{"id":88148,"date":"2021-05-07T08:54:16","date_gmt":"2021-05-07T06:54:16","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=88148"},"modified":"2021-05-07T14:34:00","modified_gmt":"2021-05-07T12:34:00","slug":"coordinamento-sanitario-ue-la-strada-e-in-salita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/05\/coordinamento-sanitario-ue-la-strada-e-in-salita\/","title":{"rendered":"Strada in salita per il coordinamento sanitario Ue"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-weight: 400;\">\u201cNon possiamo aspettare la fine della pandemia per riparare i danni e pensare al futuro. <\/span><b>Porremo le basi per un\u2019Unione europea della salute pi\u00f9 forte<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">, in cui 27 Paesi possano lavorare insieme per avviare una risposta collettiva\u201d. Era il 25 ottobre dell\u2019anno scorso e, tradotte in italiano, le parole della presidente della Commissione europea <\/span><b>Ursula von der Leyen<\/b><span style=\"font-weight: 400;\"> suonavano pi\u00f9 o meno cos\u00ec. Trascorsi poco pi\u00f9 di sei mesi, quelle dichiarazioni sembrano gi\u00e0 lontanissime. Se mai c\u2019\u00e8 stato un momento durante la pandemia in cui la creazione di un\u2019Unione europea della salute sia stata pi\u00f9 vicina, <\/span><b>adesso quel momento si \u00e8 allontanato<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Nel mezzo c\u2019\u00e8 stata <\/span><a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/03\/europa-guerra-vaccini\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><span style=\"font-weight: 400;\">la <\/span><b>partenza lentissima sui vaccini<\/b><\/a><span style=\"font-weight: 400;\">, che gli Stati membri dell\u2019Ue hanno potuto rinfacciare alla Commissione proprio a causa di quel tentativo di strappo e accelerazione iniziale di von der Leyen. Insomma, <\/span><b>proporre di centralizzare tutto, subito<\/b><span style=\"font-weight: 400;\"> \u2013 anche forzando la lettera dei Trattati \u2013 <\/span><b>non ha pagato<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">.<\/span><\/p>\n<p><b>Un\u2019integrazione fatta sulle crisi?<br \/>\n<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">Per le istituzioni europee cercare di bruciare le tappe approfittando delle crisi \u00e8 un po\u2019 un riflesso condizionato. Che ci riporta subito alla prima, grossa crisi europea del decennio appena trascorso: la doppia recessione economica e la crisi dell\u2019euro. Allora la tragica situazione in Grecia e i rischi per la tenuta finanziaria di piccoli ma anche grandi Paesi europei (inclusa l\u2019Italia) portarono al <\/span><b>rafforzamento dell\u2019Unione economica e monetaria<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">: il <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">Quantitative Easing<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> della Bce, la creazione del Meccanismo europeo di stabilit\u00e0, il quasi completamento dell\u2019Unione bancaria. D\u2019altronde, chi studia l\u2019Europa se lo sente dire spesso: <\/span><b>l\u2019integrazione europea si \u00e8 \u201cfatta\u201d sulle crisi<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">. La Seconda guerra mondiale ci ha portati alla Cee, l\u2019implosione dell\u2019Unione sovietica ci ha condotti all\u2019Ue, la crisi delle monete nazionali dei primi anni Novanta ha imposto l\u2019euro, la crisi dell\u2019euro ha rafforzato la sorveglianza fiscale e la risposta monetaria.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">In realt\u00e0 si tratta di un <\/span><b>caso perfetto di memoria selettiva<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">. Brexit, una vicenda che mette in crisi il vero e proprio \u201cdestino manifesto\u201d dell\u2019Europa (quello di essere una <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">ever closer Union<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\">, una \u201cUnione sempre pi\u00f9 unita\u201d), \u00e8 stata quantomeno interlocutoria sul piano della maggiore integrazione tra i 27 governi restanti. E il passato recente ci offre un chiaro caso in cui una crisi non ha certo portato a \u201cpi\u00f9 Europa\u201d: <\/span><b>l\u2019impennata dei flussi migratori<\/b><span style=\"font-weight: 400;\"> del 2015. Anche l\u00ec, la Commissione europea aveva fatto proposte ambiziose nella speranza che, se le cose fossero andate per il verso giusto, questo avrebbe significato maggiori competenze acquisite per la Commissione e un altro passo in avanti nel processo d\u2019integrazione europea. Qualcosa di simile \u00e8 accaduto con la pandemia e i vaccini.