{"id":89097,"date":"2021-08-19T15:21:17","date_gmt":"2021-08-19T13:21:17","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=89097"},"modified":"2021-09-13T07:43:24","modified_gmt":"2021-09-13T05:43:24","slug":"afghanistan-lezioni-da-non-dimenticare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/08\/afghanistan-lezioni-da-non-dimenticare\/","title":{"rendered":"Afghanistan: quelle lezioni da non dimenticare"},"content":{"rendered":"<p>Duecento anni fa Carl von Clausewitz sosteneva che <strong>\u201cLa guerra non \u00e8 che la continuazione della politica con altri mezzi<\/strong>.\u00a0La guerra non \u00e8, dunque, solamente un atto\u00a0politico, ma un vero strumento\u00a0della politica, un seguito del procedimento\u00a0politico, una sua\u00a0continuazione con altri mezzi\u201d. <strong>Se alle sue spalle non vi \u00e8 una politica, una guerra non pu\u00f2 essere vinta<\/strong> e, in linea di principio, non vi \u00e8 alcun senso a combatterla. <strong>L\u2019averlo dimenticato spiega in gran parte perch\u00e9 i Paesi occidentali hanno <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/08\/la-caduta-dellafghanistan-e-il-dramma-del-ritiro-nato\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">perso la ventennale guerra combattuta in Afghanistan<\/a><\/strong> e perch\u00e9, in poche settimane, \u00e8 <strong>crollato<\/strong>, senza esercitare nessuna seria resistenza, <strong>il governo che in tutto questo periodo avevamo sostenuto<\/strong>.<\/p>\n<p>Questo principio non cambia per il fatto che alla guerra \u201ctradizionale\u201d si \u00e8 affiancata negli ultimi trent\u2019anni la <strong>guerra \u201cibrida\u201d<\/strong>, con il coinvolgimento di forze irregolari e un ampio utilizzo degli attacchi terroristici (anche nel territorio dei Paesi coinvolti pi\u00f9 o meno direttamente) fino al dilagare degli attacchi cyber. Qui non si tratta tanto di comprendere meglio le conseguenze delle evoluzioni tecnologiche (cosa comunque necessaria e difficile) quanto di riconoscere che,<strong> dalla fine della Guerra Fredda in poi abbiamo sperimentato una sorta di vuoto strategico<\/strong>. In molti casi gli interventi militari occidentali hanno privilegiato ragioni e esigenze tattiche di politica interna pi\u00f9 che un disegno complessivo e condiviso di strategia politica internazionale.<\/p>\n<p>Questo vuoto politico e strategico \u00e8 stato favorito da una <strong>diffusa volont\u00e0 di non parlare di \u201cguerra\u201d, ma di ristabilimento o mantenimento della pace<\/strong> o ricostruzione degli Stati di volta in volta coinvolti. In questi ultimi casi si \u00e8 cercato di esportare ovunque il modello della democrazia occidentale come soluzione ottimale, illudendosi di poter applicare questo sistema politico a prescindere dalla loro storia e dalle caratteristiche economiche, sociali, etniche, religiose, ecc. E spesso urtando la sensibilit\u00e0 di parti importanti di quelle societ\u00e0, venendo <strong>percepiti non come \u201camici\u201d<\/strong> intervenuti per aiutare, <strong>ma come \u201cinvasori\u201d<\/strong> che impongono scelte e stili di vita non condivisi.<\/p>\n<p>Nel caso afghano, quindi, <strong>la sconfitta non \u00e8 stata militare, ma politica<\/strong>. L\u2019iniziale obiettivo politico era stato quello di <strong>negare ai gruppi terroristici islamici la disponibilit\u00e0 di un territorio <\/strong>da cui far partire i propri attacchi e, incidentalmente, eliminare Osama bin Laden; <strong>ben presto l\u2019obiettivo \u00e8 diventato quello di cambiare un regime<\/strong> che aveva ospitato e alimentato tali organizzazioni terroristiche. Lo scopo avrebbe dovuto essere quello di lanciare un chiaro segnale che nessuna azione terroristica e nessun regime colluso sarebbero rimasti impuniti. Ma, come poi in Iraq, non si \u00e8 capito che l\u2019intervento militare doveva lasciare rapidamente il campo ad una soluzione politica nazionale gestita da quanti controllavano davvero il Paese (capi trib\u00f9 e religiosi). Invece, si \u00e8 cambiato l\u2019obiettivo politico e ci si \u00e8 fatti coinvolgere in un <strong>ventennale e costosissimo intervento di costruzione di uno Stato artificiale<\/strong> che, una volta tolto il supporto occidentale, si \u00e8 sciolto come la neve al sole.