{"id":89102,"date":"2021-08-23T15:32:40","date_gmt":"2021-08-23T13:32:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=89102"},"modified":"2021-09-03T07:50:18","modified_gmt":"2021-09-03T05:50:18","slug":"afghanistan-il-grande-gioco-ritorna-alla-casella-di-partenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/08\/afghanistan-il-grande-gioco-ritorna-alla-casella-di-partenza\/","title":{"rendered":"Afghanistan: il Grande Gioco ritorna alla casella di partenza"},"content":{"rendered":"<p><strong>\u201cNulla sar\u00e0 pi\u00f9 come prima\u201d<\/strong>: il mantra che diffonde un alone di speranza intorno ai grandi drammi, l\u201911 settembre, la crisi economica, la pandemia, trova l\u2019ennesima clamorosa smentita poco prima del <strong>ventesimo anniversario dell\u2019attacco all\u2019America condotto dai terroristi di al Qaid<\/strong>a. Vent\u2019anni dopo, <strong>l\u2019Afghanistan si ritrova alla casella di partenza<\/strong>, con i talebani al potere \u2013 le novit\u00e0 sono Ray-Ban e social, oltre ad armi pi\u00f9 letali; le costanti sono la sharia e le barbe \u2013 e decine di migliaia d\u2019afghani impegnati a eliminare i loro profili dalle piattaforme digitali, per allontanare da s\u00e9 i sospetti di collaborazione con gli invasori e cancellare le prove di condiscendenze occidentali.<\/p>\n<p>Per i media Usa, <strong>\u00e8 l\u2019ora degli esami di coscienza<\/strong>: sul Washington Post, Ishaan Tharoor osserva che la crisi afghana \u201cmette in rilievo il mutare del ruolo \u2013 e pure del peso, <em>ndr<\/em> \u2013 degli Usa nel mondo\u201d; sul New York Times, Frank Bruni denuncia la \u201cperdurante arroganza\u201d della politica internazionale degli Stati Uniti. La stampa liberal \u00e8 dura con l\u2019Amministrazione Biden: non si contesta la decisione di ritirarsi dall\u2019Afghanistan, ma come essa \u00e8 stata realizzata &#8211; una rotta, non un\u2019uscita di scena sicura per s\u00e9 e per i propri alleati e ordinata -.<\/p>\n<p>\u201cGli Usa \u2013 scrive Fawaz A. Gerges sulWashington Post \u2013 devono resistere alla tentazione di sparare prima e fare domande dopo \u2026 Questa \u00e8 stata la ricetta per il disastro in Vietnam, Iraq, Afghanistan e non solo &#8230; I nostri leader devono liberarsi di un impulso crociato e di un<strong> complesso di superiorit\u00e0 morale negli affari internazionali<\/strong> che ha fatto pi\u00f9 male che bene alla nazione\u201d e che \u201cha alimentato il terrorismo che voleva distruggere\u201d. La nuova priorit\u00e0 \u00e8 \u201cl\u2019obbligo morale\u201d nei confronti di rifugiati afghani, che l\u2019Europa, in realt\u00e0, al di l\u00e0 delle parole, fatica a sentire e a tradurre in pratica: ancora una volta, \u00e8 pi\u00f9 <strong>facile alzare muri<\/strong> \u2013 lo fanno Turchia e Grecia -, pur avendo contribuito a distruggere i ponti dietro alla gente in fuga.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;ombra del Vietnam<\/strong><br \/>\n<strong>\u201cNon \u00e8 Saigon 1975\u201d<\/strong>, afferma il segretario di Stato Usa Antony Blinken, nonostante le immagini dall\u2019aeroporto di Kabul evochino l\u2019ultimo drammatico atto della presenza degli Usa in Vietnam. Non \u00e8 lo stesso, perch\u00e9, sostiene Blinken, gli obiettivi dell\u2019intervento in Afghanistan sono stati raggiunti, mentre quelli della guerra contro i vietcong non lo erano stati. Sar\u00e0. Ma <strong>l\u2019impressione \u00e8 che i talebani siano oggi i vincitori, cos\u00ec come lo furono allora i vietcong<\/strong>.<\/p>\n<p>Invadendo l\u2019Afghanistan e rovesciando il regime degli &#8220;studenti islamici&#8221;, gli Stati Uniti volevano <strong>distruggere i santuari di al Qaida<\/strong> e mettersi al riparo da ulteriori minacce. Questo obiettivo pu\u00f2 considerarsi raggiunto, fatto salvo l\u2019allarme per potenziali contraccolpi terroristici di quanto sta avvenendo e per eventuali tentazioni di qualche esaltato di celebrare l\u2019imminente anniversario. Ma in fondo lo era gi\u00e0 nel 2004, al pi\u00f9 tardi il 2 maggio 2011, quando Osama bin Laden venne scovato ed ucciso ad Abbottabad, in Pakistan.