{"id":89909,"date":"2021-10-21T11:30:22","date_gmt":"2021-10-21T09:30:22","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=89909"},"modified":"2021-10-21T11:46:41","modified_gmt":"2021-10-21T09:46:41","slug":"la-strada-per-la-sovranita-digitale-europea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/10\/la-strada-per-la-sovranita-digitale-europea\/","title":{"rendered":"La strada per la sovranit\u00e0 digitale europea"},"content":{"rendered":"<p>Da un paio di anni a questa parte la <strong>ricerca di una propria sovranit\u00e0 digitale e tecnologica<\/strong> \u00e8 diventata uno dei mantra dell\u2019Unione europea. Un concetto che racchiude dentro di s\u00e9 sia meccanismi di protezione dell\u2019ecosistema digitale europeo sia politiche per incentivarne l\u2019innovazione. Da un lato, infatti, la <strong>crescente influenza economica e sociale delle aziende tecnologiche americane<\/strong> richiede nuove regole per assicurare ai cittadini del Vecchio Continente il controllo sui loro dati personali e favorire la partecipazione delle aziende europee ai mercati digitali. Dall\u2019altro, l\u2019Ue punta a stabilire modelli di regolamentazione della transizione digitale che, <strong>affermandosi come standard di riferimento, possano promuovere i valori, le tecnologie e gli interessi europei nel mondo.<\/strong><\/p>\n<p>Da questo contesto, nel corso degli ultimi due anni, sono nate <strong>tre proposte normative<\/strong> da parte della Commissione a guida von der Leyen, che saranno al centro delle discussioni tra i leader al Consiglio europeo di gioved\u00ec e venerd\u00ec: l\u2019<strong>Artificial intelligence Act<\/strong>, il <strong>Data Governance Act<\/strong> e il <strong>Digital Services Act package<\/strong>.<\/p>\n<p><strong>L\u2019Artificial Intelligence Act<\/strong><br \/>\nSi tratta del <strong>primo tentativo al mondo di legiferare su una tecnologia emergente quale l\u2019intelligenza artificiale<\/strong> (Ia) che promette di contribuire a un\u2019economia pi\u00f9 innovativa, efficiente e sostenibile. L\u2019uso dell&#8217;intelligenza artificiale, ottimizzando le operazioni e l\u2019allocazione delle risorse, secondo le stime del Parlamento europeo porter\u00e0 infatti a una forbice di <strong>aumento della produttivit\u00e0 del lavoro entro il 2035 compresa tra l\u201911 e il 37%<\/strong>. La nuova generazione di prodotti e servizi legati alla Ia potrebbe poi generare una riduzione tra l\u20191,5% e il 4% delle emissioni globali di gas serra entro il 2030. Da qui la mossa europea per accaparrarsi un vantaggio come <em>first mover<\/em> e dettare lo standard di riferimento.<\/p>\n<p>Ma l\u2019Ia allo stesso tempo rischia di <strong>mettere a rischio la privacy degli utenti e di riproporre discriminazioni esistenti nel mondo <em>offline<\/em><\/strong>. Algoritmi, comuni in Cina, che tracciano i comportamenti per valutare automaticamente quale livello di affidabilit\u00e0 creditizia accordare a persone e aziende e sistemi per il riconoscimento facciale negli spazi pubblici sono alcuni degli utilizzi potenzialmente dannosi di questa tecnologia. <strong>L\u2019Artificial Intelligence Act (Aia) punta ad applicare standard e valori europei all\u2019Ia<\/strong>, <strong>incoraggiando un approccio etico e antropocentrico.<\/strong> Il regolamento pone specifici requisiti per tutti i sistemi di Ia europei o stranieri utilizzati nel territorio comunitario: vietandone alcuni utilizzi specifici come l\u2019identificazione biometrica remota in tempo reale, e <strong>imponendo obblighi di monitoraggio<\/strong> post-commercializzazione per i sistemi catalogati come ad alto rischio (che riguardano ad esempio l\u2019amministrazione della giustizia o l\u2019accesso all\u2019istruzione).