<\/p>\n<p>Tutto questo sarebbe stato facilmente prevedibile se le valutazioni sulla capacit\u00e0 di tenuta del governo afghano e del suo esercito fossero state pi\u00f9 accurate. <strong>Anche gli scettici pensavano che ci sarebbe stata una certa resistenza politica e militare e che i talebani avrebbero impiegato mesi per vincere<\/strong>. Qualcuno pensava che, proprio per questa ragione, avrebbero potuto accettare un compromesso politico. Cos\u00ec non \u00e8 stato, lasciando apparentemente stupiti gli stessi capi talebani che si sono trovati improvvisamente a dover gestire un intero Stato e la conseguente inevitabile crisi economica e umanitaria.<\/p>\n<p><strong>Da questa sconfitta occidentale scaturiranno molte conseguenze negative<\/strong>. Mentre ci si dovr\u00e0 preparare ad affrontarle, \u00e8 indispensabile <strong>individuare gli errori commessi e le lezioni di cui si dovrebbe fare tesoro<\/strong>. Alcuni punti emergono gi\u00e0 con evidenza, altri richiederanno pi\u00f9 tempo e una approfondita riflessione<\/p>\n<ul>\n<li><strong>Gli obiettivi politici di ogni intervento militare in un\u2019area di crisi devono essere chiari e realistici<\/strong>. Devono, in altri termini, poter essere raggiunti in tempi accettabili. \u00c8 necessaria una realistica valutazione delle risorse necessarie, che devono essere impiegate senza esitazioni: l\u2019occupazione del Kosovo, poco pi\u00f9 grande dell\u2019Umbria, in ambiente permissivo, \u00e8 stata attuata da una forza di oltre 60mila unit\u00e0; nel momento del massimo sforzo in Afghanistan, grande quasi il doppio della Germania, le truppe schierate ammontavano a 140mila. <strong>Ogni operazione si dovrebbe basare sulla massima consapevolezza della realt\u00e0 in cui si intende intervenire<\/strong>. Il sostegno di governi amici deve essere aggiuntivo e non sostitutivo. Tutti gli interventi, e soprattutto quelli volti a rafforzare la deterrenza e consolidare la stabilit\u00e0 internazionale, presuppongono che sia stato affrontato tempestivamente il problema del \u201cgiorno dopo\u201d. Infine, ogni decisione andrebbe sempre accompagnata, oltre che dal necessario mandato internazionale, dalla capacit\u00e0 di ottenere il consenso o la neutralit\u00e0 degli attori internazionali interessati.<\/li>\n<li><strong>L\u2019Occidente dovrebbe saper dimostrare la validit\u00e0 del suo sistema politico-economico-sociale sul piano del confronto senza alcuna pretesa di esportarlo<\/strong> e senza dimenticarsi che, come sottolineava Winston Churchill alla fine della Seconda Guerra Mondiale, \u201c\u00e8 stato detto che la democrazia \u00e8 la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora\u201d. Possiamo favorire l\u2019evoluzione dei Paesi in cui o con cui interveniamo militarmente verso un maggiore rispetto dei diritti umani nella pi\u00f9 vasta accezione, ma rispettandone storia, cultura, tradizione. Persino quando si tratta di eliminare un \u201cregime canaglia\u201d, condannato ufficialmente dal sistema delle Nazioni Unite, <strong>non significa che dobbiamo impegnarci a costruire un \u201cregime angelico\u201d<\/strong>. La responsabilit\u00e0 di scegliere una forma di governo spetta ai cittadini del Paese interessato.<\/li>\n<li>L\u2019Unione europea e i suoi principali membri devono essere consapevoli che <strong>nel nuovo mondo globalizzato e multipolare possono contare solo se si muovono insieme<\/strong>. I pesi massimi si confrontano con i pesi massimi e i singoli Stati europei sono, invece, al massimo pesi medi e, in molti casi, leggeri. Anche nei confronti del nostro alleato americano dobbiamo saperci muovere collettivamente se vogliamo spingerlo a condividere, sostanzialmente e non solo formalmente, le sue scelte, anche dentro la <strong>Nato<\/strong>. In Afghanistan siamo andati anche, e forse soprattutto, per salvaguardare la coesione transatlantica e ci siamo ritirati quando gli Stati Uniti hanno deciso di farlo. Dovremmo, invece, applicare coerentemente e concretamente la <strong>EU Global Strategy<\/strong> e il conseguente <em>Implementation Plan on Security and Defence<\/em> del 2016.