{"id":90754,"date":"2021-12-08T00:26:03","date_gmt":"2021-12-07T23:26:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/?p=90754"},"modified":"2021-12-07T22:28:40","modified_gmt":"2021-12-07T21:28:40","slug":"le-due-facce-della-crisi-politica-in-bosnia-erzegovina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/12\/le-due-facce-della-crisi-politica-in-bosnia-erzegovina\/","title":{"rendered":"Le due facce della crisi politica in Bosnia-Erzegovina"},"content":{"rendered":"<p>Di fronte a una delle pi\u00f9 gravi crisi politiche dagli <strong>accordi di pace di Dayton nel 1995<\/strong>, numerosi osservatori nazionali ed internazionali hanno versato vino nuovo in otri vecchi, denunciando <strong>il pericolo del ritorno alla guerra in Bosnia-Erzegovina<\/strong>. Il problema della Bosnia-Erzegovina odierna, tuttavia, non \u00e8 tanto la minaccia di un ritorno alla violenza o alla guerra, per la quale, come sottolineato da Dejan Jovi\u0107, non ci sono pi\u00f9 le circostanze che l\u2019hanno resa possibile negli anni &#8217;90.<\/p>\n<p>Le difficolt\u00e0 che investono la Bosnia-Erzegovina oggi sono piuttosto legate alla definizione delle modalit\u00e0 e tempi del <strong>trasferimento di sovranit\u00e0 dagli attori internazionali a quelli nazionali<\/strong>, e la mancanza di volont\u00e0 di raggiungere un nuovo compromesso tra le forze all\u2019interno del Paese.<\/p>\n<p><strong>Le minacce politiche alla stabilit\u00e0<\/strong><br \/>\nLa struttura degli accordi di Dayton si \u00e8 dimostrata tutt\u2019altro che fragile, soprattutto in termini di sicurezza. <strong>Dayton ha fermato la guerra<\/strong>. La tregua ha tenuto e, per 25 anni, non vi \u00e8 stato nessun serio tentativo di riprendere il conflitto, nessuna formazione di gruppi terroristici n\u00e9 attentati politici, come \u00e8 invece successo in alcuni dei paesi vicini. Inoltre, <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2020\/12\/i-primi-25-anni-della-bosnia-erzegovina-nata-a-dayton\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Dayton ha affermato la continuazione della Bosnia-Erzegovina come Paese unitario e sovrano<\/a>, un aspetto fondamentale per l&#8217;ulteriore evoluzione giuridica dello stato. Ed \u00e8 proprio su tale evoluzione che si articola la crisi di oggi, non su una riedizione del passato.<\/p>\n<p>Nello specifico, la crisi di oggi ha due facce. La prima riguarda le minacce fatte dal membro serbo della presidenza dello stato bosniaco, <strong>Milorad Dodik<\/strong>, di <strong>ritirare la Repubblica Srpska dalle istituzioni statali e formare delle istituzioni parallele attraverso pi\u00f9 di 100 atti legislativi.<\/strong> Le sue minacce includono il ritiro dalle forze di difesa, dalla magistratura, dalla riscossione delle tasse e delle dogane e dai servizi di intelligence, tra molti altri. Eppure, negli ultimi 15 anni, <strong>Dodik ha minacciato la dissoluzione della Bosnia-Erzegovina<\/strong> cos\u00ec tante volte che ormai le sue intimidazioni difficilmente vengono prese sul serio.<\/p>\n<p>Ma allora cosa rende questo episodio diverso da molti altri? Il fatto che questi attacchi abbiano avuto un preciso fine polemico indirizzato alla <strong>presenza internazionale nel Paese <\/strong>e, in particolare, i giudici internazionali della corte costituzionale bosniaca e l\u2019ufficio dell\u2019Alto rappresentante Onu per la Bosnia ed Erzegovina, nell\u2019anno del suo delicato rinnovo.