<\/p>\n<p>La bozza dell\u2019Aia presentata dalla Commissione \u00e8 appena arrivata tra i banchi del Parlamento europeo dove verr\u00e0 discussa e votata nei i prossimi mesi. La consultazione aperta della Commissione sull\u2019atto ha attirato 304 commenti, molto pi\u00f9 di altre proposte di legge sulla tecnologia. Si preannuncia quindi un dibattito costellato da molteplici pressioni e contrasti su cosa possa essere definito intelligenza artificiale e quali applicazioni siano ad alto rischio.<\/p>\n<p><strong>Il Data Governance Act<\/strong><br \/>\nIl volume dei dati digitali prodotti a livello mondiale ammonta a 44 zettabyte (1 zettabyte = 1 miliardo di terabyte). Se facciamo una conversione completa in byte, il loro numero nell\u2019universo digitale \u00e8 40 volte pi\u00f9 grande del numero di stelle nell\u2019universo osservabile. Entro il 2025 si raggiunger\u00e0 poi la soglia dei 175 zettabyte e <strong>il valore dell\u2019economa dei dati europea raggiunger\u00e0 il valore di quasi 900 miliardi di euro (6% del Pil dell\u2019eurozona)<\/strong>. Anche le modalit\u00e0 di conservazione ed elaborazione dei dati cambieranno significativamente nei prossimi cinque anni. Attualmente l\u201980% delle analisi dei dati si svolge in strutture di calcolo centralizzate, e solo il 20% in oggetti intelligenti connessi, quali automobili, elettrodomestici o robot. <strong>Entro il 2025 tali percentuali probabilmente si invertiranno<\/strong>: una grande opportunit\u00e0 per l\u2019Ue considerando come il 90% dei suoi dati sono gestiti da aziende statunitensi.<\/p>\n<p>Lo <strong>sviluppo di un mercato dei dati europeo \u00e8 quindi un\u2019imprescindibile parte integrante della ricercata sovranit\u00e0 digitale<\/strong>. Il Data Governance Act \u00e8 un passo fondamentale in questa direzione, da raggiungere attraverso una regolamentazione della condivisione dei dati europei che promuova il loro riutilizzo a livello intersettoriale e transfrontaliero e la creazione di spazi di dati interoperabili e comuni in settori strategici quali <strong>l\u2019energia, la mobilit\u00e0 e la salute<\/strong>. Un vero e proprio mercato unico in cui i dati possano essere utilizzati indipendentemente dalla loro ubicazione fisica di conservazione nell\u2019Unione, capace di ridurre tempi e costi per imprese e cittadini per l\u2019acquisizione ed elaborazione dei dati desiderati.<\/p>\n<p>A inizio mese, <strong>il Consiglio ha concordato un mandato negoziale per la proposta sulla governance dei dati<\/strong>. All\u2019iter legislativo manca quindi solo la concordanza del testo definitivo con il Parlamento europeo. Il 20 ottobre si \u00e8 tenuta la prima riunione per definire tale testo comune. Le posizioni dei co-legislatori non sono dissimili, quindi fonti diplomatiche dell&#8217;Ue vicine ai negoziati hanno dichiarato che si aspettano <strong>un accordo finale a breve<\/strong>. Ma restano alcune differenze evidenti riguardo la flessibilit\u00e0 per le amministrazioni pubbliche nella condivisione dei dati pubblici, e la natura delle autorit\u00e0 responsabili per imporre sanzioni legate alla violazione della legge.<\/p>\n<p><strong>Il Digital Services Act Package<\/strong><br \/>\nIl quadro giuridico dell\u2019Ue in materia di servizi digitali \u00e8 rimasto invariato dall\u2019adozione della direttiva sul commercio elettronico nel 2000. Nel frattempo<strong>, il mercato \u00e8 andato incontro a una progressiva concentrazione tra pochi attori globali<\/strong>. Nonostante le pi\u00f9 di 10 mila piattaforme online che operano nell\u2019economia digitale europea, un italiano mediamente trascorre il 40% del proprio tempo online su siti di propriet\u00e0 di due soli provider (Facebook e Google) e il 58% dei tedeschi prenota le proprie vacanze attraverso un solo sito. Il potere di queste piattaforme, definite come <em>gatekeeper <\/em>dato il loro ruolo sistematico di colli di bottiglia tra imprese e consumatori di servizi digitali, \u00e8 tale da <strong>ostacolare l\u2019ingresso di possibili concorrenti riducendo cos\u00ec il commercio digitale transfrontaliero dell\u20191,8%<\/strong>. Per di pi\u00f9, la loro popolarit\u00e0 ne favorisce l\u2019utilizzo come veicoli di <em>fake news<\/em> che secondo i sondaggi pi\u00f9 recenti capitano sotto gli occhi di due terzi dei cittadini europei almeno una volta a settimana.