<\/li>\n<li>L\u2019Afghanistan non deve essere considerata un\u2019esperienza isolata o straordinaria, e <strong>gli americani non sono certo i soli che possono prendere decisioni sbagliate<\/strong>. Cos\u00ec, ad esempio, i Paesi europei sono impegnati nel <strong>Sahel<\/strong>, e in un gran numero di altri Paesi africani. Malgrado le loro diversit\u00e0, il perno politico attorno a cui ruotano questi impegni \u00e8 quello della Francia con l\u2019operazione Takuba (cui partecipa anche l\u2019Italia) e con la sua capacit\u00e0 di tenere assieme i paesi del G5 Sahel (Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad). Le crisi politiche in Mali e in Ciad stanno creando problemi e il presidente Emmanuel <strong>Macron potrebbe essere tentato di seguire l\u2019esempio del presidente Joe Biden<\/strong>. Le conseguenze sarebbero disastrose per la nostra sicurezza, dall\u2019immigrazione al terrorismo. Non dobbiamo, quindi, dare nuovo spazio alla confusione dei linguaggi: \u00e8 giunto il momento di affrontare collettivamente questa problematica strategica e di prendere le decisioni conseguenti.<\/li>\n<li>La comunit\u00e0 internazionale e, soprattutto i Paesi della Nato, devono <strong>farsi carico degli afghani che hanno collaborato con noi in questi venti anni<\/strong>. Questo comporta il riconoscimento del diritto d\u2019asilo nei nostri Paesi con una proporzionata loro suddivisione. Se non lo facessimo, l\u2019affidabilit\u00e0 occidentale sarebbe pesantemente compromessa a livello internazionale. Gli impegni devono sempre essere mantenuti, soprattutto nei confronti di quanti non hanno alternative. Non possiamo permetterci di trasformare una sconfitta politica in un disastro strategico, compromettendo tutti gli altri e futuri interventi nelle aree di crisi.<\/li>\n<\/ul>\n<p>Per l\u2019Italia si possono aggiungere tre riflessioni:<\/p>\n<p>1.\u00a0\u00a0\u00a0 Dovremmo impegnarci ulteriormente per definire con i nostri principali partner una strategia europea che tuteli, nel quadro dell\u2019Alleanza Atlantica, la nostra sicurezza e i nostri interessi. In quest\u2019ottica, e tenendo dei cambiamenti intervenuti sullo scenario internazionale, <strong>potrebbe essere aggiornato il Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa<\/strong> del 2015. Sono passati pochi anni, ma, a volte, pesano come decenni e anche la sola esperienza afghana sembra suggerire una verifica della nostra politica di difesa.<\/p>\n<p>2.\u00a0\u00a0\u00a0 <strong>La litania delle \u201cmissioni di pace\u201d deve lasciare il posto alla consapevolezza che<\/strong>, per conseguire gli obiettivi politici che ci si prefiggono, <strong>le missioni militari comportano l\u2019uso della forza<\/strong>: per anni i vertici militari hanno chiesto invano all\u2019autorit\u00e0 politica di impiegare le capacit\u00e0 aeree offensive, pure disponibili; e in tutte le missioni ci si \u00e8 ostinati ad utilizzare il codice militare di pace, invece che quello di guerra, indebolendo l\u2019efficacia delle operazioni.<\/p>\n<p>3.\u00a0\u00a0\u00a0 Dobbiamo lavorare per diffondere la consapevolezza che <strong>l\u2019impegno delle nostre Forze Armate in questi venti anni non \u00e8 stato inutile<\/strong>. Il nostro Paese deve essere profondamente grato a tutti quanti vi hanno partecipato e, in particolare, a quanti sono deceduti o sono rimasti feriti e alle loro famiglie. Il prezzo pagato \u00e8 stato elevato, ma ha aiutato il nostro Paese a conquistare rispetto e considerazione a livello internazionale, contrastando gli effetti della nostra debolezza politica sul piano interno. E anche sul piano militare, e a prescindere dal triste epilogo di questa esperienza, le nostre Forze Armate si sono comportate in modo ammirevole, coniugando l\u2019intervento armato con una grande attenzione per la popolazione e per le sue esigenze: <strong>un modello di intervento anche per il futuro.<\/strong><\/p>\n<p><small> Foto di copertina EPA\/Spanish Ministry of Defense <\/small><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Duecento anni fa Carl von Clausewitz sosteneva che \u201cLa guerra non \u00e8 che la continuazione della politica con altri mezzi.\u00a0La guerra non \u00e8, dunque, solamente un atto\u00a0politico, ma un vero strumento\u00a0della politica, un seguito del procedimento\u00a0politico, una sua\u00a0continuazione con altri mezzi\u201d. 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