<\/p>\n<p><strong>La dimensione internazionale della questione bosniaca<\/strong><br \/>\n<strong>Le minacce di Dodik<\/strong>, infatti, sono arrivate come<strong> ritorsione<\/strong> ad uno degli ultimi atti dell\u2019ex Alto rappresentante, <strong>Valentin Inzko<\/strong>, che in maniera inaspettata ha emendato il codice civile per <strong>vietare la <a href=\"https:\/\/www.archivio-affarinternazionali.it\/archivio\/2021\/06\/confermata-la-condanna-di-mladic-la-negazione-del-genocidio-non-e-piu-unopzione\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">negazione del genocidio<\/a> e la glorificazione dei criminali di guerra<\/strong> appena prima delle sue dimissioni. A mitigare la tensione non \u00e8 certo servita la decisione di Berlino di spingere sul tedesco Christian Schmidt\u00a0come nuovo successore di Inzko, nonostante l\u2019opposizione della Russia.<\/p>\n<p>Tutto questo ha portato alla <strong>contrapposizione all\u2019interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite fra Russia e Cina e gli altri membri<\/strong>. Il 22 luglio Mosca e Pechino hanno sostenuto la chiusura dell&#8217;ufficio dell&#8217;alto rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, mentre il 3 novembre hanno minacciato di porre il veto al rinnovo annuale della missione di <strong>Eufor<\/strong>, la forza militare dell&#8217;UE presente in Bosnia-Erzegovina. L\u2019accordo per il rinnovo della missione alla fine \u00e8 stato condizionale alla rimozione di ogni riferimento all\u2019Alto rappresentante nella risoluzione del Consiglio di sicurezza. Entrambi i paesi, come Dodik, sostengono l\u2019illegittimit\u00e0 e illegalit\u00e0 del mandato di Schmidt e mirano a rendere irrilevante l\u2019istituzione dell&#8217;alto rappresentante prima di estinguerla.<\/p>\n<p><strong>Il nodo della dimensione multinazionale<\/strong><br \/>\nLa seconda faccia della crisi riguarda la disputa sulla <strong>riforma elettorale<\/strong> e gli <strong>attriti tra bosniaci musulmani e bosniaci croati<\/strong> a tale riguardo. Il 2021, infatti, sarebbe dovuto essere un anno di opportunit\u00e0 per definire alcuni elementi chiave per il funzionamento della Bosnia-Erzegovina e modificare la costituzione e la legge elettorale in vista delle elezioni del prossimo anno. Una congiuntura \u00a0favorita dalla situazione internazionale, che aveva visto nella Bosnia-Erzegovina l\u2019occasione di riaffermare il legame euro-atlantico. Il cambio di amministrazione a Washington e l\u2019opinione della Commissione europea in favore di alcune modifiche costituzionali in Bosnia-Erzegovina hanno ridotto notevolmente le differenze che in questi anni hanno reso difficile un\u2019azione coordinata tra Stati Uniti e paesi europei.<\/p>\n<p>La posta in gioco \u00e8 alta: sul tavolo c\u2019\u00e8 la risoluzione di alcune questioni rimaste lungamente irrisolte e che devono <strong>definire gli elementi chiave per il funzionamento della Bosnia-Erzegovina quale stato multinazionale<\/strong>. In particolare, sembra giunto il momento per modificare alcuni aspetti della Costituzione di Dayton e della legge elettorale in modo da allinearle alla giurisprudenza della <strong>Corte Europea dei Diritti Umani.<\/strong> Il caso <em>Sejdi\u0107 e Finci<\/em> del 2009 e le sentenze successive esigevano infatti <strong>la fine della discriminazione politica di quei cittadini non appartenenti ai tre popoli costitutivi<\/strong>.<\/p>\n<p>Quello che in gioco \u00e8 il passaggio importante verso la definizione di un nuovo compromesso tra gli attori locali che corregga i <strong>rapporti tra governo territoriale, popoli costituenti e singoli cittadini<\/strong>. Proprio nel rafforzamento degli elementi territoriali e civici vi \u00e8 la condizione necessaria per il superamento della presenza esecutiva internazionale nel paese.<\/p>\n<p><small>Foto di copertina EPA\/ANDREJ CUKIC <\/small><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di fronte a una delle pi\u00f9 gravi crisi politiche dagli accordi di pace di Dayton nel 1995, numerosi osservatori nazionali ed internazionali hanno versato vino nuovo in otri vecchi, denunciando il pericolo del ritorno alla guerra in Bosnia-Erzegovina. 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