{"id":88760,"date":"2021-07-05T07:10:27","date_gmt":"2021-07-05T05:10:27","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=88760"},"modified":"2021-07-21T06:59:04","modified_gmt":"2021-07-21T04:59:04","slug":"integrazione-differenziata-ue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/07\/integrazione-differenziata-ue\/","title":{"rendered":"Rischi e opportunit\u00e0 dell&#8217;integrazione differenziata Ue"},"content":{"rendered":"<p>Le <strong>integrazioni differenziate<\/strong> delle quali si parla oggi in Europa <strong>non sarebbero piaciute agli europeisti della prima e della seconda generazione<\/strong>. Anche loro arrivarono a concepire, e a praticare, forme di integrazione pi\u00f9 avanzata per gruppi limitati di Stati membri, ma il significato era un altro e sempre funzionale a quella &#8220;<strong>ever closer Union&#8221;<\/strong>\u00a0che sin dal Trattato di Roma indicava uno scopo immanente non per alcuni, ma per tutti i componenti della Comunit\u00e0. Non a caso,<strong> se integrazioni parziali venivano progettate<\/strong>, i gruppi destinati a realizzarle venivano chiamati <em>avant-garde<\/em>, sulla trasparente premessa che <strong>esse aumentavano la velocit\u00e0, ma al traguardo poi dovevano arrivare tutti<\/strong>. E infatti le porte, per gli altri, dovevano restare aperte.<\/p>\n<p><strong>L\u2019esempio pi\u00f9 noto<\/strong>, e di maggior successo, di questo vero e proprio processo a tappe dell\u2019integrazione \u00e8 offerto notoriamente dall\u2019<strong>area Schengen<\/strong>, nata con un accordo fra alcuni e alla quale gli altri hanno via via aderito, sino a quando il relativo assetto \u00e8 divenuto <em>acquis communitaire<\/em>. E se non tutti vi hanno preso poi (interamente) parte, lo si \u00e8 dovuto non alla sua originaria parzialit\u00e0, ma a quel peculiare istituto che \u00e8 l\u2019<em>opting out <\/em>da regolazioni ed assetti comuni.<\/p>\n<p>In questi termini l\u2019integrazione differenziata \u00e8 stata codificata dal Trattato di Amsterdam prima, poi da quello di Nizza ed \u00e8 da ultimo approdata in quello di Lisbona. \u00c8 previsto che essa divenga possibile solo dopo aver constatato in Consiglio che l\u2019opposizione di alcuni rende impossibile procedere insieme (\u201centro un termine ragionevole\u201d, come leggiamo nell\u2019articolo 20 del vigente Trattato sull\u2019Unione). Occorre una richiesta degli Stati membri che intendono instaurarla fra loro (almeno nove) ed <strong>occorre comunque che la Commissione poi la proponga e che ci sia la luce verde sia del Consiglio sia del Parlamento<\/strong>. Le porte devono essere aperte e devono essere rispettate le finalit\u00e0 comuni, oltre che le competenze degli Stati membri non partecipanti,<\/p>\n<p>Molto altro ci sarebbe da dire, specie sulle <strong>cooperazioni rafforzate<\/strong> relative ai temi pi\u00f9 delicati \u2013 la sicurezza e la <strong>difesa<\/strong> &#8211; per le quali anche la procedura \u00e8 regolata in modo pi\u00f9 complesso. Ma limitiamoci qui a ricordare che sono proprio queste le cooperazioni rimaste sulla carta e che sono poche quelle entrate in funzione, in settori importanti e tuttavia non centrali, come la cooperazione sul \u201cdiritto applicabile in materia di <strong>divorzio<\/strong> e di separazione legale\u201d, avviata con decisione del Consiglio del 12 luglio 2010. Giova altres\u00ec sottolineare che <strong>la zona euro<\/strong> (anche se le somiglia, e le somiglia anzi sempre di pi\u00f9) <strong>non \u00e8 una cooperazione rafforzata<\/strong>. L\u2019euro infatti \u00e8 sempre stato configurato come la moneta dell\u2019Unione, con la conseguenza che chi inizialmente non ne faceva parte, era fuori perch\u00e9 ancora non aveva i requisiti per entrare. Poi ad alcuni Stati \u00e8 stato consentito di praticare l\u2019<em>opting out<\/em>, la situazione \u00e8 cambiata, ma \u2013 come per Schengen &#8211; non al punto di negare l\u2019appartenenza dell\u2019euro all\u2019ordinamento comune.