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che quello non era l\u2019unico obiettivo: <strong>c\u2019era il calcolo di fare dell\u2019Afghanistan un avamposto dell\u2019Occidente, l\u2019illusione di dargli una democrazia sostenibile<\/strong>. E, qui, il fallimento \u00e8 stato totale. Noi ce ne andiamo, anzi scappiamo; e i talebani si riprendono il Paese, che \u00e8 il loro, quasi senza colpo ferire: decine di migliaia cercano di sottrarsi alla sharia, milioni la considerano la loro legge.<\/p>\n<p><strong>La palla ai cinesi<\/strong><br \/>\n<strong>Abbiamo scelto come interlocutori uomini inadeguati<\/strong>: passi Hamid Karzai, il primo presidente, uomo della Cia dotato di buon carisma e d\u2019una fisicit\u00e0 ieratica; ma Ashraf Ghali, il &#8220;fuggitivo in capo&#8221;, era uno che &#8211; per vincerle &#8211; doveva truccare elezioni pur gi\u00e0 addomesticate.<\/p>\n<p><strong>Era sbagliato andare in Afghanistan nel 2001? Forse<\/strong>. Ma era praticamente impensabile non farlo, nel clima di allora. Abbiamo sbagliato a restarci vent\u2019anni? Certo, lo sapevamo tutti: Barack Obama fu eletto due volte promettendo il ritiro; Donald Trump fu eletto contestando a Obama di non averlo fatto e negozi\u00f2 con i talebani senza coinvolgere il governo perch\u00e9 voleva &#8220;portare i ragazzi a casa&#8221; prima delle presidenziali 2020; Biden lo ha fatto, purtroppo male.\u00a0<strong>Era il momento sbagliato per venire via? Non ci sarebbe mai stato un momento giusto<\/strong>: i militari, e pure i diplomatici e i politici, erano consci che il governo di Kabul, corrotto e inetto, impopolare e pusillanime, sarebbe crollato come un castello di carte.<\/p>\n<p>Cinicamente, <strong>adesso non resta che aspettare che anche i cinesi, i vincitori del momento, al tavolo della geopolitica, si ritrovino vittime della maledizione afghana<\/strong>. che ha travolto l\u2019uno dopo l\u2019altro il Regno Unito, fittizia potenza coloniale per un secolo, poi l\u2019Unione Sovietica, potenza occupante per un decennio, e infine gli Stati Uniti e tutto l\u2019Occidente, presenze militari per vent\u2019anni, ma incapaci di costruire una parvenza di democrazia sostenibile. Come molti altri Paesi, l\u2019Afghanistan \u00e8 pi\u00f9 insofferente alle presenze straniere che alle proprie ineguaglianze, iniquit\u00e0, contraddizioni, divisioni.<\/p>\n<p><strong>&#8220;The Great Game&#8221;<\/strong><br \/>\nCerto, <strong>Pechino affronta il Grande Gioco consapevole degli errori altrui<\/strong>: tanto per cominciare, zero presenza militare; solo &#8220;assistenza&#8221; economica e commerciale e &#8220;consulenza&#8221; diplomatica. La Cina ha gi\u00e0 dimostrato in Africa e altrove che la corruzione e gli autoritarismi dei regimi con cui lavora non sono un suo problema; e non \u00e8 mai stata condiscendente con il terrorismo. &#8220;The Great Game&#8221; \u00e8 il nome dato alla partita giocata sull\u2019Afghanistan e i territori adiacenti dagli Imperi russo e britannico tra il XIX e il XX Secolo ed \u00e8 poi stato utilizzato sia dopo l\u2019occupazione sovietica che dopo l\u2019invasione occidentale.<\/p>\n<p><strong>Quando l\u2019Urss invase l\u2019Afghanistan a fine 1979<\/strong>, lo eleggemmo nostra frontiera della libert\u00e0 e dell\u2019indipendenza nazionale. Cacciati i sovietici e cantata vittoria l\u00ec e nella Guerra Fredda, tornammo a disinteressarcene, fino all\u201911 settembre 2001 e nonostante i campanelli d\u2019allarme \u2013 fragorosi e sanguinosi \u2013 nel 1998 di Nairobi e di Dar Es Salaam. Allora, vi scoprimmo i &#8220;santuari&#8221; dei terroristi di al Qaida, protetti dai talebani, che costringevano le donne a vivere in un medioevo d\u2019ignoranza e sottomissione.<\/p>\n<p>Adesso che ce ne siamo andati, ci facciamo un mito e un cruccio dell\u2019emancipazione femminile degli ultimi vent\u2019anni. Ma foto degli Anni Ottanta mostrano maestre in gonna e camicetta che insegnano a classi di bambine nel Paese occupato dall\u2019Urss e &#8220;liberato&#8221; dai talebani, che allora chiamavamo mujaheddin, armati dagli Usa per cacciare i sovietici. E mai ci chiedemmo che fine abbiano fatto le maestre e le loro scolarette.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cNulla sar\u00e0 pi\u00f9 come prima\u201d: il mantra che diffonde un alone di speranza intorno ai grandi drammi, l\u201911 settembre, la crisi economica, la pandemia, trova l\u2019ennesima clamorosa smentita poco prima del ventesimo anniversario dell\u2019attacco all\u2019America condotto dai terroristi di al Qaida. 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