a href=\"https:\/\/reliefweb.int\/sites\/reliefweb.int\/files\/resources\/libya_bulletin_october_2020.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">585mila persone<\/a> \u2013 si ritrovano a contendere con la graduale distruzione del tessuto sociale ed economico, l\u2019<strong>aumento della radicalizzazione<\/strong> e il divampare dell\u2019informalit\u00e0, istituzionale, economica e politica.<\/p>\n<p><strong>L\u2019assenza di un monopolio della forza<\/strong><br \/>\nLo spettro di una cosiddetta \u201csomalizzazione\u201d della Libia \u00e8 ancora l\u00ec, e porta con se significativi rischi sia in ambito di unit\u00e0 territoriale della che nella continua esportazione di instabilit\u00e0 verso i propri vicini. Per l\u2019Europa sono i flussi migratori, la sicurezza energetica e la minaccia terroristica a destrare pi\u00f9 preoccupazione, ma questi sono semplici sintomi della pi\u00f9 profonda atomizzazione del potere politico, economico e militare in Libia. Questa frammentazione nasce dall\u2019impossibilit\u00e0 (o incapacit\u00e0) di confrontare le molteplici milizie e gruppi armati nel paese dopo la caduta di Gheddafi.<\/p>\n<p>Il problema del mancato monopolio sull\u2019uso della forza rappresenta il peccato originale della transizione post-2011. Nella realt\u00e0 dei fatti, per\u00f2, l\u2019Europa stessa \u2013 primi tra tutti la <strong>Francia<\/strong> e l\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/06\/la-russia-in-libia-una-nuova-sfida-per-litalia\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Italia<\/strong><\/a> \u2013 ha dato sostegno a varie milizie e attori non statali in Libia, utilizzandoli per il contrasto alla migrazioni, al terrorismo e la sicurezza degli impianti energetici. Come l\u2019Europa, anche la Russia, l\u2019Egitto, la Turchia, il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti sono tutti intervenuti in Libia, dando priorit\u00e0 ai propri interessi che poco hanno a che vedere con la Libia stessa e ancora meno con le aspirazioni popolari che portarono alla <strong>rivolta contro Gheddafi nel 2011<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>Arrestare la crisi socio-economica<\/strong><br \/>\nFino a quando non si riuscir\u00e0 a domare l\u2019indipendenza delle milizie e dei propri network clientelari, instaurando un reale processo di riconciliazione nazionale capace di navigare gli interessi contrastanti dei molteplici attori esteri coinvolti in Libia ma al contempo dare risposte concrete alle rivendicazioni della societ\u00e0 libica, il Paese continuer\u00e0 a versare in questo circolo vizioso di fragilit\u00e0, conflitto e frammentazione.<\/p>\n<p>Per questo non si deve perdere di vista il <strong>crescente malcontento sociale interno alla Libia<\/strong> stessa, incluso in ambito di corruzione e l\u2019uso improprio delle vaste ricchezze libiche. Se la <strong>crisi socio-economica e umanitaria<\/strong> non viene arrestata, non vi sar\u00e0 negoziato diplomatico che tenga e il paese \u00e8 destinato ricadere in un vortice di instabilit\u00e0 e frammentazione, il risultato ultimo del quale potrebbe anche sfociare in una vera e propria disintegrazione territoriale della Libia, uno scenario da incubo con profonde implicazioni per tutto il continente africano, come per l\u2019Europa e il Medio Oriente.<\/p>\n<p><small> Foto di copertina Mahmud TURKIA \/ AFP <\/small><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A pi\u00f9 di dieci anni dall\u2019intervento Nato in Libia, rimane molto poco di un Paese che durante i primi anni 2000 vantava i migliori tassi di sviluppo e benessere nel continente africano. 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