<\/p>\n<p>Ecco, l\u2019<em>opting out <\/em>ci d\u00e0 gi\u00e0 il segno, da solo, di una Unione che \u00e8 cambiata, di una &#8220;ever closer integration&#8221; che \u00e8 rimasta un obiettivo per qualcuno, ma non per tutti (ricordiamoci che, quando il Regno Unito ancora negoziava la propria permanenza, aveva fra le proprie richieste la scomparsa, almeno per s\u00e9, di questa formula). <strong>Abbiamo ormai difficolt\u00e0 a stare insieme<\/strong>, le abbiamo addirittura per le divaricazioni che si sono create fra noi su temi fondamentalissimi come lo stato di diritto. E se gli esiti della <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/06\/cinque-anni-dopo-nel-regno-unito-tutto-e-dominato-dalla-brexit\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><strong>Brexit<\/strong><\/a> hanno scoraggiato ulteriori secessioni, certo non facilitano il processo di integrazione. C\u2019\u00e8 chi pensa che lo abbia facilitato la pandemia, come dimostrerebbe il <strong>Recovery Plan<\/strong> &#8220;Next Generation EU&#8221;, con l\u2019assunzione, per la prima volta, di un grosso <strong>debito comune per finanziarlo<\/strong>. Si \u00e8 trattato di un momento, nuovo e fecondo, di <strong>solidariet\u00e0 comune<\/strong>. Ma aspetterei a concludere che \u00e8 diventato istituzione, che ha battezzato una nuova politica fiscale comune, destinata a rimanere per il futuro.<\/p>\n<p>Lo assumerei piuttosto come dimostrazione dell\u2019efficacia, certo, dei passi di ulteriore integrazione, ma come stimolo alle prospettive di integrazione pi\u00f9 probabilmente differenziata, destinate a non piacere ai vecchi europeisti, perch\u00e9 condivise soltanto da chi le far\u00e0 e quindi incarnate non pi\u00f9 da avanguardie, bens\u00ec da gruppi di Stati pi\u00f9 integrati degli altri in <strong>un sistema non pi\u00f9 collocato su un unico asse<\/strong>.<\/p>\n<p>Si pensava tempo addietro- e forse qualcuno ancora lo pensa- che gli assi potessero essere al massimo due in un\u2019Unione appunto a <strong>due velocit\u00e0<\/strong>. L\u2019aspettativa era fondata sull\u2019ipotesi che l\u2019area euro, che ha gi\u00e0 forme di integrazione pi\u00f9 accentuata ai sensi dell\u2019articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell\u2019Unione (Tfue), potesse aggregare anche le ulteriori forme di integrazione, che apparissero utili. Ma l\u2019aspettativa \u00e8 del tutto sprovvista di realismo. Altro \u00e8 stare insieme per creare nuovi meccanismi comuni per la stabilit\u00e0 dell\u2019euro, altro \u00e8 farlo per gestire l\u2019immigrazione, oppure l\u2019impegno militare, il terrorismo, o le stesse infrastrutture di rete volte a combattere il cambiamento climatico. A questi diversi riguardi emergono differenze, vere e proprie distanze, anche fra i Paesi dell\u2019euro, che ne rendono a dir poco improbabile l\u2019impegno comune; a parte il fatto che, in materia militare, \u00e8 sin dall\u2019origine previsto che le relative cooperazioni rafforzate coinvolgano necessariamente i soli Paesi dotati delle necessarie capacit\u00e0 (sia pure, anche qui, con le porte aperte a chi le potr\u00e0 avere in futuro).