<\/p>\n<p>Il pacchetto relativo alla legge sui servizi digitali presentato dalla Commissione nel dicembre 2020 comprende due misure, la legge sui servizi digitali (Dsa) e quella sui mercati digitali (Dma), atte a contrastare esattamente queste problematiche. L\u2019obiettivo \u00e8 quello di <strong>creare uno spazio digitale pi\u00f9 sicuro in cui i diritti fondamentali degli utenti siano protetti<\/strong> e le condizioni di concorrenza libera e leale per le imprese siano stabilite chiaramente. In particolare, il Dsa attribuisce obblighi cumulativi alle piattaforme che scalano con le loro dimensioni, cos\u00ec che le piattaforme pi\u00f9 grandi avranno responsabilit\u00e0 maggiori nell\u2019evitare la circolazione di contenuti falsi o illegali. Il Dma usa una serie di criteri oggettivi, legati ad esempio al numero di utenti attivi (con una soglia posta a 45 milioni), per definire le piattaforme digitali come <em>gatekeeper <\/em>a cui sono poi imposti obblighi per assicurare l\u2019interoperabilit\u00e0 e la competitivit\u00e0 nel modo in cui operano. Le aziende che violano le regole rischiano sanzioni fino al 10% del loro fatturato annuale.<\/p>\n<p>Proprio su alcuni aspetti della definizione di utenti attivi, <strong>il Parlamento europeo e il Consiglio sarebbero in rotta di collisione secondo alcune anticipazioni di documenti interni al Consiglio<\/strong>. Ad esempio, il Parlamento definisce gli utenti attivi per i servizi di <em>cloud computing<\/em>, mentre il progetto del Consiglio non menziona i servizi <em>cloud<\/em>. Anche all\u2019interno dello stesso Consiglio esistono poi differenze di vedute con Germania, Francia e Paesi Bassi che spingono per modificare il Dma, dando pi\u00f9 margine di manovra alle autorit\u00e0 nazionali. Tali contrasti stanno caratterizzando anche il percorso legislativo del Dsa rispetto al quale non si sta trovando una quadra per assicurarne la compatibilit\u00e0 con il regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr).<\/p>\n<p>Delle tre proposte di legge fin qui descritte, solo il Data Governance Act sembra essere vicino ad entrare ufficialmente nell\u2019ordinamento europeo nel giro di qualche mese. Un passo in avanti per la ricerca europea della sovranit\u00e0 digitale che per\u00f2 lascia aperto un grande interrogativo. <strong>Sar\u00e0 sufficiente agire sul lato normativo per definire una leadership dell\u2019Unione nella data economy<\/strong>, o in mancanza di una potenza di investimento in questo settore paragonabile a quella di Cina e Stati Uniti i buoni propositi resteranno solo sulla carta?<\/p>\n<p><em><small>Questo articolo \u00e8 stato pubblicato nell\u2019ambito\u00a0dell\u2019<a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/speciali\/osservatorio-iai-ispi-politica-estera-italiana\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Osservatorio IAI-ISPI sulla politica estera italiana<\/a>, realizzato anche grazie al sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.\u00a0Le opinioni espresse dall\u2019autore sono strettamente personali e non riflettono necessariamente quelle dello IAI, dell\u2019ISPI o del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.<\/small><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da un paio di anni a questa parte la ricerca di una propria sovranit\u00e0 digitale e tecnologica \u00e8 diventata uno dei mantra dell\u2019Unione europea. 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