<\/span><\/p>\n<p><b>Le cose che non vanno<br \/>\n<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">Con i vaccini si trattava di negoziare \u201cin blocco\u201d con le case farmaceutiche, anzich\u00e9 andarci separati e rischiare una guerra per le forniture tra Stati membri; con i migranti, nel 2015, di redistribuirli in maniera solidale tra gli Stati membri. Alla fine, in entrambi i casi \u00e8 andata male: i ricollocamenti di richiedenti asilo sono stati un fallimento, mentre sui vaccini il Regno Unito della Brexit ha astutamente \u201craggirato\u201d l\u2019Europa e gli Stati Uniti ci hanno doppiato. <\/span><b>Con che faccia la Commissione pu\u00f2 presentarsi oggi ai Paesi europei per passare all\u2019incasso?<\/b><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Inoltre, c\u2019\u00e8 da chiedersi: se anche le vaccinazioni fossero andate bene, <\/span><b>a cosa precisamente dovrebbe servire un\u2019Unione europea della salute<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">? Certo, la pandemia ha messo in evidenza una serie di cose che proprio non vanno nell\u2019attuale gestione della cosa pubblica tra gli Stati membri. Per esempio, malgrado ci sia in un mercato comune, le regole per le chiusure e le riaperture le abbiamo stabilite a livello nazionale, e solo verso l\u2019estate scorsa abbiamo tentato di trovare indicatori condivisi per definire la gravit\u00e0 della situazione epidemiologica in ciascun Paese. Dopo averlo fatto, abbiamo comunque faticato prima di riuscire a trovare qualche regola che facesse discendere da questa descrizione \u201ccondivisa\u201d delle conseguenze pratiche \u2013 come la maggiore chiusura o riapertura delle frontiere, o un rilassamento delle regole di isolamento.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">In ogni caso, le regole sui movimenti tra Stati membri non riguardano specificamente la sanit\u00e0 e sono negoziate a livello di capi di Stato e di governo. Che, a riprova di quanto divisi siano i 27, oggi discutono di un <\/span><b>\u201ccertificato verde digitale\u201d<\/b><span style=\"font-weight: 400;\"> per i vaccinati (ma anche per chi sia guarito da poco dal virus, o abbia ottenuto un risultato negativo al test) che sia omogeneo per tutti, ma da cui di fatto potrebbero scaturire regole diverse stabilite a livello nazionale.<\/span><\/p>\n<p><b>La lezione del dossier migranti<br \/>\n<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">\u00c8 il meglio che si possa fare a livello di coordinamento sanitario europeo? Certo che no. La pandemia ha dimostrato che <\/span><b>mettere insieme le competenze porterebbe benefici in diversi ambiti<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">. Migliori e pi\u00f9 omogenee politiche di <\/span><i><span style=\"font-weight: 400;\">testing<\/span><\/i><span style=\"font-weight: 400;\"> e tracciamento, che permettano di fidarci gli uni degli altri. Una capacit\u00e0 di tener traccia del virus e delle sue varianti che non sia cos\u00ec diversa da Paese a Paese \u2013 il che ha forti conseguenze, di nuovo, sulla fiducia reciproca. Una \u201ccentrale\u201d per coordinare gli acquisti di materiale sanitario e attrezzature mediche e la loro distribuzione ai Paesi europei pi\u00f9 in difficolt\u00e0, a seconda di come evolve un\u2019emergenza sanitaria internazionale. Un miglior coordinamento per gestire gli aiuti ai Paesi terzi, anzich\u00e9 27 risposte nazionali che vanno a sommarsi (spesso, a sovrapporsi) a quella europea.<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">Perch\u00e9, dunque, non lo facciamo? Dobbiamo essere realisti e dircelo onestamente: <\/span><b>ciascuno Stato membro \u00e8 geloso del proprio sistema sanitario nazionale e non vuole rischiare che sorveglianza e coordinamento \u201ceuropei\u201d vadano a beneficio di altri<\/b><span style=\"font-weight: 400;\">. Ripeterci che \u201cnessuno \u00e8 al sicuro finch\u00e9 tutti non sono al sicuro\u201d \u00e8 un ottimo modo per ricordarci che esistono anche gli altri. Ma, in situazioni di stress e di risorse scarse, l\u2019istinto ci porta a dimenticarci del bene pubblico globale per guardare al nostro orticello.\u00a0<\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-weight: 400;\">\u00c8 accaduto con le migrazioni internazionali qualche anno fa e cos\u00ec oggi, con i flussi irregolari in ripresa nel Mediterraneo centrale, siamo nella stessa situazione del 2015. Sarebbe tragico se, dimostrando di non aver imparato alcuna lezione, i governi europei lasciassero che lo stesso accada con la pandemia.<\/span><\/p>\n<p>Questo articolo \u00e8 stato pubblicato nell\u2019ambito\u00a0dell\u2019Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana, realizzato anche grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.\u00a0Le opinioni espresse dall\u2019autore sono strettamente personali e non riflettono necessariamente quelle dello IAI, dell\u2019ISPI o del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cNon possiamo aspettare la fine della pandemia per riparare i danni e pensare al futuro. Porremo le basi per un\u2019Unione europea della salute pi\u00f9 forte, in cui 27 Paesi possano lavorare insieme per avviare una risposta collettiva\u201d. 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