<\/p>\n<p>Ne emerge una inevitabile conseguenza: quanto pi\u00f9 singoli Stati membri percepiranno come necessarie normazioni e decisioni comuni in specifici ambiti, tanto pi\u00f9 potr\u00e0 accadere che a condividere tale necessit\u00e0 siano di volta in volta Stati diversi. Col risultato di dar vita a quella &#8220;<strong>multi-cluster Europe<\/strong>&#8220;, che in parte \u2013 lo abbiamo visto &#8211; esiste gi\u00e0 oggi, ma che domani potrebbe investire ambiti di governo di particolare rilievo, come quelli sopra ricordati. <strong>A quel punto, per\u00f2, reggerebbe il tessuto comune? Non potrebbero crearsi distanze alla lunga laceranti?<\/strong><\/p>\n<p>Le risposte, certo, possono essere diverse, come sempre quando si parla del futuro. Varr\u00e0 la pena tener conto del fatto che ci\u00f2 che tutti condividerebbero non sarebbe soltanto il mercato comune (il che, comunque, \u00e8 tutt\u2019altro che poco), ma anche il molto che \u00e8 cresciuto al di fuori di esso (dalla tutela dei dati personali al processo che sta dando vita alla Procura europea, <strong>l&#8217;Eppo<\/strong>). Non meno importante sarebbe se un numero sia pur limitato di Stati partecipasse a tutte le cooperazioni che dovessero nascere, divenendone una sorta di tessuto comune. E varrebbe comunque la circostanza che gli organi decisionali comuni sarebbero sempre e soltanto gli organi dell\u2019Unione, magari con diritti di voto al proprio interno di volta in volta adattati.<\/p>\n<p>Insomma, <strong>la partita \u00e8 aperta<\/strong> davanti a noi. E sta a tutti noi <strong>decidere qual \u00e8 il rischio peggiore che dobbiamo evitare<\/strong>: se quello di <strong>un\u2019Unione alle prese con sfide sempre pi\u00f9 urgenti, che non riesce per\u00f2 a fronteggiare<\/strong> perch\u00e9 le diversit\u00e0 fra i suoi Stati membri paralizzano il Consiglio europeo; oppure di <strong>un\u2019Unione nella quale si formano cluster che raccolgono quelle sfide, organizzano risposte di sicuro pi\u00f9 efficaci<\/strong> di quelle che ciascuno potrebbe dare da solo, ma facendolo mettono in tensione la cornice comune.<\/p>\n<p>Chi sceglie la prima strada non ha da fare altro che affidarsi al futuro, di riunione in riunione. Chi sceglie la seconda, deve farsene promotore, trovare partner mettere in moto le procedure, che fortunatamente ci sono. Con tutti gli adattamenti del caso, di <em>avant-garde<\/em>, in questo caso, ci sarebbe ancora bisogno.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/euidea.eu\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-88761 size-full\" src=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/Schermata-2021-07-05-alle-07.02.53.png\" alt=\"\" width=\"293\" height=\"138\" srcset=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/Schermata-2021-07-05-alle-07.02.53.png 293w, https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/wp-content\/uploads\/2021\/07\/Schermata-2021-07-05-alle-07.02.53-125x59.png 125w\" sizes=\"(max-width: 293px) 100vw, 293px\" \/><\/a><\/p>\n<p><small>Una versione in inglese di questo testo \u00e8 stata pubblicata come paper nell&#8217;ambito del progetto EU IDEA\u00a0\u2013\u00a0Integration and Differentiation for Effectiveness and Accountability<\/small><\/p>\n<p><small>EU IDEA ha ricevuto finanziamenti dal programma per la ricerca e innovazione Horizon 2020 dell\u2019Unione europea attraverso il grant 822622.<\/small><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le integrazioni differenziate delle quali si parla oggi in Europa non sarebbero piaciute agli europeisti della prima e della seconda generazione. 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